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In breve
Il 17 ottobre a Limoges un gruppo ha dato fuoco al municipio, e circa 550.000 persone hanno sfilato in tutta la Francia, contro le 200.000 previste. La folla veniva da due movimenti: uno era nato con uno sciopero in un liceo di Créteil, l’altro con un video anonimo su TikTok sul carburante. Il suo autore ha detto che non avrebbe organizzato il corteo. Nessuno parlava a nome di tutta la folla. Così il governo non aveva un unico interlocutore con cui trattare. Gli studenti sono attesi a Matignon, ma il prezzo del carburante, la causa che ha fissato la data, lì non ha nessun delegato.
Indice
Un municipio in fiamme
A Limoges il corteo era partito tranquillo, sabato 17 ottobre. Alla fine del pomeriggio un gruppo aveva preso d’assalto il municipio e appiccato il fuoco al pianterreno, e le fiamme avevano presto raggiunto il tetto. I vigili del fuoco arrivarono poco dopo le sei. Verso le otto e mezza crollò il campanile, la torre che è l’emblema della città, e nel fine settimana le immagini della caduta circolarono ovunque in rete. Quella sera il prefetto e il sindaco dissero che l’edificio ottocentesco era in gran parte perduto.

Il sindaco, Guillaume Guérin, raccontò che i vigili del fuoco gli avevano consegnato una bandiera francese sottratta alle fiamme, e che forse era quanto restava del municipio. Poi tracciò una linea tra l’edificio e ciò che rappresentava: «È un monumento che brucia, ma non è la Repubblica». Bruciava un monumento; la Repubblica, disse, avrebbe tenuto.
Altrove, a Parigi, Marsiglia, Lione, Bordeaux e in altre città, gruppi di persone saccheggiarono centinaia di negozi. Nella capitale, intanto, una folla pacifica sfilava verso il nord-ovest della città cantando l’inno nazionale e sventolando bandiere, e c’era chi suonava la tromba o il violino.
Le dimensioni della giornata colsero di sorpresa chi aveva il compito di prevederle. I servizi d’intelligence si aspettavano circa 200.000 manifestanti in tutto il Paese. Il ministero dell’Interno ne contò circa 550.000, in 110 cortei; gli organizzatori ne rivendicarono 800.000. La folla che avevano sottovalutato non aveva un’unica origine.
Nasceva da due movimenti partiti separatamente. Uno era cominciato con uno sciopero del personale per i posti vacanti in un solo liceo, un istituto superiore pubblico, a Créteil, nella periferia di Parigi, il 17 settembre. L’altro era cominciato prima, con un video anonimo su TikTok sul prezzo del carburante che indicava il 17 ottobre come il giorno in cui scendere in piazza.
Due appelli, una data
Prima arrivò l’appello sul carburante. All’inizio di settembre un account TikTok pubblicò uno dei primi video che indicavano il 17 ottobre come giornata di protesta contro il prezzo dei carburanti. In una settimana aveva raccolto quasi 300.000 «mi piace», e alcuni account anonimi facevano girare la data. Il suo autore fu chiaro sul proprio ruolo: «io non la organizzo», disse. Delle pratiche avrebbe dovuto occuparsi qualcun altro.
La rabbia che aveva intercettato non era difficile da trovare. Il 9 settembre la SP95-E10, la benzina più diffusa, toccò il prezzo medio più alto dall’inizio della guerra in Medio Oriente, e più avanti nello stesso mese i prezzi alla pompa continuavano a segnare record. Ad agosto la guerra con l’Iran aveva già perturbato le forniture di greggio e di carburanti, e il divieto russo di esportare diesel le aveva ridotte ancora. A settembre i prezzi al consumo in Francia erano più alti del 3,1 per cento rispetto a un anno prima, una cifra modesta che nascondeva quanto pagavano gli automobilisti: il diesel era salito del 44,1 per cento. Il 22 settembre il governo prorogò il suo contributo sul carburante per i lavoratori che vanno al lavoro in auto e lo estese a più persone, con un pacchetto di circa 450 milioni di euro.
Il fronte della scuola partì dal personale. Il 17 settembre insegnanti e personale ausiliario del liceo Saint-Exupéry di Créteil incrociarono le braccia per i posti rimasti scoperti. Il giorno dopo si unirono a loro gli studenti, e il 21 settembre bloccarono la scuola, lo stesso giorno in cui andarono a trovarli alcuni deputati di La France insoumise (LFI), il partito della sinistra radicale. Qualche liceo altrove era bloccato fin dall’inizio dell’anno scolastico, ma sia il sindacato studentesco USL sia una fonte dell’amministrazione scolastica considerano Créteil il punto di partenza del movimento nazionale. Le lamentele erano concrete: classi troppo numerose, insegnanti assenti e non sostituiti, edifici malridotti, orari così lunghi che un cartello davanti a un liceo parigino contava più ore di lezione che di sonno. Gli studenti chiedevano anche di abolire Parcoursup, la piattaforma nazionale che smista i diplomati verso l’istruzione superiore.

Poi la vertenza di Créteil si chiuse. Una decina di giorni dopo l’inizio della protesta, gli studenti ottennero i supplenti e le attrezzature che avevano chiesto, e tornarono in classe. Ormai la loro protesta aveva viaggiato senza di loro. Un’intervista video a otto studenti del Saint-Exupéry, pubblicata il 24 settembre, si diffuse su TikTok, e il 28 settembre la stessa autorità scolastica di Créteil definì i social network «un amplificatore di mobilitazione». L’8 ottobre il ministro dell’Istruzione, Édouard Geffray, annunciò più di 3.000 supplenti per i licei che ne avevano più bisogno e diverse centinaia di assunzioni aggiuntive. Una settimana dopo gli studenti erano ancora in piazza: gli annunci del governo erano stati giudicati insufficienti.
Il 16 ottobre i due fronti si erano ormai uniti. L’appello per il 17 ottobre, lanciato contro il carovita e il prezzo della benzina, raccoglieva altre rivendicazioni, e il movimento dei liceali ne era diventato uno dei catalizzatori. Aderì il sindacato CGT, insieme a Solidaires e al sindacato agricolo Confédération paysanne. Jérôme Rodrigues, uno dei volti della rivolta dei gilet gialli del 2018, disse che «i gilet gialli devono essere solidali con i liceali». La CFDT e Force ouvrière, altre due confederazioni sindacali, si tennero in disparte, conservando le forze per una giornata di sciopero il 5 novembre che i principali sindacati, CGT compresa, avevano proclamato insieme. Quel giorno, tra chi prese la parola come organizzatore c’erano la CGT e alcune organizzazioni studentesche. Nessuno parlava a nome dell’intera folla.
Come una vertenza scolastica diventò una causa
Il modo in cui la polizia gestì i blocchi diventò a sua volta un motivo di protesta. Secondo i dati del ministero dell’Interno, tra il 21 settembre e il 2 ottobre nel movimento dei liceali furono fermate più di 5.000 persone. A metà ottobre il conto aveva superato le 6.000.
Alcune ferite furono permanenti. Il 30 settembre, vicino al liceo Balzac di Tours, un sedicenne fu colpito da un tiro della polizia e perse l’uso dell’occhio destro; il procuratore di Tours disse che le lesioni erano «compatibili» con un proiettile di LBD, il lanciatore che spara proiettili di gomma rigida. Il giorno prima, ad Alençon, un agente aveva afferrato per il collo una ragazza di 14 anni davanti al suo liceo, e i video della scena avevano fatto il giro della rete. Il 5 ottobre a Lens un quindicenne perse una mano quando una granata esplose vicino al liceo Auguste-Béhal. I testimoni non erano d’accordo sul fatto che l’avesse raccolta, e la procura disse che gli inquirenti non avevano stabilito se l’avesse raccolta o se gli fosse caduta addosso. Il ministro dell’Interno, Laurent Nuñez, sospese allora l’uso di un tipo di granata stordente contro i manifestanti dei licei, e solo contro di loro.
La violenza non andava in una sola direzione. Al 4 ottobre il ministro dell’Istruzione segnalava scuole incendiate o devastate e decine di membri del personale docente feriti. Il governo trasse le sue conclusioni. Il 1° ottobre gli uffici del primo ministro definirono il movimento «una manovra organizzata da La France insoumise e dai suoi proxy dell’ultrasinistra»; il coordinatore di LFI, Manuel Bompard, disse che Matignon stava sprofondando nel complottismo. Il ministro della Giustizia, Gérald Darmanin, disse che il Paese era passato dalle manifestazioni dei liceali a un turbamento dell’ordine pubblico.
Alcuni di quelli che sfilarono il 17 ottobre leggevano le stesse settimane in un altro modo. Una diciannovenne di Parigi, Lola, mise le due cause in una sola frase parlando con Reuters: «Ci battiamo perché il costo della vita è troppo alto, perché la benzina costa troppo, perché dei liceali subiscono violenze e ferite in tutto il Paese…». Il carovita, il carburante e gli studenti feriti in tutto il Paese per aver chiesto più insegnanti. In place de la République due persone si arrampicarono sulla statua al centro della piazza e le infilarono un gilet giallo con la scritta «2026 la polizia mutila i liceali».
Testimonianze come questa non dimostrano che a riempire le strade il 17 ottobre sia stato il comportamento della polizia. Spiegano però perché automobilisti arrabbiati per il carburante e studenti arrabbiati per le loro scuole si siano ritrovati dalla stessa parte dei cordoni di polizia.
Il sabato, e gli strumenti dello Stato
Il 17 ottobre il governo schierò nelle strade circa 60.000 poliziotti e gendarmi. Secondo il conteggio del ministero dell’Interno, diffuso il 20 ottobre, quel giorno eseguirono 2.397 fermi, e 997 tra poliziotti e gendarmi rimasero feriti. Nei giorni successivi quasi altre 500 persone furono fermate nel corso delle indagini. La prefettura di polizia di Parigi disse che due uomini erano morti in strada «a margine delle manifestazioni»: un manifestante di 59 anni, accasciatosi lungo il percorso del corteo il sabato sera, e un uomo di 48 anni, accasciatosi vicino a Châtelet nelle prime ore del lunedì. Su entrambe le morti furono aperte inchieste. La prefettura disse che la prima non aveva nulla a che fare con le violenze né con l’azione della polizia; la famiglia disse di valutare una denuncia, se fosse emerso un ruolo dei gas lacrimogeni.
Le ammissioni arrivarono in fretta. Nuñez disse che in alcune grandi città, con centinaia di negozi saccheggiati, «non potete guardare in faccia dei commercianti e dire che non abbiamo perso il controllo». Presentò le dimissioni, ed Emmanuel Macron le respinse, richiamando la necessità di «un comando continuo» delle forze dell’ordine. Darmanin disse: «Abbiamo indiscutibilmente fallito questo fine settimana», e aggiunse che la maggior parte dei fermati erano adulti, spesso già noti alla polizia, e non liceali. Il primo ministro, Sébastien Lecornu, ammise che i servizi d’intelligence non avevano colto la gravità della situazione e che i dispositivi di sicurezza adottati fino ad allora erano stati troppo statici. Marine Le Pen, del Rassemblement National, di estrema destra, e Jean-Luc Mélenchon, di LFI, prima e secondo nei sondaggi di ottobre per le presidenziali dell’aprile 2027, condannarono entrambi i saccheggi.
Il 19 ottobre Lecornu chiese ai prefetti, i rappresentanti dello Stato in ciascun dipartimento, di imporre coprifuoco parziali e locali per proteggere le attività commerciali. In caso di necessità si sarebbe potuto dichiarare lo stato d’emergenza, disse, ma i coprifuoco parziali sembravano più adatti. Quella notte place de la République e il quartiere di Les Halles, a Parigi, furono chiusi dalle 23 alle 6, e città come Lione e Nizza introdussero coprifuoco propri, alcuni solo per i minorenni.
Nel 2005 lo Stato aveva impugnato uno strumento giuridico più pesante. Nel novembre di quell’anno, con le rivolte che si allargavano dalle periferie parigine a quasi 300 comuni, Jacques Chirac dichiarò lo stato d’emergenza in base a una legge del 1955, dei tempi della guerra d’Algeria, che consentiva il coprifuoco ovunque fosse necessario. Nemmeno allora fu chiamato l’esercito; alla domanda se fosse il caso, il primo ministro Dominique de Villepin rispose che la Francia non era a quel punto. Nel 2026 il governo affidò all’esercito un ruolo limitato. Il 20 ottobre Nuñez disse ai deputati che i soldati dell’Opération Sentinelle sarebbero stati schierati soprattutto in compiti di vigilanza fissa presso i siti sensibili, così da spostare poliziotti e gendarmi sulla gestione dell’ordine pubblico.
Che cosa fanno davvero i soldati di Sentinelle
L'Opération Sentinelle fu istituita dopo gli attentati terroristici di Parigi del gennaio 2015 per mettere soldati di guardia ai luoghi di culto e ad altri siti sensibili, a sostegno della polizia e della gendarmeria. Le sue dimensioni si fraintendono facilmente. Nel gennaio 2025 il ministero delle Forze armate la stimava in quasi 7.000 soldati al giorno, una cifra che somma quelli schierati e quelli in riserva. Per le Olimpiadi del 2024 fu portata a 10.000. Un titolo secondo cui sono state schierate truppe in Francia può quindi descrivere una routine che va avanti da un decennio, un rafforzamento temporaneo o un cambio di compiti. La decisione dell'ottobre 2026 era un cambio di compiti: i soldati dovevano prendere in carico i posti di guardia fissi perché più poliziotti potessero essere mandati ai cortei. Quando Nuñez illustrò i suoi piani per il 24 ottobre, il giorno 23, Sentinelle non la nominò affatto. Le unità che nominò, le squadre d'élite RAID, GIGN e BRI, dovevano proteggere gli edifici pubblici, lontano dal contatto con la folla.
Per il 24 ottobre Nuñez annunciò 70.000 poliziotti e gendarmi, 10.000 in più della settimana precedente, con blindati e idranti. I tribunali giudicarono i fermati per direttissima: a Lilla tre uomini tra i 20 e i 25 anni, incensurati, finirono subito in carcere per aver saccheggiato un negozio di videogiochi. L’Assemblea nazionale istituì una commissione d’inchiesta sulle violenze e sulla strategia di ordine pubblico, su richiesta della sua presidente, Yaël Braun-Pivet; al 23 ottobre il Rassemblement National la boicottava, dopo non aver ottenuto nessuno dei tre posti di relatore della commissione. Per il 24 ottobre i coprifuoco sarebbero rimasti in vigore in alcune città e zone sensibili, tra cui l’area intorno a place de la République.
Nessuna di queste misure richiedeva che qualcuno, dall’altra parte, accettasse qualcosa. Senza una guida unica con cui scambiare una concessione, il governo usò ciò che comanda direttamente, e poi mise mano al diritto di manifestare.
Le parole di un presidente, la firma di un prefetto
Il 22 ottobre, dopo un consiglio di sicurezza con i servizi d’intelligence, Macron disse: «La raccomandazione generale è che non ci siano manifestazioni nei prossimi giorni». Quel sabato sarebbero stati autorizzati solo i cortei organizzati dai sindacati, su percorsi scelti per proteggere i negozi, mentre le richieste di «persone che non hanno alcuna legittimità per farlo» sarebbero state respinte.
La legge francese non affida questa scelta a un presidente. Un corteo sulla pubblica via va dichiarato in anticipo, e le autorità possono vietarlo, ma solo con una misura necessaria, adeguata e proporzionata al rischio di disordini; non c’è alcuna autorizzazione da concedere. Nelle città in cui la polizia è una forza nazionale, è il prefetto da solo a decidere se vietare un corteo, e il sindaco non ha alcun potere in materia. Né la legge distingue i manifestanti in base a chi li ha organizzati. «Non c’è nulla nella legge che permetta di distinguere una manifestazione organizzata da un sindacato o da un altro collettivo», ha detto John-Christopher Rolland, docente di diritto pubblico all’università Paris Nanterre. Le parole di Macron potevano funzionare solo come un messaggio ai prefetti.
Due organizzazioni si rivolsero ai giudici. Il 22 ottobre l’Association de défense des libertés constitutionnelles (Adelico) e il Syndicat de la magistrature, un sindacato di magistrati, chiesero al Consiglio di Stato, la più alta giurisdizione amministrativa francese, di sospendere quella che chiamavano la decisione del presidente. Il 23 ottobre il Consiglio respinse i ricorsi, con motivazioni che lasciavano la linea del presidente priva di forza giuridica. Le sue dichiarazioni, si leggeva nell’ordinanza, «non rivelano l’esistenza di una decisione di vietare qualsiasi manifestazione, né di un’istruzione data in tal senso ai prefetti». Spettava ai prefetti valutare, nel momento in cui decidevano, l’entità reale del rischio di disordini posto da ciascun corteo dichiarato o previsto. Il governo vinse perché il Consiglio stabilì che le parole del presidente non avevano, di per sé, vietato nulla né dato istruzioni a nessuno.
Che cosa protegge la sentenza Brokdorf in Germania
Nel febbraio 1981 gli oppositori di una centrale nucleare in costruzione a Brokdorf, nella Germania Ovest, organizzarono proteste contro l'impianto. Prima ancora che le autorità ne fossero informate, il capo dell'amministrazione distrettuale vietò ogni protesta su circa 210 chilometri quadrati intorno al sito. Più di 50.000 persone manifestarono comunque. Nel 1985 la Corte costituzionale federale si servì del caso per fissare una regola. A meno che non si preveda che una protesta nel suo insieme degeneri nella violenza, la libertà di riunione continua a proteggere i partecipanti pacifici anche quando ci si aspetta che singoli individui o una minoranza tra loro ricorrano alla violenza. Un divieto preventivo di un'intera manifestazione deve soddisfare requisiti rigorosi sul modo in cui il rischio è stato valutato, e la possibilità che alcuni manifestanti siano violenti non basta da sola a giustificarlo. Le autorità devono inoltre collaborare con gli organizzatori, e quanto più gli organizzatori fanno per mantenere pacifica una protesta, tanto più alta è la soglia oltre la quale lo Stato può intervenire. Due sociologi francesi che studiano la polizia fanno risalire in parte la successiva pratica tedesca della de-escalation proprio a quel dovere di comunicazione e collaborazione.
Intanto i prefetti usarono il potere che il Consiglio aveva indicato. Per il 24 ottobre i cortei furono vietati a Lione e in diverse altre città. A Parigi la prefettura aveva in un primo momento autorizzato un percorso sindacale dalla Bastiglia a Nation e respinto quello dalla Bastiglia all’Opéra chiesto dai gilet gialli e dal gruppo studentesco Interfac. Poi, nel pomeriggio di venerdì 23 ottobre, vietò il percorso Bastiglia-Nation che aveva concordato con i sindacati il giorno prima. Al suo posto propose un percorso da Porte d’Italie a Porte de Vincennes lungo i boulevards des Maréchaux, ai margini della città. I sindacati rifiutarono e impugnarono la decisione davanti al tribunale amministrativo di Parigi. Ai leader di partito ricevuti da Lecornu a Matignon il 22 ottobre non era andata molto meglio: la sinistra era uscita delusa perché all’ordine del giorno c’era stato l’ordine pubblico anziché una risposta politica alla crisi.
Che cosa può ottenere la piazza
In un sondaggio tra gli elettori iscritti alle liste, condotto nel gennaio 2026, solo il 15 per cento diceva di fidarsi dei partiti politici e il 18 per cento del presidente, mentre il 73 per cento si fidava della polizia e il 60 per cento del proprio sindaco. La sfiducia cade sul canale che dovrebbe trasformare la rabbia in legge, e dalle elezioni anticipate del 2024 un parlamento frammentato ha intasato ancora di più quel canale. Niente di tutto questo spiega i saccheggi. Descrive però il terreno su cui una protesta deve cercare un risultato.
Due volte, negli ultimi decenni, la piazza ha cambiato una decisione, e ogni volta lo ha fatto cambiando la posizione di qualcuno che doveva decidere. Nel 2006 il governo Villepin creò il CPE, un contratto di primo impiego che avrebbe permesso ai datori di lavoro di licenziare i nuovi assunti sotto i 26 anni durante un periodo di prova di due anni. Il parlamento ne discusse davvero: l’Assemblea votò l’emendamento che istituiva il contratto nella notte tra l’8 e il 9 febbraio. Più tardi, quello stesso giorno, Villepin ricorse all’articolo 49.3 della Costituzione sull’intero disegno di legge: il governo legò la propria sopravvivenza al testo, e il dibattito si fermò. Seguirono settimane di scioperi e cortei che mobilitarono milioni di persone, con scuole bloccate e la prima occupazione della Sorbona dal 1968. Il 10 aprile Chirac cedette e annunciò che il contratto sarebbe stato sostituito. Il parlamento aveva votato; il presidente cambiò idea.
Nel novembre 2018 i gilet gialli, un movimento nato sui social network e organizzato al di fuori di partiti e sindacati, scesero in piazza contro un aumento delle tasse sui carburanti previsto per il 1° gennaio 2019. Il ministro dell’Ecologia, François de Rugy, disse che il governo avrebbe mantenuto «la traiettoria prevista». All’inizio di dicembre l’aumento di gennaio era stato abbandonato. Più avanti nello stesso mese il governo approvò un aumento della prime d’activité, un’integrazione per i redditi bassi, versato a partire dal febbraio 2019; insieme all’aumento ordinario del salario minimo a gennaio, garantiva più di 100 euro in più al mese a un lavoratore single senza figli che ne avesse diritto e fosse pagato con il salario minimo. Un gilet giallo, Alain Bouché, chiese in televisione perché, se il governo poteva farlo, avesse aspettato che ci fossero conflitto e violenza.
Il caso contrario è il 2023. La riforma delle pensioni di Macron, che alzava l’età pensionabile a 64 anni, passò all’Assemblea con l’articolo 49.3 e fu promulgata il 14 aprile 2023, benché i sindacati gli avessero chiesto congiuntamente di non firmarla. I disordini non la smossero. A marzo, dopo scontri durante i quali era stato dato alle fiamme l’ingresso del municipio di Bordeaux, Darmanin, allora ministro dell’Interno, disse che la legge non doveva essere ritirata a causa della violenza. A cambiarla fu un accordo parlamentare due anni dopo. Nell’ottobre 2025 Lecornu, che aveva bisogno che i socialisti non facessero cadere il suo governo, propose di sospendere la riforma; la sospensione era una delle loro condizioni. La legge di finanziamento della sicurezza sociale per il 2026 sospese fino al 2028 l’innalzamento dell’età pensionabile e della durata contributiva richiesta, con effetto dal 1° settembre 2026.
Nel 2006 e nel 2018 la piazza vinse perché qualcuno con il potere di firmare aveva una ragione per farlo: un presidente alle prese con settimane di blocchi, un governo alle prese con disordini in molte città. Quando l’esecutivo poteva aspettare, come nel 2023, la piazza perse, e ciò che i cortei non riuscirono a ottenere arrivò più tardi da un primo ministro che contava i voti socialisti.
Letto così, l’ottobre 2026 è una protesta senza controparte. L’uomo che aveva lanciato la data disse che non l’avrebbe organizzata. La CGT aderì a un appello che non aveva scritto, e la CFDT e Force ouvrière ne restarono fuori. Le concessioni andarono a chi era in grado di riceverle: gli studenti di Créteil ebbero i loro insegnanti, e le organizzazioni dei liceali ebbero degli incontri. Il 23 ottobre Macron ricevette all’Eliseo una ventina dei loro rappresentanti per quasi tre ore. Lunedì 26 ottobre dovranno incontrare Lecornu, e l’entourage di Macron ha detto che il governo prenderà impegni «già da lunedì». Gli studenti hanno detto che continueranno a mobilitarsi finché non arriveranno misure concrete. Il prezzo dei carburanti, la causa che ha fissato la data del 17 ottobre, a quel tavolo non ha alcun delegato. L’assenza di un unico organizzatore rende più difficile trattare.
La tesi del governo è che stava ascoltando, e che il 17 ottobre è stato un fallimento dell’intelligence e dell’ordine pubblico sfruttato da criminali e da una piccola frangia radicale. Prima del corteo gli studenti di Créteil avevano ottenuto quanto chiedevano, il ministro aveva annunciato i supplenti e l’aiuto sul carburante era stato esteso; dopo, i funzionari hanno attribuito parte delle violenze a gruppi di estrema sinistra e a saccheggiatori. Entrambi i punti reggono, e nessuno dei due risolve la contesa che ha riempito le strade. L’aiuto sul carburante fu una decisione unilaterale dello Stato, quasi un mese prima dei cortei, e nessuno può accettare un’ulteriore concessione a nome della folla scesa in piazza per il carburante. Intanto il fallimento dell’ordine pubblico di un solo sabato ha prodotto una risposta generale, un limite a chi può manifestare, che il Consiglio di Stato ha poi stabilito non essere, in diritto, nemmeno una decisione.
Dove la polizia incontra la folla
Ognuna di queste scelte finisce nel punto in cui gli agenti si trovano di fronte ai manifestanti, e gli psicologi delle folle hanno studiato che cosa accade lì. Un ordine pubblico che tratta la folla come irrazionale e pericolosa per natura tende a sconfiggere sé stesso: può portare a interventi che rafforzano, dentro la folla, chi sostiene la violenza. Il conflitto diffuso nasce dall’incontro tra polizia e folla, e un ordine pubblico che sa distinguere tra i gruppi può indurre una folla a contenere la minoranza violenta che ha al proprio interno.
Nel 2016 due sociologi francesi, Olivier Fillieule e Fabien Jobard, sostennero che il modello francese di ordine pubblico resisteva ai modelli di de-escalation adottati in Germania, Svezia e Svizzera, e che la teoria delle folle di Gustave Le Bon, lo scrittore ottocentesco che descriveva le folle come irrazionali, restava al cuore della sua filosofia. Da allora la Francia ha messo una dottrina nero su bianco. Un quadro nazionale per la gestione dell’ordine pubblico, lo schéma national du maintien de l’ordre, fu emanato il 16 settembre 2020. Il 10 giugno 2021 il Consiglio di Stato ne annullò quattro disposizioni, tra cui la «nasse», l’accerchiamento di una folla che in Italia si chiama «tonnara», perché il testo non stabiliva quando la si potesse usare. Il ministero pubblicò una versione rivista nel dicembre di quell’anno.
Il linguaggio dell’ottobre 2026 tira in due direzioni. Il 19 ottobre Nuñez promise di intensificare gli interventi contro «i teppisti e i saccheggiatori», perché le forze dell’ordine potessero essere «mobili e reattive» quando gruppi si staccavano per saccheggiare i negozi. Il 23 ottobre confermò che LBD e granate potevano essere usati nel rispetto della legge: «È la proporzionalità, sempre la proporzionalità». Il sindaco di Marsiglia, Benoît Payan, definì «inefficace» la dottrina di ordine pubblico del governo. E il sindacato dei commissari di polizia disse che i suoi effettivi erano «allo stremo».
Gli studi sulle folle non possono dire che effetto abbia avuto una singola tattica nell’ottobre 2026, e descrivono ciò che l’ordine pubblico può fare, non ciò che deve fare. Offrono però una prova per il 24 ottobre e per i giorni successivi: se gli agenti a cui si chiede di muoversi in fretta contro i saccheggiatori sapranno ancora distinguerli dalla folla che li circonda.
Un edificio e un’aula
Il 23 ottobre Lecornu andò a Limoges. Lo Stato, disse, avrebbe ricostruito il municipio «identico a com’era» e avrebbe vincolato l’intero edificio come monumento storico. I contribuenti locali non avrebbero pagato «un euro», e lo Stato avrebbe chiamato a rispondere civilmente chi lo aveva incendiato. Quanto accaduto lì, disse, «non ha niente a che vedere con un movimento sociale o con un movimento dei liceali». Al 22 ottobre due uomini erano in stato di fermo. Uno, di 34 anni, era descritto dagli inquirenti come un militante dell’ultrasinistra già schedato per motivi di sicurezza, ed era sospettato di tentato omicidio nei confronti di una persona depositaria dell’autorità pubblica; durante l’assalto tredici agenti della polizia municipale si trovavano all’interno del municipio. L’altro, di 66 anni, era stato arrestato nella Creuse quel giovedì. Le accuse non sono state vagliate in tribunale.
Ciò per cui gli studenti di Créteil scesero in piazza a settembre, insegnanti davanti alle loro classi, è sul tavolo a Matignon lunedì 26 ottobre, dove i rappresentanti dei liceali si aspettano le prime misure concrete. Prima veniva sabato 24 ottobre, una seconda giornata nazionale indetta da sindacati, liceali e coordinamento dei gilet gialli, con 70.000 poliziotti e gendarmi annunciati, cortei vietati in diverse città e il percorso di Parigi impugnato in tribunale.
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5:24France demonstrations: Mass protests to unite students, teachers & unionsAl Jazeera su studenti, insegnanti e sindacati che uniscono le forze nelle proteste francesi di ottobre.Come citare questo articolo
Owen Parker. “Come le proteste dei liceali francesi hanno incontrato la rivolta contro il carovita.” Eikleaf, 24 ottobre 2026, aggiornato 25 ottobre 2026. https://www.eikleaf.com/it/how-france-s-school-protests-met-the-cost-of-living-revolt/
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Media
Manifestazioni del 17 ottobre 2026 a Parigi – Wikimedia Commons (Foto: Jules*, CC BY-SA 4.0)
Municipio di Limoges, maggio 2026 – Wikimedia Commons (Foto: Benjamin Smith, CC BY-SA 4.0)
Fonti principali e riferimenti
France 3 Nouvelle-Aquitaine. “Mobilisation du 17 octobre à Limoges : la mairie de Limoges toujours en feu, le campanile, emblème de la ville, s’est effondré.” France 3 Nouvelle-Aquitaine, 17 October 2026. https://france3-regions.franceinfo.fr/nouvelle-aquitaine/haute-vienne/limoges/mobilisation-du-17-octobre-des-manifestants-mettent-le-feu-a-la-mairie-de-limoges-3435198.html
franceinfo. “‘C’est un monument qui brûle, mais ce n’est pas la République’ : l’émotion mêlée de colère du maire de Limoges devant l’incendie qui a détruit l’hôtel de ville.” franceinfo, 17–18 October 2026. https://www.franceinfo.fr/faits-divers/c-est-un-monument-qui-brule-mais-ce-n-est-pas-la-republique-l-emotion-melee-de-colere-du-maire-de-limoges-devant-l-incendie-qui-a-detruit-l-hotel-de-ville_8242447.html
Corbet, Sylvie, and Jade Le Deley. “Clashes, fires and looting break out as protesters rally across France.” Associated Press via ABC News, 17 October 2026. https://abcnews.com/International/wireStory/protesters-france-rally-rising-living-costs-joining-students-137342706
Reuters. “EN DIRECT-Journée de « colère sociale » en France, nombreuses violences en marge des cortèges.” Boursorama, 17–18 October 2026. https://www.boursorama.com/actualite-economique/actualites/en-direct-journee-de-colere-sociale-en-france-nombreuses-violences-en-marge-des-corteges-981e06cc307cb5bf1dcf475d805db316
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