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Il 2 maggio 1941 un gruppo di alti segretari di Stato tedeschi si riunì a Berlino per risolvere un problema di logistica. All’ordine del giorno c’era il cibo: come sfamare un esercito di tre milioni di uomini in marcia verso est, dentro l’Unione Sovietica. La conclusione, messa a verbale con la piattezza di una nota d’acquisto, fu che la Wehrmacht si sarebbe nutrita sul territorio occupato e che di conseguenza «decine di milioni di persone» sarebbero morte di fame. Tre settimane dopo, le Direttive di politica economica per Barbarossa ribadirono la stima: «molte decine di milioni» di persone sarebbero diventate superflue.
Il verbale non registra obiezioni. La strategia in sé era antica: i comandanti fanno lo stesso identico calcolo da quando esistono eserciti che assediano città, dalla Gallia di Cesare allo Yemen della coalizione a guida saudita.
I tedeschi ebbero di insolito soltanto il fatto di averlo messo per iscritto. Perché allora l’arma più efficace della storia militare continua a essere classificata come un effetto collaterale?
La logica dello stomaco vuoto
Le ragioni strategiche della fame non sono complicate. Una popolazione affamata non può combattere, produrre né resistere. A differenza del bombardamento, la fame non richiede munizioni e porta alla resa senza che l’attaccante subisca perdite. Lascia anche intatte le infrastrutture, a disposizione del conquistatore: la città assediata, una volta presa, conserva i granai, le strade e le botteghe che un bombardamento avrebbe distrutto. L’arma annienta i difensori e intanto preserva il bottino.
Cesare lo capì ad Alesia, nel 52 a.C. Davanti a una fortezza in cima a un colle, tenuta da circa ottantamila Galli agli ordini di Vercingetorige, scelse di non darle l’assalto. Costruì invece un anello interno di fortificazioni lungo circa sedici chilometri, punteggiato da ventitré ridotte, e lo protesse con una linea esterna di circa ventuno chilometri rivolta contro l’esercito gallico di soccorso. Quando i soccorritori attaccarono dall’esterno e la guarnigione tentò la sortita dall’interno, la doppia linea resse. Ma la fame aveva fatto il suo lavoro prima dell’ultima battaglia. Lo stesso Cesare racconta che il grano della guarnigione era già finito: un nobile gallico esortò i compagni a sopravvivere nutrendosi dei corpi di chi era troppo vecchio o debole per combattere, e i civili della città furono cacciati fuori a morire di fame tra le due linee. Quando l’esercito di soccorso si infranse contro le opere esterne, ai difensori non restò più nulla da attendere. Il giorno dopo Vercingetorige si arrese.
Ottant’anni prima, Scipione Emiliano aveva applicato la stessa logica a Numanzia. Per vent’anni i guerrieri celtiberi avevano inflitto dure perdite agli eserciti romani in campo aperto. Scipione portò sessantamila uomini contro una città che, secondo il conto di Appiano, contava appena ottomila combattenti già prima dell’inizio della guerra, e invece di attaccare costruì un muro con torri e fossati. Sbarrò il fiume con travi galleggianti perché nulla potesse scendere con la corrente, e poi aspettò. Nei mesi successivi i Numantini masticarono pelli bollite, poi mangiarono i morti. Quando i superstiti uscirono infine barcollando per arrendersi, erano a stento riconoscibili come esseri umani: emaciati, coi capelli incrostati, le unghie cresciute come artigli. Molti scelsero di non uscire affatto: Appiano racconta che i difensori chiesero un giorno di tregua perché chi ancora teneva alla libertà potesse togliersi la vita. Scipione tenne cinquanta superstiti per il suo trionfo, vendette gli altri come schiavi e rase al suolo la città.
È l’aritmetica delle calorie a rendere la guerra d’assedio razionale e non soltanto crudele. Una popolazione di ottantamila persone ha bisogno all’incirca di quaranta-sessanta tonnellate di grano al giorno, stimando da mezzo chilo a tre quarti di chilo a testa. È una catena di approvvigionamento fragile. Richiede strade aperte, mercati funzionanti, un entroterra agricolo, carri e bestie da soma che si muovano secondo un calendario. Un attaccante capace di spezzarla non ha bisogno di aprire una breccia nelle mura: l’esercito assediante, con le linee di rifornimento aperte alle spalle, aspetta mentre i corpi dei difensori consumano sé stessi. Per settimane vanno avanti soprattutto con le riserve di grasso, e i muscoli vengono risparmiati il più possibile, ma mai del tutto; finito il grasso, l’organismo comincia a consumare sul serio muscoli e tessuto degli organi, mentre la capacità del sistema immunitario di respingere le infezioni crolla. I tempi sono prevedibili, l’esito quasi certo, e le perdite dell’assediante si limitano a quanto gli affamati riescono a infliggere con sortite sempre più fiacche. A lui basta mantenere il perimetro.
E gli effetti dell’arma si sommano. Un assedio che finisce per fame è un avvertimento per la città successiva, e così ogni impiego abbassa il costo del successivo: la reputazione dell’assediante precede il suo esercito e fa parte del lavoro prima che si scavi la prima trincea.
Cesare conosceva bene l’aritmetica della reputazione. Un anno dopo Alesia, quando la città d’altura di Uxelloduno resisteva con i granai ancora pieni, le tagliò invece l’accesso all’acqua. Ottenuta la resa, fece mozzare le mani a ogni uomo che avesse portato le armi, dichiaratamente come monito per chiunque altro fosse tentato di resistere.
L’industrializzazione della fame
L’assedio antico funzionava attraverso l’accerchiamento fisico: mura di pietra intorno a una città, fossati scavati a mano, soldati di guardia. Esigeva che un assediante investisse un luogo preciso con una forza precisa. Il Novecento scoprì che si poteva ottenere lo stesso risultato senza mura. Il principio, controllare il sostentamento per piegare una popolazione, rimase lo stesso; cambiarono la scala e i mezzi del controllo. La gestione amministrativa dei prelievi di grano, gli orari ferroviari, l’accesso ai porti e le burocrazie della distribuzione potevano affamare popolazioni su scala continentale, non più sul fianco di una collina. Un governo non aveva più bisogno di circondare una città; gli bastava controllare le carte che stabilivano chi mangiava e chi no.
Il Piano della fame nazista, formalizzato nelle settimane successive a quella riunione del maggio 1941, è il caso più esplicitamente documentato di fame come politica di Stato. Herbert Backe, il suo principale artefice, prevedeva di far morire deliberatamente di fame circa trenta milioni di cittadini sovietici per dirottare la produzione agricola verso la Wehrmacht durante l’operazione Barbarossa. L’impostazione era quella di una logistica a somma zero: il territorio sovietico occupato avrebbe prodotto il grano, l’esercito tedesco lo avrebbe consumato, e chi lo aveva coltivato ne avrebbe fatto a meno. I documenti di pianificazione esponevano, senza eufemismi, un problema di allocazione delle risorse in cui le vite sovietiche erano la variabile da eliminare.
L’attuazione seguì immediatamente l’invasione. Nell’agosto 1941 l’esercito tedesco fissò una razione ufficiale di 2.200 calorie al giorno per i prigionieri di guerra sovietici impiegati nei lavori forzati, già troppo poco per restare in vita sotto un lavoro pesante. E anche quella razione era una finzione. In pratica i prigionieri ricevevano molto meno, e molti sopravvivevano con circa 700 calorie al giorno, un apporto che porta all’insufficienza degli organi nel giro di settimane. Dei 5,7 milioni di soldati sovietici catturati ne morirono circa 3,3 milioni, nella stragrande maggioranza per fame deliberata, per l’esposizione al freddo e per malattie nate dal collasso nutrizionale. Nel febbraio 1942, dei 3,3 milioni di prigionieri catturati fino a quel momento, due milioni erano già morti. Morirono anche i civili: Timothy Snyder stima che le forze tedesche abbiano fatto morire deliberatamente di fame circa un milione di persone durante l’assedio di Leningrado e altre centomila circa nelle carestie pianificate nelle città ucraine.
Il Piano della fame era pianificazione delle risorse, redatta prima dell’invasione, con le vite sovietiche collocate sul lato sacrificabile di un foglio di calcolo logistico.
Il governo di Stalin aveva compiuto un calcolo parallelo in Ucraina il decennio precedente, pur senza l’utile franchezza dei tedeschi. Il raccolto del 1932 fu scarso, colpito dalla collettivizzazione forzata, dalla mancanza di animali da tiro e da una stagione con troppa poca pioggia in primavera e troppa in estate. Ma un cattivo raccolto non è una carestia. A trasformarlo in carestia furono gli ammassi: Mosca continuò a prelevare grano dai villaggi ucraini molto dopo che questi non avevano più nulla da cedere. Storici che non sono d’accordo quasi su nient’altro, da Stanislav Kul’čyc’kyj a Stephen Wheatcroft, che attribuisce più peso al clima, convergono su un punto: fu la politica dello Stato a trasformare la penuria in morte di massa. Quando i funzionari locali segnalarono che le quote di ammasso stavano provocando la fame, Mosca ridusse effettivamente l’obiettivo ucraino del 1932, e più di una volta. Non lo ridusse mai abbastanza, e intanto inasprì i controlli — inviando brigate a confiscare il grano nascosto, mettendo interi villaggi sulla lista nera per le merci, imponendo controlli sui passaporti interni che inchiodavano i contadini affamati dove si trovavano.
I demografi stimano che nella carestia che ne seguì siano morti circa 3,9 milioni di ucraini. Il novanta per cento dei decessi avvenne nel 1933, quando le scorte invernali erano esaurite.
L’Holodomor fu una politica di prelievo che sottrasse il cibo con cui una popolazione avrebbe potuto sopravvivere. Molti storici, sulla scia di Robert Conquest e di Kul’čyc’kyj, lo considerano un genocidio — la carestia come disciplina politica contro una nazione la cui identità distinta Mosca percepiva come una minaccia; altri, come Wheatcroft, vi vedono una catastrofe estesa a tutta l’Unione Sovietica, frutto di una politica spietata più che di un piano premeditato contro gli ucraini. Lo Stato sovietico non aveva bisogno di mura intorno all’Ucraina, perché controllava i silos, le ferrovie e i posti di blocco dei confini interni.
Il Bengala del 1943 completò lo schema del Novecento. Delle sei grandi carestie indiane tra il 1870 e il 2016, quella del Bengala del 1943 fu l’unica non legata a una siccità dovuta alla carenza di umidità del suolo. La natura fece la sua parte: il raccolto di riso aman della fine del 1942 fu nettamente inferiore al previsto. A trasformare quel calo in una carestia che uccise da due a tre milioni di persone fu la politica.
Le politiche britanniche di negazione delle risorse confiscarono scorte di riso e imbarcazioni nel Bengala costiero perché non potessero essere usate dalle forze giapponesi in avanzata — misure da terra bruciata che distrussero le reti locali di distribuzione del cibo. La caduta della Birmania aveva già interrotto le consuete importazioni di riso del Bengala, e per tutto il 1943 il Gabinetto di guerra a Londra respinse o ridimensionò le richieste indiane di grano d’importazione. Quando Leopold Amery, segretario di Stato per l’India, rivolse al Gabinetto di guerra un ultimo disperato appello per ottenere più naviglio, nell’autunno del 1943, annotò nel suo diario che Churchill aveva risposto con «una sparata preliminare sugli indiani che si riproducono come conigli e che noi paghiamo un milione al giorno perché non facciano nulla per la guerra». I diari di Amery sono la fonte principale delle sfuriate di Churchill sul Bengala, e Madhusree Mukerjee vi fonda gran parte del suo atto d’accusa contro di lui.
La decisione strutturale era chiara: nella gerarchia delle risorse i sudditi coloniali venivano dopo il teatro europeo. I difensori di Churchill ricordano i vincoli del naviglio, l’interdizione navale giapponese nel golfo del Bengala e le spedizioni di grano che alla fine arrivarono. Ma quei vincoli riflettevano delle priorità oltre che una scarsità. Gli altri teatri venivano prima. Nell’estate del 1943 l’India chiese mezzo milione di tonnellate di frumento; alla fine dell’anno ne aveva ricevute circa ottantamila tonnellate di frumento.
La carestia del Bengala: una storiografia contesa
La colpevolezza di Churchill resta oggetto di un acceso dibattito. L'International Churchill Society e l'Hillsdale Churchill Project sostengono che le perdite di naviglio in tempo di guerra, l'attività navale giapponese e il grano che raggiunse effettivamente l'India dimostrino vincoli reali e non un abbandono deliberato. Contro questa tesi stanno il dato sull'umidità del suolo, secondo cui, a differenza di tutte le altre grandi carestie indiane dal 1870, quella del Bengala non fu legata alla siccità; la tesi di Amartya Sen secondo cui la disponibilità complessiva di cibo in Bengala non era eccezionalmente bassa e la carestia derivò da un collasso distributivo provocato dall'inflazione di guerra e dalla speculazione, anche se Cormac Ó Gráda e altri storici successivi ritengono che il calo del raccolto del 1942 fosse reale e grave; e le prove documentarie che Londra respinse o rinviò ripetutamente le richieste di importazioni alimentari mentre riforniva gli altri teatri. Il peso degli studi indica nel fallimento politico la causa principale. Se quel fallimento equivalga a un uso deliberato della fame come arma o a una negligenza catastrofica entro i vincoli della guerra resta controverso, e politicamente incandescente.
Nel Novecento gli Stati moderni portarono l’arma su un’altra scala. Il Piano della fame uccise milioni di persone senza che un comandante sguainasse una lama, e l’Holodomor affamò una nazione con quote di ammasso e orari ferroviari. Il Bengala mostrò che più di due milioni di persone potevano morire mentre le navi che avrebbero potuto salvarle venivano destinate altrove. La burocrazia rese inoltre la fame negabile in un modo che nessun muro d’assedio aveva mai consentito.
Il Biafra e la nascita della carestia in televisione
Il blocco imposto al Biafra dal governo federale nigeriano a partire dal 1967 era totale: porti sigillati e vie di terra controllate dalle truppe federali. Mentre le forze federali avanzavano nel corso del 1968, il territorio biafrano si restringeva e le possibilità di rifornimento si riducevano a una manciata di piste d’atterraggio che operavano sotto il fuoco.
A differenza dell’Unione Sovietica nel 1932 o dell’Impero britannico nel 1943, alcuni dei massimi dirigenti nigeriani lo dissero apertamente. «In guerra tutto è lecito, e la fame è una delle armi della guerra», disse ai giornalisti il commissario federale alle Finanze, il capo Obafemi Awolowo. «Non vedo perché dovremmo ingrassare i nostri nemici solo perché ci combattano con più forza». Gli aiuti diventarono merce di scambio per entrambe le parti. Lagos obiettava che i voli umanitari notturni facevano da copertura alle consegne di armi; il leader del Biafra, Odumegwu Ojukwu, rifiutava i voli di soccorso diurni verso la pista di Uli, adducendo ragioni di sicurezza. Stretti tra i due, i civili dell’enclave morivano di fame.
Le stime dei decessi al culmine della carestia, nella seconda metà del 1968, venivano da organizzazioni umanitarie e giornalisti che avevano dietro di sé ben pochi conteggi affidabili. Andavano da qualche migliaio fino a diecimila morti al giorno, e molti dei morti erano bambini piccoli. Il kwashiorkor, la grave malnutrizione che produce i ventri gonfi caratteristici dei bambini affamati, diventò il segno distintivo della carestia.
Le stime del totale dei morti, in gran parte per fame, vanno da mezzo milione a due milioni, e alcune arrivano a tre milioni. Nessuno contava con attenzione, perché nessuno di quelli che avevano il potere di fermare la carestia considerava il conteggio una priorità.
Ciò che distinse il Biafra fu che, per la prima volta, il mondo guardava. Le telecamere, ancora relativamente nuove come strumento per raccontare la guerra, portarono nel giro di pochi giorni le immagini di bambini emaciati nei salotti occidentali. Quelle immagini crearono la grammatica visiva delle cronache sulle carestie che dura ancora oggi e diedero l’impulso fondativo a Medici Senza Frontiere, nata nel 1971 per iniziativa di medici francesi che avevano prestato servizio con la Croce Rossa in Biafra, insieme a un gruppo di giornalisti medici. I medici del Biafra erano giunti alla conclusione che testimoniare senza parlare pubblicamente significava rendersi complici del silenzio.
Il mondo rispose alla fame di massa, ora visibile, con la carità. Chiese e organizzazioni umanitarie allestirono il ponte aereo per il Biafra, portando cibo di notte su piste assediate, sotto il fuoco della contraerea nigeriana, con aerei da carico spesso a malapena in condizione di volare. Il ponte aereo fu straordinario come impresa logistica e di coraggio, ma sul piano strategico non cambiò nulla: il blocco continuò, e gli affamati continuarono a morire di fame, alcuni un po’ più lentamente. La Nigeria non subì alcuna conseguenza giuridica per un blocco che uccise centinaia di migliaia di civili, e non avrebbe potuto subirne, perché nel 1967 nessuna norma di diritto pattizio vietava la fame come metodo di guerra. Il governo invocò il proprio diritto sovrano di reprimere una ribellione secessionista, e il diritto internazionale vigente non offriva agli Stati neutrali alcuna base per forzare un blocco dichiarato.
La riforma giuridica che il Biafra contribuì a provocare arrivò nel 1977: l’articolo 54 del Primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra stabilì che «è vietato, come metodo di guerra, far soffrire la fame alle persone civili», e l’articolo 14 del Secondo Protocollo aggiuntivo estese lo stesso divieto alle guerre civili come quella nigeriana.
Arrivò sette anni dopo la fine della guerra, quando i morti erano sepolti e le telecamere se n’erano andate: la legge giunse dopo l’indignazione, troppo tardi per le persone la cui morte l’aveva provocata.
L’architettura di carta del divieto
L’eredità del Biafra avrebbe dovuto essere un quadro giuridico che rendesse impossibile usare la fame senza conseguenze. L’arma sopravvive nello scarto tra il testo della legge e la sua applicazione.
A prima vista, la cronologia giuridica fa impressione. L’articolo 54 del Primo Protocollo aggiuntivo, adottato nel 1977, vieta di attaccare, distruggere, asportare o rendere inutilizzabili i beni indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile, come i raccolti, il bestiame, le installazioni idriche e le opere di irrigazione, e l’articolo 14 del Secondo Protocollo aggiuntivo applica la stessa regola alle guerre civili. Lo Statuto di Roma fa della fame inflitta intenzionalmente un crimine di guerra nei conflitti armati internazionali. La risoluzione 2417 del Consiglio di sicurezza, adottata all’unanimità nel maggio 2018, fu la prima risoluzione del Consiglio a riconoscere esplicitamente il legame tra conflitti armati e fame, e condannò con forza l’uso della fame inflitta ai civili come metodo di guerra. Nel dicembre 2019 l’Assemblea degli Stati parte adottò per consenso l’emendamento svizzero che estende lo Statuto di Roma alla fame nei conflitti armati non internazionali, le guerre civili e le insurrezioni in cui oggi la fame viene usata più spesso. Il testo dell’emendamento è chiaro: affamare intenzionalmente i civili come metodo di guerra privandoli dei beni indispensabili alla loro sopravvivenza, compreso l’ostacolare deliberatamente l’invio dei soccorsi.
Sulla carta, la fame come metodo di guerra è illegale sotto ogni profilo. Nella pratica, resta a disposizione di chiunque sia abbastanza potente da usarla. I difetti strutturali dietro questo scarto sono precisi, e furono documentati già al momento dell’adozione.
Il primo è che l’emendamento del 2019 si applica soltanto agli Stati membri della CPI che scelgono singolarmente di ratificarlo, e soltanto un anno dopo la loro ratifica. Gli Stati che non lo fanno restano fuori dalla portata della Corte per questo capo d’accusa.
Il giorno dopo l’adozione per consenso dell’emendamento, un commentatore di diritto internazionale espose il difetto senza giri di parole: «Uno Stato membro sarebbe pazzo a sottoporsi volontariamente a un nuovo crimine che un giorno potrebbe voler commettere».
Il secondo è la giurisdizione. La CPI ha bisogno di un deferimento da parte del Consiglio di sicurezza, oppure di crimini commessi sul territorio di uno Stato che ha accettato la Corte, oppure di un imputato cittadino di uno Stato del genere. I cinque membri permanenti del Consiglio dispongono del veto, quindi un deferimento da parte del Consiglio di uno di loro, o dei loro stretti alleati, è di fatto escluso. Uno Stato estraneo alla Corte che affama la popolazione sul proprio territorio resta irraggiungibile, a meno che il Consiglio non lo deferisca, come fece con la situazione del Darfur nel 2005, o che lo Stato stesso accetti la giurisdizione della Corte. Dove la Corte ha giurisdizione territoriale, può agire: nel novembre 2024 ha emesso mandati d’arresto nei confronti del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e dell’ex ministro della Difesa, Yoav Gallant, che comprendono il crimine di guerra di uso della fame come metodo di guerra a Gaza, la prima volta che la Corte formula questa accusa. Israele respinge le accuse e la giurisdizione della Corte. Le imputazioni sono accuse che nessun tribunale ha ancora giudicato.
Il terzo è la prova dell’intenzione. Lo standard giuridico richiede di dimostrare che i soccorsi sono stati ostacolati deliberatamente o che c’è stata una privazione intenzionale, ma blocchi e restrizioni all’accesso vengono abitualmente presentati come operazioni militari legittime con sfortunate conseguenze umanitarie. Per legge l’intenzione può essere desunta da fatti e circostanze, ma le prove che la dimostrano nel modo più netto, come le comunicazioni interne, i documenti di pianificazione e le decisioni prese ai vertici del comando, sono per definizione inaccessibili mentre un conflitto è in corso.
Il processo tedesco contro presunti membri di una milizia filo-Assad per l’assedio del campo di Yarmuk, a Damasco, mostra quanto sia difficile anche in condizioni favorevoli. Nel luglio 2025 la procura ha aggiunto un’accusa di uso della fame contro uno degli imputati, e il processo aperto a Coblenza nel novembre successivo è il primo in cui un tribunale esamina l’assedio per fame di Yarmuk. Il regime che condusse l’assedio è caduto e gli imputati sono in custodia — eppure l’accusa deve ancora dimostrare che gli imputati hanno usato la fame come arma consapevolmente e intenzionalmente, non soltanto che i civili hanno sofferto la fame. Contro uno Stato funzionante, dotato di peso diplomatico e di sicurezza operativa, prove del genere sono molto più difficili da ottenere.
La legge è stata costruita dagli stessi Stati che avrebbero dovuto rispettarla, e questi hanno accettato le note insufficienze dei suoi meccanismi al momento dell’adozione, apertamente e agli atti. Le norme vietano la pratica; il sistema che dovrebbe farle rispettare rende molto improbabile che uno Stato potente o un suo alleato finisca mai sotto processo per averla usata.
Provare «l'intenzione di affamare»: i meccanismi giuridici
Il diritto internazionale umanitario distingue tre cose: l'assedio, che può essere lecito se proporzionato; il blocco, il cui status ai sensi del Primo Protocollo è ambiguo; e il diniego deliberato dei soccorsi umanitari, che è chiaramente criminale ma difficile da provare senza documenti interni. La distinzione crea una zona grigia che i belligeranti sfruttano sistematicamente. Uno Stato può chiudere un porto, ritardare le ispezioni sui carichi di aiuti, restringere i corridoi umanitari uno a uno — rivendicando per ogni atto uno scopo militare legittimo. L'effetto cumulativo è la fame di massa, visibile ai satelliti, ai giornalisti e alle Nazioni Unite. L'intenzione richiesta per l'azione penale può essere desunta da quello schema, ma si dimostra nel modo più netto dall'interno della stanza in cui è stata presa la decisione.
Il processo per Yarmuk mette alla prova la possibilità di dimostrare in tribunale l'intenzione di affamare contro membri di una milizia, nel primo processo che esamina l'assedio di Yarmuk. Contro i funzionari di uno Stato sovrano la prova è ora cominciata: i mandati della CPI del 2024 per Gaza si fondano sulla constatazione che i dirigenti israeliani abbiano privato intenzionalmente i civili di cibo, acqua, medicinali e carburante. Quelle constatazioni sostengono mandati d'arresto, non condanne, e Israele le respinge. Nessun caso di uso della fame è ancora arrivato a sentenza davanti alla Corte.
Yemen, Sudan e il presente permanente
L’arma descritta nelle sezioni precedenti è in uso oggi, accanto alla legge che dovrebbe vietarla, e lo scarto tra le due non si è chiuso.
Il blocco imposto allo Yemen dalla coalizione a guida saudita a partire dal 2015 interruppe i voli commerciali per Sana’a dall’agosto 2016 e limitò ripetutamente l’accesso a Hodeida — il porto da cui prima della guerra arrivava circa il settanta per cento delle importazioni yemenite, in gran parte cibo, carburante e aiuti. Navi già autorizzate dal meccanismo di ispezione dell’ONU venivano dirottate verso un’area di attesa della coalizione, e alcune furono trattenute o respinte. All’inizio del 2022 si stimava che 17,4 milioni di yemeniti si trovassero in condizioni di insicurezza alimentare acuta di livello elevato, 31.000 dei quali in condizioni simili alla carestia. Entrambe le parti furono accusate di usare il cibo come arma: il Gruppo di eminenti esperti dell’ONU riferì che le parti in conflitto usavano la fame come metodo di guerra, e Human Rights Watch concluse che il blocco imposto dalla coalizione nel 2017 lasciava pensare che questa «possa aver usato la fame dei civili come arma di guerra».
Nell’ottobre 2018 il capo degli affari umanitari dell’ONU, Mark Lowcock, avvertì che una carestia nello Yemen sarebbe stata «molto più grande di qualunque cosa un professionista di questo settore abbia visto nel corso della propria carriera».
Nessuno è stato perseguito. Il Gruppo di eminenti esperti internazionali e regionali dell’ONU documentò violazioni commesse da tutte le parti in conflitto, costruendo un fascicolo che in teoria avrebbe potuto sostenere future azioni penali. Nell’ottobre 2021, dopo un’intensa campagna di pressioni dell’Arabia Saudita e dei suoi partner di coalizione, il Consiglio per i diritti umani votò contro il rinnovo del mandato del gruppo, con 21 Stati contrari, 18 favorevoli e 7 astenuti. L’unico organismo internazionale che indagava sui crimini di guerra nello Yemen fu chiuso su sollecitazione delle parti dello stesso conflitto su cui indagava.
In Sudan, l’Humanitarian Research Lab di Yale ha accertato che le Forze di supporto rapido hanno raso al suolo sistematicamente 41 comunità agricole intorno a El-Fasher tra marzo e giugno 2024, i primi mesi di un assedio durato diciotto mesi. Dieci comunità furono attaccate più di una volta, e una fu rasa al suolo almeno sette volte. Gli obiettivi erano fattorie, non infrastrutture militari: recinti per il bestiame distrutti, contadini sfollati o uccisi, capacità di produrre cibo cancellata proprio nella finestra in cui bisognava seminare. Due terzi delle comunità colpite non mostrarono in seguito alcun segno di vita nelle immagini satellitari.
Nel settembre 2025 la Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti dell’ONU ha riferito separatamente che le RSF hanno usato la fame come metodo di guerra, compresa la privazione deliberata di cibo, medicinali e soccorsi, il che potrebbe configurare crimini contro l’umanità, incluso lo sterminio. Le Forze armate sudanesi non sono spettatrici innocenti: la stessa missione ha constatato che entrambe le forze distruggevano ciò di cui i civili hanno bisogno per sopravvivere, compresi mercati, sistemi alimentari e idrici e centri medici, mentre in tutto il conflitto l’accesso umanitario veniva ostacolato, i convogli attaccati e gli operatori umanitari presi di mira, con più di 84 operatori umanitari sudanesi uccisi tra l’aprile 2023 e l’aprile 2025.
Nel giugno 2024 esperti indipendenti dell’ONU avvertirono che «sia le SAF sia le RSF stanno usando il cibo come arma e affamando i civili». Nel maggio 2026 l’IPC ha stimato che quasi 19,5 milioni di persone, due sudanesi su cinque, si trovassero in una fase di crisi alimentare o peggiore, e ha previsto un deterioramento delle condizioni per tutta la stagione di magra. Nell’ottobre 2026 ha avvertito di un rischio crescente di carestia in alcune zone del Darfur e del Kordofan.
La risoluzione 2417 e l’emendamento allo Statuto di Roma sono entrambi in vigore. Il Darfur è perfino davanti alla Corte penale internazionale dal deferimento del Consiglio di sicurezza del 2005: nel 2025 la Corte ha condannato il comandante janjawid Ali Kushayb per atrocità commesse due decenni prima, e i suoi procuratori indagano sui crimini delle RSF a El-Fasher. Ma nessuno è stato ancora accusato pubblicamente di aver affamato i civili del Sudan.
Esperti indipendenti dell’ONU per i diritti umani hanno chiesto a entrambe le parti in Sudan di smettere di usare la fame come arma; l’appello è rimasto inascoltato. La risposta internazionale nello Yemen e in Sudan segue il modello del Biafra: aiuti umanitari e condanne giuridiche, ma nessuno che le faccia valere.
Dichiarazioni e rapporti si accumulano mentre la macchina della responsabilità gira a stento. Cinquantacinque anni di sviluppo del diritto separano il Biafra da El-Fasher, e in tutto questo tempo nessun tribunale internazionale ha condannato qualcuno per aver affamato i civili come metodo di guerra.
I funzionari tedeschi riuniti il 2 maggio 1941 furono eccezionali soltanto nella disponibilità a mettere per iscritto la loro strategia. Ciò che gli Stati moderni hanno imparato con l’architettura giuridica successiva al 1977 è evitare quella franchezza, e non produrre mai la documentazione nuda, verbalizzata, dell’intenzione che regge l’accusa di un procuratore.
La versione contemporanea si presenta con carte più in ordine. I blocchi prevedono eccezioni umanitarie che restano sulla carta, le politiche di negazione delle risorse vengono ripresentate come necessità militare, e i corridoi per gli aiuti si aprono quando ci sono le telecamere e si chiudono quando se ne vanno. Le pressioni diplomatiche colpiscono gli organismi incaricati di indagare sui belligeranti invece che i belligeranti stessi.
Ciascuno di questi atti, preso da solo, è negabile, e la fame di massa che eccezioni rimaste sulla carta, dinieghi e corridoi chiusi finiscono per produrre viene attribuita alla nebbia della guerra e alla difficoltà di consegnare aiuti nelle zone di conflitto.
La fame ha funzionato da Alesia a El-Fasher, e il regime giuridico creato per vietarla è stato costruito da Stati che hanno scelto, attraverso i meccanismi che hanno adottato, di rendere molto improbabile che chi la usa debba mai comparire davanti alla corte che l’ha dichiarata criminale.
Nella lingua dei funzionari, «Decine di milioni moriranno di fame» è diventato «stiamo facendo tutto il possibile».
Tra il Piano della fame del 1941 e un’immagine satellitare del 2024 dei campi bruciati del Sudan, l’aritmetica non è cambiata.
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Media
Fonti principali e riferimenti
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Timothy Snyder, “Holocaust: The Ignored Reality,” The New York Review of Books, July 16, 2009. https://www.nybooks.com/articles/2009/07/16/holocaust-the-ignored-reality/
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