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Ultimo aggiornamento: · 21 min di lettura

In breve
Nel settembre 2026 un rapporto dell’ONU ha affermato che il mondo supererà 1,5 °C entro pochi anni e dovrà avvicinarsi a quella soglia dall’alto. Un pianeta non ha una manopola. Le emissioni nette zero di anidride carbonica fermano più o meno il riscaldamento; la temperatura si stabilizza ma non scende. Ogni decimo di grado di raffreddamento ottenuto con le rimozioni costa circa 220 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, oltre a quanto si emette ancora. Nel 2025 la cattura diretta dall’aria ha rimosso circa 1.500 tonnellate. L’altezza da cui il mondo dovrà ridiscendere si decide in questo decennio.

Dall’alto

Il 2 settembre 2026 Inger Andersen, direttrice esecutiva del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), ha detto ai giornalisti che il traguardo di 1,5 °C «è ancora l’obiettivo. Ma ora dobbiamo affrontarlo in modo diverso: dall’alto». Il rapporto che stava presentando, Limiting Overshoot, era la prima valutazione di un’agenzia dell’ONU ad affermare senza riserve che il mondo avrebbe superato 1,5 °C di riscaldamento, e che sarebbe accaduto «nei prossimi anni». Il ministro del clima di Tuvalu, Maina Talia, ha detto che quel messaggio senza giri di parole «ha davvero colpito chi vive sugli atolli a bassa quota».

«Dall’alto» è un’istruzione che un termostato sa eseguire. Si abbassa la manopola, il riscaldamento si spegne e la stanza si raffredda. Un pianeta non ha manopole. La sua temperatura dipende dall’anidride carbonica che si è già accumulata nell’aria, dal calore che gli oceani hanno già assorbito e da tutto ciò che si continua a emettere. Nessuno di questi fattori risponde in fretta a una decisione presa in una conferenza stampa. Perché la temperatura scenda, la quantità di anidride carbonica nell’aria deve ridursi, e una parte di ciò che il calore ha già fatto gli sopravviverà.

Prima di tutto bisogna fissare il senso della parola «overshoot», lo sforamento. Il mondo è in overshoot quando la temperatura media di lungo periodo, misurata su decenni, si trova sopra un certo livello. Un singolo anno caldo oltre la linea non conta, e nemmeno un singolo mese caldo. Settembre 2026 è stato più caldo di 1,63 °C rispetto alla media del 1850-1900, che fa da riferimento preindustriale. È un dato sul tempo atmosferico di un mese, e l’overshoot di cui parla l’UNEP è qualcosa di più lento.

Il 21 ottobre l’Emissions Gap Report annuale dell’UNEP ha delineato lo scenario migliore ancora possibile. Con tagli profondi a partire da subito, il riscaldamento toccherebbe il picco verso la metà del secolo, a 1,7-1,8 °C. Riportarlo a 1,5 °C entro il 2100 è un passo ulteriore, con probabilità soltanto all’incirca pari, e richiede di accompagnare quei tagli con un aumento ampio e prolungato della rimozione di anidride carbonica. Richard Betts, membro del gruppo ristretto che ha guidato il rapporto di settembre, si aspetta che il mondo resti in overshoot per «moltissimi decenni».

Un mese torrido e un decennio caldo

Ad agosto 2026 la temperatura media globale dell’aria in superficie è stata di 1,65 °C sopra il livello preindustriale, alla pari con luglio 2023 come mese più caldo mai misurato. Settembre l’ha seguito da vicino: è stato il secondo settembre più caldo mai registrato. Un El Niño, il riscaldamento periodico della superficie del Pacifico tropicale, è ormai pienamente in atto e si sta rafforzando. L’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) ha detto l’8 ottobre che è quasi certo che duri fino a febbraio 2027 e che potrebbe diventare uno dei più intensi almeno dal 1950, e il 22 ottobre che potrebbe raggiungere un’intensità senza precedenti. Copernicus, il servizio dell’UE per il monitoraggio del clima, prevede che la serie di mesi sopra 1,5 °C prosegua nel 2027. Un El Niño non aggiunge calore nuovo al pianeta. Porta in superficie, dove stanno i termometri, il calore che l’oceano aveva già immagazzinato.

Il livello di lungo periodo è più basso e si muove più lentamente. A gennaio 2026 Copernicus ha stimato il riscaldamento di lungo periodo in circa 1,4 °C e ha detto che, su questa misura, la soglia di 1,5 °C potrebbe essere raggiunta entro la fine del decennio, più di dieci anni prima di quanto si prevedesse quando fu firmato l’Accordo di Parigi. Il riscaldamento causato dall’uomo è stato stimato in 1,37 °C nel 2025, con un aumento di 0,27 °C per decennio nel periodo 2016-2025. A quel livello e a quel ritmo, arriva a 1,5 °C intorno al 2030. Il numero sarebbe già più alto se l’aria fosse più pulita. I soli gas serra avrebbero riscaldato il mondo di oltre 1,6 °C entro il 2025, e il raffreddamento dovuto agli aerosol, le particelle fini che anche la combustione e l’industria rilasciano, ne nasconde una parte.

L’Accordo di Parigi mira a mantenere il riscaldamento «ben al di sotto di 2 °C» e a proseguire l’azione volta a limitarlo a 1,5 °C, ma il testo del trattato non dice mai su quale periodo vada calcolata la media della temperatura. L’IPCC e l’OMM colmano la lacuna con una convenzione di lavoro: un livello di riscaldamento si considera superato quando la media su vent’anni lo oltrepassa. Vent’anni bastano perché un El Niño o due si stemperino e lascino vedere la tendenza di fondo, ed è per questo che un anno sopra 1,5 °C non significa, da solo, che l’obiettivo di Parigi sia perduto.

Datare una media prima che finisca

Una media su vent'anni ha una proprietà scomoda: nessuno può conoscerne il valore prima che i vent'anni siano trascorsi. I climatologi datano un livello di riscaldamento al centro della sua finestra, dieci anni dopo l'apertura, e il momento in cui il mondo «ha raggiunto» 1,5 °C sarà fissato con sicurezza solo a posteriori. Un singolo anno caldo può comunque dire qualcosa. Nelle simulazioni dei modelli, senza tagli molto rigorosi delle emissioni, il primo anno sopra 1,5 °C cade all'interno del primo periodo di vent'anni con una media di 1,5 °C, con una probabilità in media di circa il 99 per cento. Il motivo è che la tendenza al riscaldamento è forte rispetto alle oscillazioni da un anno all'altro. Con tagli rigorosi a breve termine la probabilità scende intorno al 75 per cento, e nello scenario con le emissioni più basse un anno caldo non rende molto probabile che 1,5 °C venga mai raggiunto in media. Il rapporto di settembre dell'UNEP adotta la prima lettura. A suo giudizio il 2024, il primo anno solare sopra 1,5 °C, ha collocato il mondo all'interno di un periodo di vent'anni il cui riscaldamento medio sarà di 1,5 °C.

Che cosa fa al termometro lo zero netto

La fisica della discesa comincia da come il mondo è salito. Il riscaldamento di lungo periodo segue il totale cumulato dell’anidride carbonica mai emessa, quasi in linea retta: circa 0,45 °C ogni 1.000 miliardi di tonnellate di CO2. Il termometro risponde meno a quanto il mondo emette in un singolo anno che alla dimensione di quel totale. Tagliare le emissioni annue fa crescere il totale più lentamente. Il totale però continua a crescere finché emissioni e rimozioni non si bilanciano allo zero netto globale di CO2, e l’IPCC considera il raggiungimento dello zero netto la condizione per stabilizzare il riscaldamento di origine umana a qualunque livello.

Che cosa succede il giorno in cui arriva lo zero netto? Le prove migliori dicono che il riscaldamento causato dalla CO2 più o meno si ferma. Per tenere stabile il riscaldamento complessivo servono anche tagli profondi del metano e degli altri gas serra. Anche così, la temperatura resta ferma ma non scende da sola. Allo zero netto di CO2 il totale cumulato smette di crescere, e solo emissioni nette negative prolungate, cioè rimuovere più CO2 di quanta se ne emetta, anno dopo anno, per decenni, lo fanno diminuire. Sulla carta esiste una seconda strada: lo zero netto per tutti i gas serra, mantenuto nel tempo, porterebbe a un calo graduale dopo il picco. Resterebbero però alcune emissioni di altri gas, e bilanciarle significa togliere dall’aria CO2 in più, per cui lo zero netto dei gas serra implica comunque emissioni nette negative di CO2.

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Perché il riscaldamento si ferma quando si fermano le emissioni

Esperimenti con modelli più vecchi suggerivano che altri 0,4-0,5 °C di riscaldamento fossero «già in arrivo», attesi nei secoli successivi anche se non fosse cambiato nulla. Quelle simulazioni mantenevano costante la quantità di CO2 nell'aria. Mantenerla costante, però, richiede emissioni continue per rimpiazzare quella che terre emerse e oceano assorbono, quindi quegli esperimenti non hanno mai descritto un mondo a emissioni zero. Quando le emissioni cessano davvero, due effetti tirano in direzioni opposte. L'oceano, che ha assorbito oltre il 90 per cento del calore in eccesso, sottrae calore alla superficie più lentamente man mano che le sue profondità si mettono in pari, e questo spinge la superficie verso temperature più alte. Nel frattempo terre emerse e oceano, che assorbono circa metà della CO2 emessa ogni anno dall'uomo, continuano a toglierla dall'aria, e questo raffredda. In un esperimento idealizzato condotto su 18 modelli, le emissioni di CO2 sono state interrotte di colpo dopo che erano state emesse 1.000 miliardi di tonnellate di carbonio. Cinquant'anni dopo, le temperature andavano da 0,36 °C più fredde a 0,29 °C più calde, con una media di 0,07 °C più fredde. Il valore più probabile è vicino a zero, anche se alcuni modelli hanno continuato a scaldarsi per decenni o millenni e altri si sono raffreddati in modo sostanziale.

Se lo zero netto ferma la linea, la ferma nel punto in cui il mondo sarà arrivato. Per questo il budget di carbonio residuo, la CO2 che si può ancora emettere con una probabilità su due di contenere il riscaldamento entro 1,5 °C, è il numero che decide a che altezza si colloca il plateau. Due stime, ciascuna riferita a una data precisa, non concordano. Il gruppo degli Indicators of Global Climate Change, a giugno 2026, l’ha stimato in circa 130 miliardi di tonnellate dall’inizio del 2026, che si esauriscono in poco più di tre anni al ritmo di emissioni del 2025; il rapporto di settembre dell’UNEP usa questa cifra. Il Global Carbon Project, a novembre 2025, l’ha stimato in 170 miliardi di tonnellate, che a suo dire «saranno esaurite prima del 2030 al ritmo attuale delle emissioni». Entrambe le stime poggiano su ipotesi: a seconda di quanto si riducono il metano e le altre emissioni diverse dalla CO2, il budget dell’IGCC può salire o scendere di circa 200 miliardi di tonnellate. Nessuna delle due indica la data in cui si supererà 1,5 °C. Quanto riscaldamento abbiano ancora in serbo le emissioni passate è incerto, e lo è anche quanto aggiungano o tolgano gli altri gas, quindi esaurire il budget e raggiungere 1,5 °C non coincidono necessariamente.

Il plateau conta perché è il punto di partenza di qualunque discesa. Il rapporto di ottobre dell’UNEP riassume il costo del ritardo in una sola conversione: ogni cinque anni di emissioni di CO2 ai livelli attuali alzano il picco del riscaldamento di circa 0,1 °C. L’altezza da cui il mondo dovrà scendere si sta decidendo in questo decennio.

L’aritmetica della discesa

Il tasso di cambio è salato. Il rapporto di settembre dell’UNEP stima che servano circa 220 miliardi di tonnellate di emissioni nette negative cumulate di CO2 per abbassare la temperatura globale di circa 0,1 °C. Emissioni nette negative di CO2 significa che le rimozioni superano la CO2 che si continua a emettere, quindi sono tonnellate tolte dopo che le emissioni di CO2 del mondo sono già state bilanciate. Anche se le rimozioni nette arrivassero a 10 miliardi di tonnellate l’anno, circa un quarto delle emissioni attuali di CO2, il riscaldamento potrebbe invertirsi di appena 0,05 °C circa per decennio. Al ritmo di riscaldamento attuale, circa 0,25 °C per decennio, dieci anni di riscaldamento potrebbero richiederne una cinquantina per essere annullati, e questo presupponendo rimozioni ottimistiche.

Lo scambio, poi, non è alla pari. Quando la CO2 viene tolta dall’aria, le terre emerse e l’oceano, che la stavano assorbendo, reagiscono restituendone una parte. L’IPCC ritiene, con confidenza media, che una rimozione possa ridurre la CO2 atmosferica fino al 10 per cento in meno di quanto la aumenti un’emissione di pari entità, a seconda della quantità totale rimossa. Trattare emissioni e rimozioni come immagini speculari va probabilmente bene per piccoli sforamenti del budget, e in alcuni modelli regge meno quando bisogna invertire grandi quantità.

Per questo la discesa non può reggersi sulla sola rimozione. L’UNEP elenca tre leve e dice che nessuna, probabilmente, basterà da sola. La prima è tagliare la CO2 residua, le emissioni che restano ancora dopo la metà del secolo. La seconda sono le altre emissioni residue che riscaldano il pianeta, soprattutto il metano, che contribuisce per circa 0,5 °C al riscaldamento attuale. Un ulteriore taglio prolungato di 60-70 milioni di tonnellate l’anno delle emissioni residue di metano dopo il 2050 potrebbe abbassare le temperature di circa 0,1 °C nei 50-100 anni successivi, lo stesso effetto di 220 miliardi di tonnellate in più di CO2 netta negativa. La terza è rimuovere più CO2. Anche con una crescita ottimistica delle rimozioni, l’UNEP ritiene improbabile un’inversione di più di qualche decimo di grado in questo secolo, e anche quella dipende molto dal taglio simultaneo della CO2 residua. Un calo di 0,2-0,3 °C nel giro di qualche decennio richiederebbe politiche coordinate a livello globale, ben oltre gli obiettivi di zero netto che governi e imprese si danno oggi. Con un picco oltre 1,8 °C circa, tornare a 1,5 °C entro il secolo diventa sempre più difficile.

Quei calcoli usano le stime centrali della risposta del clima, e la risposta ha una coda pesante. Le entità dell’overshoot associate alle categorie di scenario dell’IPCC sono mediane, quindi un dato percorso potrebbe sforare di più. Nelle simulazioni con modelli di Carl-Friedrich Schleussner e colleghi, le emissioni nette negative necessarie per riportare il riscaldamento a 1,5 °C entro il 2100 andavano, nella metà centrale dei risultati, da zero a 400 miliardi di tonnellate di CO2. Per cautelarsi contro un riscaldamento più alto del previsto, sostenevano, il mondo ha bisogno di una capacità di rimozione di diverse centinaia di miliardi di tonnellate tenuta di riserva, e concludevano: «non possiamo essere certi che un calo della temperatura dopo l’overshoot sia realizzabile nei tempi oggi previsti».

I modelli non concordano nemmeno sul fatto che la temperatura torni indietro. Due modelli del sistema Terra guidati dalle emissioni e fatti girare fino al 2300 si sono comportati in modi opposti. In uno, un forte riscaldamento residuo è persistito fino al XXII secolo nonostante le emissioni negative di CO2, legato al calore rilasciato dall’Oceano Australe. Nell’altro la temperatura è in gran parte tornata a scendere, mentre l’innalzamento del livello del mare e la perdita di ossigeno dell’oceano non si sono sostanzialmente invertiti.

Che cosa conta come tonnellata rimossa

La rimozione dell’anidride carbonica ha tre compiti, e solo l’ultimo è la discesa. Nel breve periodo abbassa le emissioni nette. Verso la metà del secolo compensa le emissioni residue che non si possono eliminare, ed è così che si raggiunge lo zero netto. Solo dopo può spingere il mondo in territorio netto negativo. Ogni tonnellata usata per i primi due compiti è una tonnellata non ancora disponibile per raffreddare.

Quasi tutta la rimozione di carbonio è convenzionale. Le foreste nuove e ricresciute, da sole, hanno assorbito in media circa 2.200 milioni di tonnellate di CO2 l’anno nel periodo 2014-2023. Il resto viene raggruppato sotto il nome di metodi innovativi. Tra questi ci sono il biochar, carbone ricavato da materia vegetale e incorporato nel terreno; la bioenergia con cattura e stoccaggio del carbonio (BECCS), in cui le piante assorbono CO2, vengono bruciate per produrre energia e la CO2 uscita dal camino viene sepolta; l’alterazione accelerata delle rocce, che sparge roccia frantumata che reagisce con la CO2; e la cattura diretta dall’aria (DAC), macchine che estraggono CO2 dall’aria aperta e la stoccano nel sottosuolo.

La rimozione innovativa è piccola, e la contabilità richiede attenzione. L’attività dei metodi innovativi è stata stimata in 2,04 milioni di tonnellate di CO2 nel 2025, circa un millesimo del totale convenzionale, ed è cresciuta in media del 36 per cento l’anno tra il 2020 e il 2025. Il biochar ne rappresentava 1,46 milioni di tonnellate, ma carbonio equivalente a 0,97 milioni di tonnellate di CO2 veniva dal legno: carbonio che gli alberi avevano già tolto dall’aria, spostato in un deposito più duraturo. I ricercatori che compilano questi numeri contano questi casi come carbonio che passa da un deposito all’altro, separato dalla CO2 rimossa dall’aria in quell’anno. Biochar e BECCS rappresentano quasi tutte le rimozioni innovative. La cattura diretta dall’aria ha rimosso circa 1.500 tonnellate nel 2025, stando ai dati di registro disponibili, che lasciano fuori i progetti le cui rimozioni non sono ancora state verificate.

Il più grande impianto DAC mostra quanto sia difficile crescere di scala. Climeworks afferma che il suo impianto Mammoth, in Islanda, ha prodotto 675 tonnellate di rimozione netta nel primo semestre del 2026, contro le 119 dello stesso periodo dell’anno prima. Netta, nella definizione dell’azienda, significa CO2 stoccata in modo permanente nel sottosuolo dopo aver tenuto conto di manutenzione, condizioni meteorologiche, disponibilità e delle emissioni dovute alla costruzione e al funzionamento dell’impianto. La capacità dichiarata dell’impianto arriva fino a 36.000 tonnellate l’anno. Climeworks afferma che i suoi due container di cattura aggiornati trasformano ora circa il 40-50 per cento della loro resa di progetto in rimozione netta effettiva, e prevede di aggiornare entro la fine del 2026 tutti e dodici i container di un modulo dell’impianto. Il suo co-amministratore delegato, Jan Wurzbacher, ha detto che nel costruire Mammoth l’azienda e i suoi investitori volevano volumi sul campo in fretta, quasi a qualunque costo: «Era davvero una partita sui volumi».

Prezzo e potenziale pongono altri limiti. I costi stimati della rimozione forestale vanno da 5 a 53 dollari per tonnellata di CO2, e la cattura diretta dall’aria è tra i metodi più costosi. I costi attesi per l’insieme dei metodi vanno da meno di 10 a oltre 1.000 dollari a tonnellata, e per la maggior parte dei metodi le stime più alte superano i 200 dollari. Le stime basse del potenziale, le più affidabili, sono di circa 1 miliardo di tonnellate l’anno per la maggior parte dei metodi. Questi potenziali non si possono semplicemente sommare, perché i metodi competono per le stesse risorse: BECCS, biochar e interramento di biomassa attingono tutti alla stessa riserva di materia vegetale.

Poi c’è il sistema di rimozione del pianeta stesso. Il cambiamento climatico ha indebolito i pozzi terrestri e oceanici che assorbono la CO2, e questo indebolimento spiega l’8 per cento dell’aumento della CO2 atmosferica dal 1960. Cambiamento climatico e deforestazione, insieme, hanno trasformato le foreste tropicali del Sud-Est asiatico e di vaste zone del Sud America da pozzi in fonti. Il pozzo terrestre non è avviato su un declino a senso unico: nel 2025, dopo la fine dell’El Niño del 2023-24, è tornato al livello precedente a quell’El Niño. Il riscaldamento riduce anche quanta CO2 assorbono alcuni metodi basati sulla natura e per quanto tempo la trattengono. L’UNEP calcola che, anche con le emissioni fossili di CO2 a zero e la deforestazione fermata, un secolo di imboschimento e gestione forestale alla scala attuale abbasserebbe la temperatura globale di 0,1 °C.

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Che cosa serve per scendere

La discesa dipende prima di tutto da quanto si continua a emettere. Il percorso dell’UNEP con l’overshoot più basso richiede che le emissioni di gas serra calino del 18 per cento entro il 2030, del 45 per cento entro il 2035 e del 69 per cento entro il 2040 rispetto al 2025, con lo zero netto globale di CO2 intorno al 2050. L’attuazione completa dei piani climatici nazionali che i paesi hanno presentato nell’ambito di Parigi taglierebbe le emissioni soltanto del 5-8 per cento entro il 2030. Le emissioni globali del 2025 sono stimate in 58,4 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente, di pochissimo sotto quelle del 2024, e l’UNEP dice che è troppo presto per capire se abbiano raggiunto il picco. Con le politiche attuali, l’UNEP dà al riscaldamento una probabilità del 66 per cento di restare sotto 2,8 °C in questo secolo. Attuare tutti i piani nazionali abbassa quella linea a 2,6 °C, e aggiungere ogni impegno di zero netto la porta a 2,1 °C. Le proiezioni basate sugli impegni sono peggiori che nel rapporto 2025 dell’UNEP, a causa delle stime riviste delle emissioni passate e dell’uscita dall’Accordo di Parigi degli Stati Uniti, il secondo emettitore mondiale.

Il secondo requisito è una rimozione duratura, e un posto dove metterla. Il percorso con l’overshoot più basso richiede circa 320 miliardi di tonnellate di CO2 rimosse e stoccate in modo permanente nel corso del secolo, circa otto anni delle emissioni di CO2 del 2024. Su base annua, la mediana degli scenari a 1,5 °C più ambiziosi richiede 8,8 miliardi di tonnellate di rimozione l’anno entro il 2050, mentre gli impegni nazionali di lungo periodo più ambiziosi arrivano in tutto a 3,6 miliardi. Gli scenari che rinviano i tagli profondi devono rimuovere entro il 2100 oltre 150 miliardi di tonnellate in più di quelli che agiscono presto. Lo stesso UNEP avverte che una rimozione su questa scala è incerta, per ragioni tecnologiche oltre che sociali ed economiche.

Il terzo requisito è qualcuno che paghi. Il mercato della rimozione innovativa dipende da pochissimi acquirenti. Uno di questi, Microsoft, domina gli acquisti, e nel 2025 sul mercato volontario del carbonio sono stati firmati contratti per circa 40 milioni di tonnellate di rimozione. I governi hanno cominciato a darsi delle regole. Nel 2025 Norvegia e Svizzera hanno effettuato il primo trasferimento di rimozione duratura ai sensi dell’articolo 6.2 dell’Accordo di Parigi, che consente ai paesi di scambiarsi riduzioni delle emissioni, e dal 2025 la Svizzera permette che la CO2 catturata e stoccata in modo permanente valga ai fini degli obblighi nel suo sistema di scambio delle emissioni.

Che cosa restituisce un pianeta più fresco

Supponiamo che la discesa venga pagata. Il termometro è la parte del clima che risponde più in fretta, e alcune cose lo seguono nell’arco di una vita umana. Il ghiaccio marino artico dovrebbe tornare man mano che il riscaldamento si inverte, con un ritardo di anni o decenni rispetto alla temperatura globale.

Il livello del mare segue un orologio più lento. Gli oceani sono destinati a salire per secoli o millenni, qualunque cosa accada adesso, e anche con temperature in calo l’innalzamento è irreversibile per molti secoli. Raffreddare conviene comunque, perché rallenta la salita e riduce l’innalzamento a cui il pianeta è già vincolato nel lungo periodo. Far scendere la temperatura nel lungo periodo, invece di lasciarla stabilizzare a un livello più alto, potrebbe significare quasi mezzo metro in meno di innalzamento del mare nel 2300. Conta il tempo passato sopra la linea, oltre all’altezza. In una serie di percorsi modellati, ogni secolo sopra 1,5 °C ha aggiunto circa 40 centimetri all’innalzamento già vincolato entro il 2300, secondo una stima centrale, in aggiunta ai circa 80 centimetri senza alcun overshoot: un rapporto che vale per quei percorsi, non come regola generale.

Una parte del danno non torna indietro su nessuna scala di tempo che conti per la politica. Quando il permafrost disgela, il carbonio che libera resta liberato, anche se il terreno gelato si ricostituisce in parte quando le temperature scendono, perché ricostruire quel carbonio del suolo e ricongelarlo richiederebbe millenni. Un modello del sistema Terra di complessità intermedia mette dei numeri su ciò che un overshoot temporaneo si lascia dietro. È stato fatto girare su 42 coppie di scenari: in ciascuna, uno va in overshoot, con un picco tra circa 1,5 e 2 °C, mentre il suo gemello arriva allo stesso totale di emissioni a fine secolo senza overshoot. Nell’anno in cui la simulazione con overshoot era tornata alla temperatura del gemello, il recupero mediano dagli effetti aggiuntivi dell’overshoot era vicino allo 0 per cento per il carbonio del permafrost e per l’intensità della circolazione di ribaltamento atlantica, il sistema di correnti oceaniche che porta calore verso nord. Era solo del 20-25 per cento per la temperatura dell’oceano, l’ossigeno oceanico e l’innalzamento del livello del mare dovuto all’espansione dell’acqua. Il danno duraturo seguiva quelli che gli autori chiamano gradi-anno, l’eccesso di temperatura di ogni anno rispetto allo scenario gemello sommato per tutta la durata dell’overshoot, e dipendeva poco dal picco in sé. È un solo modello, e il recupero è stato misurato su decenni, meno di quanto molti di questi sistemi richiedano per assestarsi.

Per le barriere coralline di acque calde, il rapporto dell’UNEP colloca la soglia di riscaldamento a 1,2 °C, entro un intervallo di 0,7-1,5 °C, e dice che con circa 1,4 °C di riscaldamento le barriere stanno già superando il loro punto di non ritorno termico, la soglia oltre la quale un sistema si riorganizza, spesso in modo brusco e irreversibile. Vede poche possibilità che i coralli sopravvivano a questo secolo, sia che il riscaldamento si stabilizzi a 2 °C, sia che vada in overshoot e torni a 1,5 °C. Il 22 ottobre 2026 l’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) ha pubblicato la prima valutazione globale per la Lista rossa degli ecosistemi di barriera corallina di acque poco profonde. Ha classificato 122 dei 127 ecosistemi di barriera valutati, il 96 per cento, come In pericolo critico, cioè a rischio estremamente alto di collasso entro il 2075, sulla base dello stress termico previsto in uno scenario di emissioni intermedio, con circa 2,7 °C di riscaldamento entro il 2100. Considerando soltanto i cambiamenti osservati negli ultimi 50 anni, il 24 per cento rientrerebbe in quella categoria. L’IUCN è attenta a chiarire che cosa significhi l’etichetta: «“In pericolo critico” non vuol dire collassato». La maggior parte delle barriere ha ancora coralli vivi. La proiezione dell’IPCC del 2018 era che le barriere sarebbero diminuite di un ulteriore 70-90 per cento con 1,5 °C di riscaldamento. Il rischio di superare punti di non ritorno nelle grandi calotte glaciali, in Amazzonia e nella circolazione di ribaltamento atlantica cresce sia con l’entità sia con la durata dell’overshoot.

Veduta subacquea di un corallo cervello bianco e sbiancato circondato da formazioni di corallo morto
Coralli sbiancati a Cheeca Rocks, nelle Florida Keys, durante l'evento globale di sbiancamento del 2023

Una licenza per rinviare?

Il rapporto di settembre ha attirato critiche dure da parte di chi vuole lo stesso risultato. Bill Hare, di Climate Analytics, ha detto che «fa un pessimo lavoro nel mostrarci che una via d’uscita c’è» e che rischiava di diventare «un invito all’apatia». Lili Fuhr, del Center for International Environmental Law (CIEL), ha sostenuto che «l’unico modo per ridurre al minimo i danni è tagliare le emissioni adesso… non rinviare l’azione con soluzioni tecnologiche speculative». Il loro timore è che un piano con una discesa già incorporata dia ai governi licenza di continuare a emettere oggi contando su rimozioni promesse per domani.

Altri due dubbi sono distinti da questo. Il primo è fisico: il gruppo di Schleussner ha concluso che non si può contare su un calo dopo l’overshoot entro i tempi previsti. Il secondo è politico. Rob Jackson, dell’Università di Stanford, ha riassunto in due domande la sua opinione sugli scenari di overshoot: «È la nostra migliore speranza? Assolutamente sì. È probabile? Assolutamente no».

Sul primo timore, i critici e l’aritmetica dell’UNEP puntano nella stessa direzione. Il rapporto stesso dice che la rimozione «non può produrre un forte calo della temperatura». Keywan Riahi, che ha contribuito al rapporto di ottobre, ha detto che l’obiettivo è mantenere l’overshoot «il più basso possibile, così da non dover dipendere più avanti da queste tecnologie per togliere CO₂ dall’atmosfera». Costruire capacità di rimozione oggi non è soltanto una scommessa sul futuro, perché la stessa capacità taglia anche le emissioni nette di oggi e più avanti bilancia le emissioni residue sulla strada verso lo zero netto.

Le previsioni hanno già sbagliato, in passato, nella direzione della speranza. Dall’Accordo di Parigi, la capacità elettrica da fonti rinnovabili è cresciuta circa tre volte più di quanto si aspettassero le proiezioni fatte nel 2015 sulla base delle politiche dell’epoca, e la CO2 legata all’energia è aumentata del 40 per cento in meno del previsto. Carlo Buontempo, che dirige il servizio climatico di Copernicus, ha detto a ottobre che di quanto andremo oltre la soglia, e per quanto tempo, dipende ancora da noi.

Il carbonio rimosso deve anche finire da qualche parte. Ogni tonnellata tolta per la discesa va stoccata, e lo stesso vale per ogni tonnellata catturata per compensare le emissioni che il mondo continua a produrre allo zero netto. Una valutazione prudente, che esclude lo stoccaggio esposto a rischi geologici, ambientali, umani e politici, stima lo spazio utilizzabile nei bacini sedimentari in circa 1.460 miliardi di tonnellate di CO2, circa un ottavo della loro capacità fisica. Secondo questa stima, se le emissioni residue restassero a 10 miliardi di tonnellate l’anno dal 2050 e fossero bilanciate da rimozioni stoccate nel sottosuolo, lo spazio potrebbe esaurirsi entro il 2200 solo per mantenere il mondo allo zero netto, senza lasciare nulla per raffreddarlo. Se le emissioni residue si dimezzassero a 5 miliardi di tonnellate, la stessa rimozione abbasserebbe la temperatura di circa 0,1 °C in 50 anni.

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Come citare questo articolo
Ingrid Dahl. “Il mondo può tornare a raffreddarsi dopo 1,5 °C?.” Eikleaf, 24 ottobre 2026, aggiornato 25 ottobre 2026. https://www.eikleaf.com/it/can-the-world-cool-back-down-after-1-5c/

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Media

Pozze sull'oceano, ICESCAPE – NASA

Pozzo di Carbfix, Hellisheiði – Wikimedia Commons (Foto: Siljaye, CC BY-SA 4.0)

Sbiancamento dei coralli a Cheeca Rocks, Florida Keys – NOAA

Fonti principali e riferimenti

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IUCN. “Red List of Coral Reef Ecosystems.” IUCN, 22 October 2026. https://iucn.org/story/202610/red-list-coral-reef-ecosystems

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