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In breve
A una parata militare etiope del 2026, uno striscione mostrava un soldato che sfondava una porta, con la mira puntata sul porto eritreo di Assab. Trent’anni prima le importazioni etiopi erano nove decimi di tutto ciò che transitava da Assab. L’Etiopia aveva perso la costa ma conservato la sua strada verso il mare. Oggi i vicini offrono accesso ai porti, quote e gestione, ma una base navale, un corridoio fuori dal loro controllo e territorio eritreo sono stati rifiutati o bloccati. Le sole tariffe portuali non possono spiegarlo; sicurezza e rango regionale lo spiegano meglio. Ora i due paesi hanno rotto i rapporti diplomatici, e la rivendicazione si trova sul margine settentrionale di una guerra.
Indice
Nel febbraio 2026, in uno stadio di Hawassa, nel sud dell’Etiopia, il primo ministro Abiy Ahmed ha fatto sfilare le forze speciali del paese. Uno striscione proclamava che l’Etiopia non sarebbe rimasta senza sbocco sul mare, «che vi piaccia o no». L’immagine mostrava un soldato che sfondava una porta, con la mira puntata sul porto di Assab, sulla costa eritrea del Mar Rosso.
Trent’anni prima, per usare Assab non c’era bisogno di sfondare nessuna porta. Nel 1995, due anni dopo che gli eritrei avevano votato per separarsi dall’Etiopia, lungo la rotta di Assab transitarono più di 2,7 milioni di tonnellate di merci, e le importazioni dirette in Etiopia costituivano il 90 per cento di tutto ciò che il porto riceveva. L’Etiopia aveva perso la costa, ma aveva conservato la sua strada verso il mare.
Oggi quella strada attraversa il cuore di una crisi. Il 1° ottobre 2026 l’Etiopia ha ordinato la chiusura della sua ambasciata ad Asmara, e l’Eritrea ha risposto rompendo le relazioni diplomatiche. I due governi hanno poi scritto al Consiglio di sicurezza dell’ONU, accusandosi a vicenda di aggressione. A metà ottobre le truppe federali hanno raggiunto la città di confine di Zalambessa, e lì, secondo quanto riferito, le truppe eritree stavano ripiegando oltre la frontiera, anche se alcune sono rimaste dal lato etiope. Al 22 ottobre l’esercito etiope aveva lasciato Rama e le zone di confine circostanti, e i combattenti ribelli tigrini erano tornati a Rama. Il 5 ottobre, giurando per un nuovo mandato, Abiy aveva detto al parlamento che il suo governo avrebbe «lavorato con impegno per garantire all’Etiopia uno sbocco sul mare».
Nel 2025 l’Etiopia contava circa 135 milioni di abitanti, più di qualsiasi altro paese senza sbocco sul mare, e i suoi commerci raggiungono il mare ogni giorno. La domanda, allora, è che cosa chieda esattamente il suo governo, e come quella rivendicazione sia finita sul margine settentrionale di una guerra.
Una costa tenuta con la federazione, poi con la forza
L’Etiopia ha avuto una costa per appena quattro decenni circa. L’Italia governò l’Eritrea per più di mezzo secolo a partire dal 1890, e dopo la sconfitta italiana nella seconda guerra mondiale il territorio passò sotto amministrazione militare britannica. Il 2 dicembre 1950 l’Assemblea generale dell’ONU decise che cosa sarebbe venuto dopo. La sua risoluzione 390 (V) fece dell’Eritrea un’unità autonoma federata con l’Etiopia sotto la sovranità della Corona etiope. Tra le considerazioni elencate dall’Assemblea c’era la legittima esigenza dell’Etiopia di un accesso adeguato al mare, e i porti furono inclusi tra le competenze federali.
L’assetto metteva la costa sotto la Corona etiope, ma all’interno di una federazione che dava all’Eritrea anche un governo proprio. Non faceva dell’Eritrea una provincia etiope. La federazione entrò in vigore l’11 settembre 1952. Una lotta armata per l’indipendenza cominciò nel 1961, come avrebbe poi riferito un funzionario eritreo a un organismo dell’ONU, e nel 1962 l’imperatore Hailé Selassié annesse l’Eritrea a tutti gli effetti, abolendone l’autonomia e riducendola a provincia. L’ONU aveva scritto il bisogno di mare dell’Etiopia in un accordo finito con un’annessione e una guerra di trent’anni.
Quella guerra finì nel 1991, quando i ribelli eritrei, che avevano contribuito a rovesciare il regime militare di Menghistu Hailé Mariam, presero Asmara e formarono un proprio governo. Nel luglio 1991 una conferenza dei partiti etiopi ad Addis Abeba riconobbe formalmente il diritto degli eritrei di decidere il proprio futuro con un referendum sotto supervisione internazionale, e il governo di transizione etiope, guidato da Meles Zenawi, si impegnò a rispettarne l’esito. Il voto si tenne nell’aprile 1993. L’affluenza fu del 98,24 per cento, e il 99,8 per cento votò per l’indipendenza. Il rappresentante speciale dell’ONU giudicò il processo «libero e regolare in ogni sua fase». All’inizio la separazione fu amichevole. La costa dell’Etiopia non c’era più.
Una marina senza costa
I media di Stato etiopi fanno risalire la fondazione della marina del paese al 1956. La marina non sopravvisse alla perdita della costa. Nel marzo 1996 quel che ne restava, 16 navi e circa 250 marinai, era ormeggiato a una banchina di Gibuti in attesa di essere messo all'asta. La flotta mercantile invece andò avanti: dopo il 1993 la Ethiopian Shipping Lines continuò a far navigare le sue navi da carico. Nel marzo 2019 la Francia firmò un accordo di difesa con l'Etiopia, e il presidente Emmanuel Macron disse che apriva la strada a un aiuto francese per creare «una componente navale etiope». Due anni dopo il ministero della Difesa francese ne descriveva i risultati: una lettera d'intenti senza valore giuridico, sostegno organizzativo e una prima formazione, e nessuna nave esportata. La marina etiope, scriveva il ministero, era ancora in via di definizione, senza capacità operativa e senza base navale. Nell'ottobre 2026 il comandante della marina ha dichiarato alla televisione di Stato che era stato completato un nuovo quartier generale, aperta un'accademia di addestramento a Bishoftu e costituiti battaglioni di commando marini. Quando quel mese i media di Stato hanno pubblicato un articolo sulla ricostruzione della marina, il ministro dell'Informazione eritreo ha replicato che «l'annessione e l'occupazione con la forza non conferiscono all'entità occupante alcun titolo storico o giuridico».
Cinque anni sulla strada dell’Eritrea
Perdere la costa non significò perdere il porto. Dopo il 1991 la rotta di Assab divenne il principale corridoio dell’Etiopia verso il mondo, e tale rimase anche dopo l’indipendenza eritrea. Il traffico lungo quella rotta passò dalle 700.000 tonnellate del 1991 a più di 2,7 milioni di tonnellate nel 1995. Le merci scendevano dalle navi ad Assab e percorrevano 882 chilometri su strada fino ad Addis Abeba. Nei primi cinque anni di indipendenza dell’Eritrea, l’Etiopia dipese da quel porto per la maggior parte del suo commercio estero.
L’intesa portava con sé attriti fin dall’inizio. Un economista etiope sostenne in seguito che il contrabbando di merci etiopi attraverso i porti eritrei, e la manipolazione da parte di Asmara della sua valuta, il nakfa, avevano messo a dura prova i rapporti e contribuito al conflitto che seguì. Nel maggio 1998 scoppiarono scontri intorno alla città di confine di Badme, e i due paesi entrarono in guerra.
La guerra chiuse subito il corridoio di Assab. Il commercio etiope non si fermò; si spostò. Il traffico nel porto di Gibuti salì da 1,7 milioni di tonnellate nel 1997 a 3,1 milioni nel 1998, perché il traffico etiope che prima usava Assab, aiuti alimentari compresi, si riversò lì. Le stime dei morti della guerra del 1998–2000 vanno da circa 70.000 a più di 100.000. Un accordo di pace del dicembre 2000 istituì una commissione per i confini la cui decisione doveva essere definitiva e vincolante. Nell’aprile 2002 la commissione assegnò Badme all’Eritrea. L’Etiopia respinse la decisione e lasciò le sue truppe dov’erano.
L’indipendenza del 1993 aveva tolto all’Etiopia la costa, e la guerra del 1998 le tolse la rotta attraverso l’Eritrea. Cinque anni di accesso concordato erano dipesi dal fatto che due governi restassero in buoni rapporti.
La riapertura che non arrivò mai
Finita la guerra nel 2000, la disputa sul confine rimase irrisolta per diciotto anni. Poi, nel giugno 2018, Abiy, il nuovo primo ministro etiope, annunciò che l’Etiopia avrebbe accettato la decisione del 2002. L’8 luglio arrivò ad Asmara, e il 9 luglio i due governi concordarono che i porti eritrei di Massaua e Assab si sarebbero aperti alle spedizioni etiopi a tariffe più basse. Parlando ad Addis Abeba quello stesso mese, alla presenza del presidente eritreo Isaias Afewerki, Abiy disse a una folla chiassosa: «quando Isaias e io ci sommiamo, condividiamo Assab».
Settembre portò segnali che potesse avere ragione. Il 5 settembre una nave etiope attraccò a Massaua per caricare circa 11.000 tonnellate di zinco eritreo destinato alla Cina. Lo stesso giorno Abiy visitò Assab, e lui e Isaias percorsero in auto la strada di circa 70 chilometri che va dal porto al valico di frontiera di Bure, mentre venivano annunciati piani per ammodernare il porto e allargare la strada. L’11 settembre i due leader riaprirono i valichi di Zalambessa e di Bure per la prima volta in vent’anni.
Gli eventi di settembre promettevano meno di quanto sembrasse. La nave a Massaua era etiope, ma il carico era eritreo, e Massaua non è Assab. Ciò che la riapertura prometteva, cioè merci etiopi di nuovo in transito per Assab, non si realizzò mai. A fine dicembre 2018 l’Eritrea chiuse agli etiopi i valichi di Zalambessa e di Rama. Al momento il motivo non era chiaro; uno studio successivo attribuì la chiusura al timore eritreo di un esodo di massa. Nell’aprile 2019 l’Eritrea chiuse, dal proprio lato, anche il valico di Bure sulla strada per Assab, senza fornire spiegazioni. L’Etiopia non usò mai Assab durante il disgelo tra il 2018 e il 2022, e nessuno dei due governi ha spiegato perché l’intesa annunciata nel 2018 non si sia mai concretizzata. L’amicizia tra i due leader non era bastata, da sola, a riportare le merci etiopi nel porto.
In quegli anni Assab aveva altri inquilini. Dal settembre 2015 gli Emirati Arabi Uniti vi costruirono un porto e ampliarono una pista d’atterraggio come base per la loro guerra nello Yemen, in affitto per trent’anni dall’Eritrea; nel febbraio 2021 gli Emirati ne stavano già smantellando alcune parti. Quando Abiy lo visitò nel 2018, il porto era in crisi da vent’anni, cioè da quando aveva perso l’Etiopia, il suo mercato principale.
Nel 2019 Abiy ricevette il premio Nobel per la pace per il riavvicinamento. Nel novembre 2020 scoppiò la guerra nel Tigray, e le truppe eritree combatterono accanto all’esercito federale etiope contro il Fronte popolare di liberazione del Tigray (TPLF), il partito che aveva governato la regione. Quando quella guerra si concluse con un accordo firmato a Pretoria nel novembre 2022, l’Eritrea non era tra i firmatari, e i rapporti tra Asmara e Addis Abeba si guastarono in fretta.
Come un paese senza sbocco sul mare raggiunge il mare
Al posto di Assab subentrò una dipendenza schiacciante da Gibuti. Nel 2021 circa il 95 per cento delle importazioni e delle esportazioni etiopi passava dal porto di Gibuti, mentre il porto di Berbera, nel Somaliland, ne gestiva il 3 per cento e Port Sudan il 2 per cento. I camion raggiungono Gibuti lungo due corridoi stradali, e una ferrovia elettrica di oltre 750 chilometri, costruita insieme dai due paesi, trasporta merci tra Addis Abeba e la costa da quando il servizio commerciale è partito il 1° gennaio 2018.

Il diritto internazionale offre all’Etiopia appigli meno solidi di quanto possa sembrare. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare riconosce agli Stati privi di litorale il diritto di accesso al mare e il «diritto di transito attraverso il territorio degli Stati di transito mediante ogni mezzo di trasporto», ma stabilisce che le condizioni e le modalità di quel transito «sono concordate fra» lo Stato privo di litorale e lo Stato di transito. L’Etiopia firmò la convenzione nel 1982 e non l’ha mai ratificata. Gibuti l’ha ratificata nel 1991, e l’Eritrea non vi ha mai aderito. L’accesso dell’Etiopia attraverso Gibuti si fonda su un trattato bilaterale firmato nel 2002. La convenzione vieta dazi doganali e tasse sul traffico in transito, pur ammettendo spese per servizi specifici, e non dice nulla su quanto debbano costare quei servizi. Lascia inoltre allo Stato di transito la «piena sovranità» sul suo territorio e il diritto di adottare ogni misura necessaria a tutelare i propri legittimi interessi.
Il trattato del 2002 dietro il commercio etiope
Gibuti non era un partner nuovo quando la strada di Assab fu chiusa. Prima del 1974 già circa il 60 per cento del commercio estero etiope, intorno alle 300.000 tonnellate l'anno, passava dal suo porto. La guerra del 1998 riportò di colpo quasi tutto su quella via, e i due governi misero allora il rapporto nero su bianco. Nell'aprile 2002 firmarono un accordo sull'utilizzo del porto e sul transito delle merci verso l'Etiopia, ratificato da entrambi i parlamenti. L'accordo si fondava sulle principali convenzioni dell'ONU e sul principio del libero accesso al mare per i paesi senza sbocco sul mare. Nel 2003 un rapporto di valutazione dell'ONU descriveva il meccanismo costruito intorno all'accordo: un comitato congiunto di esperti che si riuniva ogni tre mesi e un comitato di ministri ogni sei. In questo caso, accesso concordato significava un trattato scritto dopo una guerra, comitati che si riunivano secondo un calendario e, più tardi, una ferrovia costruita insieme dai due paesi.
I diritti sulla carta non decidono i prezzi. I funzionari etiopi si lamentano spesso delle tariffe elevate applicate da Gibuti e delle sue infrastrutture portuali fatiscenti, e temono che le vie da Addis Abeba alla costa, ferrovia compresa, siano esposte ad attacchi o sabotaggi. Senza un altro porto in grado di soddisfare le esigenze dell’Etiopia, Gibuti ha avuto il coltello dalla parte del manico su affitti, tariffe e diritti di transito. Ma la dipendenza è reciproca. L’economia di Gibuti è costruita sul transito e si regge in gran parte sul commercio con l’Etiopia, e un piccolo Stato che vive delle merci di un vicino non può spremere quel vicino senza limiti.
L’Etiopia ha già tentato di aggiungere un secondo porto comprandone una quota. Nel marzo 2018 accettò di rilevare il 19 per cento di Berbera, in un accordo con il Somaliland e con l’operatore emiratino DP World. L’intesa naufragò nel 2022, quando Addis Abeba, a quanto si è saputo, non onorò il proprio impegno finanziario.

Quattro tipi di accesso
Dal 2023 i negoziati hanno ruotato intorno a quattro diversi tipi di intesa, e ciascuno chiede qualcosa di diverso al paese che possiede la riva. Il primo è il transito: le merci attraversano il territorio di un vicino e ne usano i porti a condizioni negoziate, come fanno quelle etiopi attraverso Gibuti. Il secondo è l’investimento, una quota in un porto o il diritto di gestirlo, come la partecipazione a Berbera concordata nel 2018; anche questo ha bisogno del transito per raggiungere il porto. Il terzo è una base militare sulla costa di un altro Stato, tenuta in affitto con un contratto che può lasciare la sovranità al paese ospitante, come accadeva per la base emiratina di Assab. Il quarto è la sovranità sulla costa stessa. Le formule si possono combinare, e un affitto può comportare un controllo più o meno ampio, ma solo la quarta sottrae territorio a un vicino.
Dal 2023 le richieste di Abiy hanno spaziato sulle ultime tre. Nell’ottobre 2023 disse al parlamento che «una popolazione di 150 milioni di persone non può vivere in una prigione geografica». Suggerì che i vicini potessero acquisire quote della Grande diga della rinascita etiope sul Nilo o di Ethiopian Airlines in cambio di partecipazioni nei loro porti, e ricordò un condottiero dell’Ottocento, ras Alula, che aveva definito il Mar Rosso il «confine naturale» dell’Etiopia. La risposta di Gibuti arrivò da un consigliere presidenziale: la sua integrità territoriale «non è in discussione, né oggi né domani».
Nel gennaio 2024 l’Etiopia ha firmato un memorandum d’intesa con il Somaliland, il nord secessionista della Somalia. L’Etiopia parlava di un affitto di 50 anni per una base navale e per servizi marittimi commerciali. Il presidente del Somaliland ha poi detto che i 20 chilometri di costa da dare in affitto avrebbero ospitato una base navale, mentre le importazioni e le esportazioni etiopi avrebbero continuato a usare il porto di Berbera, e che in cambio l’Etiopia avrebbe riconosciuto l’indipendenza del Somaliland. L’Etiopia si è limitata a dire che avrebbe svolto una valutazione in vista di una decisione sul riconoscimento. L’accordo ha portato in piazza i manifestanti a Mogadiscio, dove uno striscione definiva l’Etiopia «senza sbocco sul mare per natura». Nel dicembre 2024, con una dichiarazione mediata dalla Turchia ad Ankara, Etiopia e Somalia hanno concordato invece di perseguire intese commerciali, tra cui contratti, affitti e modalità analoghe, che dessero all’Etiopia accesso al mare sotto l’autorità sovrana della Somalia. Secondo l’International Crisis Group, quella dichiarazione ha messo fine alle speranze di Abiy di una base navale nel Somaliland e ha riportato la sua attenzione su Assab. Un anno dopo, nel dicembre 2025, Israele è diventato il primo paese a riconoscere formalmente il Somaliland.
Gibuti, intanto, ha fatto delle offerte. A fine agosto 2024 il suo ministro degli Esteri ha annunciato che Gibuti avrebbe offerto all’Etiopia la «gestione al 100%» di un porto a Tagiura. Nel giugno 2025 il presidente di Gibuti, Guelleh, ha detto che una delegazione etiope aveva chiesto qualcos’altro: «un corridoio con extraterritorialità» tra il confine etiope e Tagiura, e una base navale. Secondo il racconto di Guelleh, Gibuti aveva proposto una gestione condivisa del porto e aveva respinto la richiesta. Entrambi i resoconti sono di Gibuti. Interpellati sull’offerta del 2024, due portavoce del governo etiope non hanno risposto. Nell’ottobre 2025 il porto di Tagiura ha firmato un accordo quadro per una concessione trentennale con un operatore saudita, Red Sea Gateway Terminal, e non è chiaro come quella concessione si concili con le offerte all’Etiopia.
Su Assab, le parole di Abiy hanno oscillato. Nel marzo 2025 ha detto che l’Etiopia «non ha alcuna intenzione di entrare in conflitto con l’Eritrea per ottenere l’accesso al mare», pur definendo l’accesso una questione esistenziale. Nel settembre 2025 ha detto che la perdita del Mar Rosso, che «trent’anni fa era nelle nostre mani … sarà corretta». Il 28 ottobre 2025 si è spinto oltre e ha messo in dubbio che la secessione dell’Eritrea fosse mai stata legale. La decisione, ha sostenuto, non l’avevano presa né il parlamento etiope né il governo né il popolo, e «il fatto che nessuna di queste istituzioni sia stata coinvolta dimostra che il processo era illegale». I fatti dicono altro: una conferenza etiope riconobbe il referendum, il governo etiope si impegnò a rispettarlo e l’ONU giudicò il voto libero e regolare. Nello stesso discorso Abiy ha definito la rivendicazione «irreversibile» e ha detto che l’Etiopia non aveva «alcuna intenzione di entrare in guerra con l’Eritrea». Nel novembre 2025 l’ambasciatore etiope in Kenya, un generale in pensione, è stato più diretto: «La questione ora non è se Assab sia nostra o no, ma come riprendercela».
La linea ufficiale dell’Etiopia è pace, dialogo e, nella formula usata da Abiy nell’ottobre 2026, «dare e avere». Le risposte dei vicini divergono. A febbraio 2026 l’Eritrea aveva respinto una mediazione diretta sulla questione senza precondizioni, convinta che l’Etiopia cerchi di strapparle concessioni con le intimidazioni. Nell’ottobre 2026 il presidente della Somalia ha detto di non avere obiezioni a che l’Etiopia si assicuri un accesso commerciale attraverso i porti somali, purché concordato con la Somalia. Il 12 ottobre il ministro degli Esteri del Somaliland ha detto che Berbera lavorava a circa il 30–40 per cento della sua capacità ed era pronta per le merci etiopi, ma non ha annunciato nessun nuovo accordo.
Tutte le proposte commerciali si fermano prima di ciò che i funzionari etiopi hanno chiesto con insistenza. Gibuti dice di aver offerto gestione e partecipazione azionaria, la Somalia accetta un accesso sotto la propria sovranità e il Somaliland dice che a Berbera c’è spazio. Ciò che è stato rifiutato o bloccato è una base navale, un corridoio sottratto al controllo dello Stato ospitante e la terra eritrea. La nostra lettura è che le tariffe portuali da sole non bastano a spiegare il divario, perché le tariffe sono l’unica cosa che ogni offerta lascia aperta alla trattativa. Le richieste respinte si spiegano meglio con altri due moventi: la sicurezza di una via che i funzionari etiopi temono possa essere tagliata, e il prestigio di una potenza regionale. Il controllo di un porto marittimo si accorda anche con l’ambizione di Abiy, condivisa con i leader etiopi che lo hanno preceduto, di restituire all’Etiopia una posizione dominante nella regione. A nessuno dei due moventi risponde una tariffa migliore.
Una guerra civile con una costa
La guerra che ha portato la rivendicazione fino al confine eritreo non è cominciata per il mare. Le forze tigrine sono divise al loro interno. I combattenti del TPLF combattono contro il governo, mentre la Forza di pace del Tigray, composta da ex membri dell’ala armata del TPLF, combatte dalla parte del governo. Fano, le milizie amhara che nel 2020–22 combatterono per il governo federale, ora lo combattono. Nel maggio 2026 il TPLF ha ripristinato il consiglio regionale che esisteva prima dell’ultima guerra e ha insediato il suo presidente, Debretsion Gebremichael, come presidente della regione, in violazione dell’accordo di Pretoria. Il 20 settembre sette gruppi armati, tra cui il TPLF e un movimento Fano, hanno annunciato un’alleanza per rovesciare il governo di Abiy, e il 23 settembre i ribelli hanno lanciato un’offensiva attraverso il Tigray, l’Amhara e l’Afar. All’inizio di ottobre i combattimenti nell’Afar avevano costretto decine di migliaia di persone a lasciare le loro case.
L’Eritrea ha cambiato campo. Le sue truppe combatterono accanto all’esercito federale nella guerra del 2020–22, una guerra che si stima abbia ucciso centinaia di migliaia di persone, e poi fu esclusa dall’accordo di Pretoria, che vieta la collusione con qualunque forza esterna ostile a una delle due parti. Nei due anni precedenti il settembre 2026 l’Eritrea si è riconciliata con il TPLF, mentre Abiy cominciava a rivendicare l’accesso al Mar Rosso, che Asmara ha letto come una pretesa sulla propria costa. Il mare non è stata l’unica causa; la rivalità tra Egitto ed Etiopia sul Nilo attraversa le stesse alleanze. L’Etiopia accusa Eritrea, Sudan ed Egitto di sostenere l’alleanza ribelle, e tutti e tre negano. Le pressioni sono andate anche nella direzione opposta. Nel febbraio 2026 il Crisis Group ha riferito che l’Etiopia ospitava apertamente un gruppo armato che punta a rovesciare il governo eritreo, e un gruppo nazionalista afar che rivendica l’Eritrea meridionale, Assab compresa. Debretsion, da parte sua, ha detto all’inizio di ottobre che «la guerra è regionale ed è una guerra per il controllo del Mar Rosso».
La rottura con Asmara è arrivata in fretta. Quando l’Eritrea ha interrotto le relazioni il 1° ottobre, il suo governo ha detto che l’Etiopia le aveva mosso guerra per ottenere l’accesso al Mar Rosso. L’Etiopia ha comunicato al Consiglio di sicurezza che le truppe eritree erano avanzate fino a 60 chilometri all’interno del Tigray, un’avanzata che il suo ministro degli Esteri ha definito «un palese atto di aggressione che chiama in causa il diritto naturale di autotutela dell’Etiopia». L’Eritrea ha chiesto al Consiglio di condannare la «deplorevole dichiarazione di guerra» dell’Etiopia, citando l’affermazione di un vicecapo di stato maggiore etiope secondo cui Macallè, il capoluogo del Tigray, era una «tappa» verso l’invasione dell’Eritrea. L’Eritrea ha negato che le sue forze fossero entrate nel Tigray per sostenere i ribelli. Il 9 ottobre il segretario generale dell’ONU ha chiesto l’immediata cessazione delle ostilità. Cinque giorni prima, a New Alamein, in Egitto, i leader di Egitto, Eritrea, Somalia e Sudan avevano dichiarato che la governance del Mar Rosso è responsabilità esclusiva degli Stati che vi si affacciano.
Sul terreno, l’esercito federale e i suoi alleati hanno preso Macallè nei primi giorni di ottobre, e il 16 ottobre Abiy ha nominato un’amministrazione provvisoria del Tigray per sei mesi. Il 13 ottobre l’esercito ha raggiunto Zalambessa, e il 15 ottobre si è parlato di truppe eritree in ritirata oltre il confine in quel punto. Tre giorni dopo alcune si trovavano ancora dal lato etiope, vicino al confine, Zalambessa compresa. Entro una settimana dalle notizie del ritiro è stata la parte federale a ripiegare: al 22 ottobre né l’esercito né la Forza di pace del Tigray erano più presenti a Rama o nelle zone di confine circostanti. La guerra nel Tigray è continuata. Nella notte del 20 ottobre un attacco con drone ha colpito un camion carico di capre e pecore a Finarwa, a sud-ovest di Macallè, e secondo le notizie diffuse quattro persone sono rimaste uccise. Il 22 e il 23 ottobre i comandanti ribelli hanno giurato di continuare a combattere.
Nella stessa settimana il messaggio di Abiy ad Asmara si è fatto più duro. In un’intervista in tigrino alla televisione di Stato, il 19 ottobre, ha avvertito i dirigenti eritrei di conseguenze gravissime se avessero continuato a respingere gli appelli a rapporti pacifici, e li ha esortati a non schierarsi con le forze che cercano lo scontro con l’Etiopia. Nella stessa intervista ha descritto Assab come disabitata. Una guerra interna aveva acquisito una frontiera internazionale, e la rivendicazione del mare era una delle ragioni per cui l’ex alleato stava dall’altra parte.
Che cosa soddisferebbe Addis Abeba
Gli accordi commerciali potrebbero ridurre la dipendenza dell’Etiopia da Gibuti, ma prezzi, collegamenti con l’interno e garanzie di ogni nuova rotta resterebbero da definire, e diversificare l’accesso ha costi propri: tariffe che non finiscono mai, investimenti che l’Etiopia deve pagare davvero, come ha mostrato il fallimento dell’investimento a Berbera, e merci che attraversano comunque il territorio di altri Stati. Nel febbraio 2026 il Crisis Group ha esortato i vicini ad aiutare l’Etiopia a trovare «sbocchi accessibili, diversificati, sicuri e affidabili per il commercio marittimo», avvertendo però che le sue ambizioni di diventare una potenza del Mar Rosso «resterebbero insoddisfatte». Ha giudicato che, «a meno di una guerra devastante, è difficile vedere come l’Etiopia possa realizzare le versioni più ambiziose della sua rivendicazione di territorio costiero», e che un attacco ad Assab lascerebbe l’Etiopia pericolosamente esposta su altri fronti.
Accordi del genere lascerebbero irrisolte le richieste etiopi di una base militare e di territorio costiero. Una marina ha bisogno di una base. La marina che l’Etiopia ha cominciato a ricostruire nel 2019 non ne aveva una propria nel 2021, secondo il governo francese, e il bilancio dei progressi fatto dal suo comandante nell’ottobre 2026 elencava un quartier generale, un’accademia e battaglioni di commando, ma nessuna base. Nessuna delle offerte commerciali rese pubbliche ne prevede una. Una base negoziata non deve per forza trasferire la sovranità. Le richieste di riprendersi Assab vanno oltre, e l’Eritrea può indicare ciò che hanno detto i funzionari etiopi: un primo ministro che definisce illegale la sua secessione e un ambasciatore che si chiede come riprendersi Assab. Nel marzo 2025 il ministro dell’Informazione eritreo ha definito sbagliate e anacronistiche le ambizioni etiopi di «accesso marittimo e base navale». Nel febbraio 2026 il Crisis Group ha osservato che questa volta tutti i toni bellicosi sull’ingiustizia di un’Etiopia priva di un porto proprio venivano da Addis Abeba.
La versione più ristretta del divario si trova a Gibuti. Nell’aprile 2026 il presidente dell’autorità portuale di Gibuti ha detto che il suo governo aveva offerto all’Etiopia una quota del 60 per cento del porto di Tagiura, e che l’Etiopia aveva rifiutato, «cercando un corridoio in aggiunta alla partecipazione azionaria». Gibuti, ha detto, restava disponibile. Nel giugno 2025 il presidente di Gibuti aveva descritto il corridoio voluto dall’Etiopia come extraterritoriale, con annessa una base navale. Stando a quanto dice Gibuti, nell’aprile 2026 offriva ancora all’Etiopia gran parte di un porto, ma non il controllo della terra tra quel porto e l’Etiopia.
Ad Assab, la terra tra il porto e l’Etiopia è una strada di circa 70 chilometri fino alla città di confine di Bure, la strada che Abiy e Isaias percorsero insieme nel settembre 2018.
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3:10Ethiopian PM Abiy demands Red Sea access as tensions with neighbours riseAl Jazeera sulle richieste di Abiy di accesso al mare e sulle crescenti tensioni con l’Eritrea.
17:06Why Ethiopia is Creating a New Country Next DoorPolyMatter sull’accordo portuale dell’Etiopia con il Somaliland e sulla sua ricerca di una costa.Come citare questo articolo
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Media
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Porto di Berbera – Wikimedia Commons
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