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Ultimo aggiornamento: · 19 min di lettura

In breve
Nel 1694 bastarono meno di due settimane a 1.268 investitori per impegnare 1,2 milioni di sterline a favore del re d’Inghilterra, per una guerra. In cambio ottennero una rendita dell’8% e una banca privata che poteva emettere banconote garantite dal suo debito. Quella banca divenne la Banca d’Inghilterra, e la sua indipendenza per legge arrivò più di tre secoli dopo. L’indipendenza è stata aggiunta, non era nel progetto. Il patto fondativo resta: le maggiori banche centrali detengono ancora il debito pubblico come attività principale. Mentre i debiti degli Stati si gonfiano, l’indipendenza potrebbe sopravvivere sulla carta mentre il vecchio patto riprende silenziosamente il sopravvento.

Nell’estate del 1694, 1.268 investitori sottoscrissero 1,2 milioni di sterline in meno di due settimane. Il re aveva bisogno di denaro per combattere una guerra. Glielo prestarono e in cambio ricevettero un Royal Charter, l’atto regio che istituiva una banca privata tutta loro, la quale già alla prima riunione del consiglio decise di emettere banconote sulla base del debito appena acquistato. Il governo ottenne i fondi per la guerra. Gli azionisti ottennero una rendita dell’8% e una banca in grado di emettere moneta a fronte di un pagherò del governo.

Oggi l’istituzione nata da quell’accordo si chiama Banca d’Inghilterra, e la definiamo indipendente.

La versione pulita

Il racconto dei manuali suona più o meno così. Le banche centrali esistono per gestire l’offerta di moneta, mantenere la stabilità dei prezzi e fare da prestatore di ultima istanza al sistema finanziario — il tutto a debita distanza dalle pressioni politiche. Sono istituzioni tecniche guidate da economisti, non da politici. Quando funzionano bene, l’inflazione resta bassa, il credito circola e il panico viene contenuto prima di trasformarsi in tracollo. Quello che il racconto lascia fuori è da dove vengono queste istituzioni.

Il racconto presenta il mandato pubblico (stabilità dei prezzi, stabilità finanziaria, prestito di ultima istanza) come lo scopo fondativo, verso il quale l’assetto istituzionale si sarebbe evoluto nel tempo. Le cose andarono quasi all’opposto: un accordo privato nel 1694, su cui il mandato pubblico fu innestato in seguito. Christine Desan sostiene che la Banca d’Inghilterra inventò un nuovo tipo di moneta come conseguenza diretta dell’accordo del 1694: debito pubblico fatto circolare come valuta. A provocare la rottura fu l’emergenza fiscale di una guerra precisa.

Il racconto tradizionale presenta anche l’indipendenza della banca centrale come un tratto strutturale, qualcosa che discende naturalmente dalla funzione stessa. La Banca gestisce la moneta; l’ingerenza politica corrompe la gestione della moneta; dunque l’indipendenza deriva dalla competenza. Ma nel privilegio del 1694 l’indipendenza non c’era. Arrivò nel maggio 1997, quando Gordon Brown, nella sua prima settimana da Cancelliere dello Scacchiere, affidò le decisioni sui tassi d’interesse a un nuovo Comitato di politica monetaria; il Parlamento la sancì per legge con il Bank of England Act del 1998. L’istituzione additata in tutto il mondo come modello di indipendenza della banca centrale ha operato per più di tre secoli prima che quell’indipendenza sancita dalla legge esistesse.

L’origine conta perché l’accordo politico fondativo è ancora incorporato in queste istituzioni. Tre secoli di aggiunte vi si sono sovrapposti senza seppellirlo.

La transazione — anatomia del 1694

Nell’estate del 1694 Guglielmo III stava combattendo una guerra disastrosa. Da cinque anni una coalizione di potenze europee era impegnata nella guerra della Lega di Augusta per contenere l’espansione di Luigi XIV, e le finanze inglesi erano in serie difficoltà.

La Corona vendeva rendite vitalizie che pagavano il 14% l’anno, segno di quanto le costasse caro il credito. Gli strumenti ordinari del debito pubblico non funzionavano, e gli espedienti precedenti, come i prestiti a lotteria, le tontine e vari meccanismi di credito a breve termine, non erano bastati a colmare il vuoto. A Guglielmo serviva una grossa somma in un’unica soluzione, consegnata in modo affidabile, da creditori disposti ad accettare la promessa di rimborso del governo.

William Paterson, un finanziere scozzese, propose di abbinare un grande prestito al governo a un privilegio bancario. I sottoscrittori che avessero prestato al re 1,2 milioni di sterline non sarebbero stati semplici creditori: sarebbero diventati azionisti di una nuova istituzione autorizzata a emettere banconote sulla base dello stesso debito pubblico appena acquistato. Le banconote avrebbero circolato come moneta. La banca avrebbe guadagnato il signoraggio, il profitto che deriva dall’emissione di moneta, oltre alla rendita dell’8% sul prestito originario. Il governo avrebbe avuto il suo denaro. Gli azionisti avrebbero avuto una concessione privata per creare moneta, garantita dal debito pubblico.

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Charles Montagu, Lord commissario del Tesoro che pochi giorni dopo sarebbe diventato Cancelliere dello Scacchiere, fece approvare il progetto dal Parlamento con il Tonnage Act del 1694. La legge pagava gli interessi ai sottoscrittori con nuovi dazi sul tonnellaggio delle navi mercantili, più pesanti per quelle di ritorno dalle Indie orientali, e sulla birra, sulla ale e su altri liquori. Le entrate su cui poggiava l’intero meccanismo dipendevano in larga misura dal commercio marittimo britannico.

La sottoscrizione si chiuse in undici giorni, con 1.268 investitori provenienti in gran parte dalla comunità mercantile e finanziaria di Londra. Il 27 luglio 1694 la Banca d’Inghilterra ricevette il suo Royal Charter.

Secondo Desan, da questa transazione nacque un nuovo tipo di moneta, oltre che una nuova banca. Prima del 1694, in Inghilterra la moneta era quella coniata dalla Corona, integrata dalle note degli orafi che circolavano tra i mercanti londinesi. La novità era che ora il governo condivideva con investitori privati il proprio monopolio sulla creazione di moneta. Le banconote della Banca erano ricevute convertibili in oro o argento presso la Banca stessa, ma il capitale della Banca era immobilizzato nel prestito allo Stato. Ogni banconota era un credito verso la Banca, e il principale attivo della Banca era un credito verso lo Stato.

La catena era questa: lo Stato promette di pagare → la banca detiene quella promessa → la banca emette banconote → le banconote circolano come moneta. Dietro la promessa del metallo, in questo assetto la moneta poggiava sull’obbligazione debitoria del governo, fatta passare attraverso il bilancio di un’istituzione privata.

Il privilegio del 1694 e il monopolio del 1708

Il privilegio del 1694 non diceva quasi nulla sulle banconote; la Banca cominciò comunque a emetterle. Né concedeva un monopolio, che arrivò per gradi. Il Bank of England Act del 1708 rinnovò il privilegio della Banca e vietò a qualunque banca con più di sei soci di emettere banconote in Inghilterra, lasciando il campo a piccole società private che non avrebbero mai potuto rivaleggiare con la Banca per dimensioni. Il monopolio completo richiese molto più tempo: solo il Bank Charter Act del 1844 congelò le emissioni concorrenti, e le ultime banconote private inglesi scomparvero nel 1921. Il monopolio non faceva parte dell'accordo originario; fu strappato con successive trattative politiche, man mano che la Banca dimostrava il proprio valore allo Stato. Ogni rinnovo del privilegio divenne un negoziato. La Banca aveva una leva, perché il governo le doveva denaro e aveva bisogno che detenesse il suo debito, e quella leva la usò.

Patrick O’Brien e Nuno Palma sostengono che la Banca abbia operato come un’istituzione pubblica fin dalla fondazione, ben prima delle teorizzazioni successive di Bagehot, e che dal 1793 i legami tra Banca, Stato ed economia si siano fatti più stretti, finché il credito della Banca non divenne parte del modo in cui la Gran Bretagna proiettava la propria potenza militare e commerciale nel secolo seguente.

La dimensione coloniale non è un dettaglio accessorio. La guerra della Lega di Augusta ebbe un fronte nordamericano, la guerra di re Guglielmo (1689–97), in cui Inghilterra e Francia si contesero il controllo del commercio delle pellicce e delle zone di pesca di Terranova, mentre il conflitto nel suo complesso raggiunse anche le isole delle piantagioni nei Caraibi. I dazi sulla navigazione del Tonnage Act, gli interessi commerciali della comunità di mercanti sottoscrittori e la guerra stessa erano tutti intrecciati con la competizione imperiale atlantica.

La fondazione creò una dipendenza reciproca. La Banca aveva bisogno che il governo restasse solvibile: se lo Stato fosse andato in default, il principale attivo della Banca si sarebbe deteriorato, e con esso la fiducia nelle sue banconote. Il governo aveva bisogno che la Banca detenesse il suo debito e mantenesse la fiducia dei mercati. Nessuno dei due poteva sopravvivere al fallimento dell’altro, e il sistema era costruito proprio così: la Banca era una macchina per convertire il debito dello Stato in moneta, e lo Stato era il garante della moneta della Banca. Separarli, sul piano concettuale o pratico, è sempre stato più complicato di quanto la successiva dottrina dell’indipendenza abbia lasciato intendere.

Ciò che l’accordo non prevedeva

La Banca d’Inghilterra non fu concepita come prestatore di ultima istanza. Quella funzione si sedimentò attraverso le crisi, lentamente e con riluttanza.

Il libro di Walter Bagehot Lombard Street, del 1873, viene di solito citato come il testo fondativo della dottrina del prestatore di ultima istanza: in una crisi la banca centrale deve prestare liberamente, a tassi penalizzanti, contro garanzie solide. Bagehot prescriveva una riforma che riteneva necessaria. Non chiedeva alla Banca di cominciare a salvare il mercato; le chiedeva di impegnarsi in anticipo a farlo. Lo sfondo era una serie di crisi in cui la Banca era intervenuta tardi, con riluttanza o in modo incoerente. Nel 1797 sospese i pagamenti in oro sotto la pressione della guerra. Nel 1825 fu la sua stessa stretta a contribuire a far precipitare il collasso che poi fu chiamata ad arginare. Vennero poi i postumi della mania ferroviaria del 1847 e, nel 1866, il crollo di Overend, Gurney & Co., la più grande casa di sconto della City di Londra, che la Banca lasciò fallire prima di concedere prestiti su una scala senza precedenti per fermare il panico. Bagehot assistette agli eventi, che ispirarono direttamente Lombard Street.

Henry Thornton aveva enunciato lo stesso principio nel 1802, in An Enquiry into the Nature and Effects of the Paper Credit of Great Britain. Thornton aveva capito che le banconote della Banca erano l’ancora di liquidità ultima del sistema e che, durante un panico, la Banca aveva la responsabilità di emetterle liberamente a favore dei debitori solidi. L’espressione stessa è ancora più antica: nel 1797 Sir Francis Baring aveva definito la Banca il «dernier resort».

Thornton prima di Bagehot

Bagehot perfezionò e rese popolare la dottrina nel 1873, ma le basi intellettuali le aveva poste Thornton, e il concetto era disponibile da decenni prima che la Banca cominciasse ad applicarlo con coerenza. Il merito va a Bagehot perché la sua versione arrivò quando la Banca era finalmente disposta a impegnarsi.

Visto nell’arco dei secoli che ci separano dalla banca medievale, l’assetto moderno, la banca centrale come agenzia pubblica indipendente, è recente e potenzialmente fragile, sostiene Stefano Ugolini: uno dei vari equilibri possibili, che vanno dal pieno controllo governativo alla piena fornitura privata. Ogni crisi riapriva la questione di chi dovesse svolgere quelle funzioni, e a quali condizioni, e ogni volta il mandato pubblico si allargava per coprire ciò che i documenti fondativi avevano lasciato fuori.

Quando oggi una banca centrale bilancia il suo mandato sull’inflazione con la stabilità finanziaria, una tensione che attraversa la politica monetaria dal 2008, è il secondo compito a legarla più strettamente alle banche e ai mercati nati dall’assetto del 1694. Quando nel settembre 2022 la Banca d’Inghilterra intervenne sul mercato dei gilt, i titoli di Stato britannici, il suo obiettivo era impedire che quel sistema finanziario si bloccasse, mentre il tasso di riferimento continuava a salire per combattere l’inflazione.

Il modello viaggia

La struttura del 1694 si rivelò riproducibile. A volte fu esportata consapevolmente come modello, ma non era necessario, perché la logica politica era a disposizione di qualunque governo alle prese con lo stesso problema: un grande fabbisogno finanziario, entrate fiscali insufficienti, una classe mercantile e commerciale in grado di fornire credito e la necessità di dare a quei creditori qualcosa di più duraturo di una promessa.

La Francia ci arrivò passando per la catastrofe. Negli anni Novanta del Settecento il governo rivoluzionario stampò gli assegnati, cartamoneta emessa a fronte delle terre confiscate alla Chiesa, e continuò a stamparli finché l’iperinflazione non distrusse la fiducia nella moneta cartacea. Napoleone, da Primo console, doveva ricostruire in fretta il sistema monetario. Il 18 gennaio 1800 un gruppo di banchieri parigini fondò su sua iniziativa la Banque de France, e lo stesso Napoleone fu il primo dei suoi azionisti privati. La banca emetteva banconote a fronte di cambiali commerciali scontate anziché di un prestito fondativo allo Stato, ma, come il suo modello londinese, era un’istituzione privata con un mandato pubblico: il modello del 1694 in abiti francesi, senza il prestito di guerra. Nel 1803 ottenne il privilegio di emissione per Parigi, e nel 1848 il monopolio fu esteso a tutto il paese.

Il caso americano è l’esempio più consapevole di un modello preso in prestito. Il panico del 1907 aveva reso evidente che il sistema bancario statunitense, decentrato e fondato su licenze nazionali, era privo di un prestatore di ultima istanza per il sistema nel suo insieme. Quando a New York le trust company cominciarono a fallire, il contagio si propagò attraverso la rete delle banche corrispondenti. La New York Clearing House poteva sostenere le banche associate, ma la maggior parte delle trust company ne restava fuori, e il panico andò avanti finché J.P. Morgan in persona non organizzò la risposta privata, guadagnando tempo grazie a un’autorità finanziaria che non si poteva ragionevolmente pretendere da nessun privato cittadino una seconda volta. Il Congresso reagì istituendo nel 1908 la National Monetary Commission, con il senatore Nelson Aldrich alla guida di uno studio sistematico delle banche centrali europee.

Jekyll Island

Nel novembre 1910 sei uomini raggiunsero in vagone ferroviario privato il Jekyll Island Club, una riserva di caccia privata al largo della costa della Georgia: il senatore Aldrich; A. Piatt Andrew, vicesegretario al Tesoro; Henry Davison della J.P. Morgan & Co.; Arthur Shelton, segretario di Aldrich; Frank Vanderlip della National City Bank; e Paul Warburg della Kuhn, Loeb & Co. Tennero nascoste le proprie identità. Una volta saliti sul vagone privato di Aldrich, si chiamarono solo per nome, perché il personale non potesse riconoscerli; il viaggio stesso fu fatto passare per una battuta di caccia alle anatre. Il vero scopo era redigere il piano Aldrich: una «National Reserve Association» a controllo privato che avrebbe funzionato da banca centrale.

La segretezza era il tentativo di Aldrich di evitare che il piano venisse bollato come una legge dei banchieri, cosa che in effetti era. Il piano non fu approvato in quella forma. I democratici del Congresso, guidati da Carter Glass e Robert Owen, lo riscrissero in modo sostanziale. Il Federal Reserve Act, firmato da Wilson il 23 dicembre 1913, creò un sistema di non più di 12 Federal Reserve Bank regionali, ciascuna guidata da un proprio consiglio, con il capitale detenuto dalle banche commerciali aderenti e sotto la vigilanza di un Federal Reserve Board nominato dal presidente. Nella versione di Jekyll Island la moneta sarebbe stata gestita dalle banche. La versione Glass-Owen era un ibrido: proprietà privata delle banche regionali, supervisione pubblica affidata a un consiglio a Washington.

Con il Federal Reserve Act le banche private ottennero un diritto formale sulla liquidità del sistema: azioni delle Fed regionali, accesso allo sportello di sconto, vantaggi dell’adesione che mettevano a loro disposizione le risorse del sistema in caso di crisi. Il governo federale ottenne un prestatore di ultima istanza che non compariva nel bilancio federale. Non fu concesso alcun prestito fondativo al governo, ma la combinazione di proprietà privata e privilegio pubblico era il modello del 1694 adattato a una repubblica diffidente tanto verso l’autorità centrale quanto verso il potere delle banche private.

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Che cosa significa «indipendenza»

Il passaggio dell’indipendenza operativa deciso da Brown nel maggio 1997, seguito l’anno successivo dall’indipendenza per legge, fu accolto in tutto il mondo come un punto d’arrivo, la dimostrazione che l’indipendenza della banca centrale era l’assetto maturo e moderno. Eppure per il mezzo secolo precedente la Banca, nazionalizzata, era stata per legge soggetta alle direttive del Tesoro, e per i due secoli e mezzo ancora prima era stata una società privata che viveva dei prestiti allo Stato.

L’indipendenza della Bundesbank ha un’origine del tutto diversa. La Bank deutscher Länder, predecessora della Bundesbank, fu istituita nel 1948 dalle autorità alleate di occupazione, e l’indipendenza della banca centrale tedesca non fu soltanto l’espressione di una preferenza democratica tedesca per la moneta sana. Il disegno era deliberato: la nuova banca centrale fu costruita in modo che nessun governo tedesco potesse mai più usarla per finanziare la propria spesa, come aveva fatto il regime nazista per pagare il riarmo e la guerra. Fino al 1951 prese istruzioni non da Bonn ma da una Commissione bancaria alleata. L’indipendenza della banca centrale tedesca nacque come scelta delle potenze occupanti, scritta nelle istituzioni di uno Stato sconfitto; quando nel 1957 il Bundestag approvò la legge sulla Bundesbank, mantenne quell’indipendenza, superando le obiezioni del cancelliere Konrad Adenauer, che l’anno prima aveva attaccato pubblicamente la politica restrittiva della banca centrale. Il celebre impegno tedesco per la stabilità dei prezzi, la cultura istituzionale e la reputazione sono tutti reali, ma l’indipendenza in sé fu trapiantata sotto occupazione e adottata solo in seguito.

L’indipendenza della BCE è scritta nell’articolo 130 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che vieta alla BCE e alle banche centrali nazionali della zona euro, nonché ai membri dei loro organi decisionali, di sollecitare o accettare istruzioni da qualsiasi governo, dell’UE o nazionale. Il Trattato è un documento politico, negoziato da capi di governo, e può essere modificato solo con l’accordo di tutti i governi degli Stati membri e l’approvazione in ciascuno di essi. Questo rende l’indipendenza della BCE una delle più difficili al mondo da smantellare, ma resta un compromesso politico che i governi hanno scelto e che potrebbero, insieme, riscrivere. La crisi dell’euro ha mostrato che cosa succede quando quel compromesso viene messo sotto pressione. L’impegno preso da Mario Draghi nel luglio 2012, quello di fare, «nell’ambito del nostro mandato», «tutto ciò che è necessario per preservare l’euro», seguito a settembre dal programma Outright Monetary Transactions, mise alla prova i limiti del mandato della BCE e del divieto, sancito dal Trattato, di finanziare i governi. Ricorrenti tedeschi lo contestarono fino alla massima corte dell’UE, che nel 2015 dichiarò l’OMT legittimo. Il programma non fu mai nemmeno usato: bastò la promessa a calmare i mercati.

L’accordo tra Tesoro e Federal Reserve del marzo 1951 è l’esempio americano più illuminante. Durante la Seconda guerra mondiale la Fed aveva ancorato i rendimenti dei titoli del Tesoro, impegnandosi ad acquistare tutte le obbligazioni necessarie a mantenere i tassi a lungo termine al 2,5%, e questo sostegno alla finanza pubblica era proseguito nel dopoguerra. All’inizio del 1951, con la guerra di Corea che spingeva l’inflazione a un tasso annualizzato del 21%, la Fed voleva lasciar salire i tassi; il governatore Marriner Eccles era la sua voce più esplicita. Truman e il suo segretario al Tesoro, John Snyder, volevano mantenere l’ancoraggio. Il mandato legale della Fed non avrebbe risolto nulla, e il conflitto si chiuse con un negoziato bilaterale esplicito. Il negoziatore del Tesoro, il vicesegretario William McChesney Martin, concluse l’accordo annunciato il 4 marzo 1951, che liberò la Fed dall’ancoraggio; poi Martin passò dall’altra parte, alla guida della Fed.

La teoria fiscale del livello dei prezzi

Gli economisti Christopher Sims, premio Nobel, e John Cochrane sostengono che il livello dei prezzi non sia determinato dalla sola politica monetaria, ma dalla posizione fiscale del governo. Se il debito pubblico supera ciò che gli investitori si aspettano venga coperto dai futuri avanzi di bilancio, i prezzi salgono finché il valore reale del debito non si allinea a quegli avanzi; la politica monetaria può influire sui tempi e sull'andamento di quell'aumento più facilmente di quanto possa impedirlo. Ne consegue che l'indipendenza della banca centrale è subordinata allo spazio fiscale. Una banca centrale in un paese con una traiettoria del debito insostenibile conserva il proprio statuto, ma amministra una politica monetaria il cui raggio d'azione è delimitato dall'aritmetica fiscale del governo. La sua indipendenza dipende allora dalla volontà del governo di mantenere credibilità fiscale, cioè da una condizione politica e non strutturale.

La Banca d’Inghilterra, la Bundesbank, la BCE e la Fed sono le istituzioni citate più spesso come modelli di indipendenza della banca centrale. In ciascun caso l’indipendenza ha una data, dipende da decisioni politiche precise prese da persone precise ed è revocabile attraverso processi politici: una legge del Parlamento o del Congresso oppure, per la BCE e ora anche per la Bundesbank, una modifica del Trattato che protegge entrambe. La stessa tensione emerge sul piano operativo: le operazioni di crisi che hanno salvato i mercati dopo il 2007 hanno gonfiato i bilanci delle banche centrali e li hanno caricati di rischio. Una banca centrale che detiene grandi quantità di debito pubblico ha un interesse finanziario diretto nella solvibilità dello Stato, e quell’interesse condiziona i suoi margini di manovra.

L’accordo, oggi

La Federal Reserve detiene titoli del Tesoro, la Banca d’Inghilterra detiene gilt, la BCE detiene titoli di Stato dell’area dell’euro. Per le tre grandi il debito pubblico è l’attivo principale, come lo era per la Banca d’Inghilterra nel 1694; i soli titoli del Tesoro costituiscono circa due terzi del bilancio della Fed, che ammonta a 6.700 miliardi di dollari.

Il quantitative easing avviato dopo il 2008 ha reso visibile la struttura come non lo era mai stata. Il bilancio della Fed è passato da circa 900 miliardi di dollari alla vigilia della crisi del 2008 a quasi 9.000 miliardi nell’aprile 2022. A dicembre 2021 l’Asset Purchase Facility della Banca d’Inghilterra aveva completato acquisti per 895 miliardi di sterline, quasi tutti in gilt. Il bilancio consolidato dell’Eurosistema ha toccato il picco di circa 8.800 miliardi di euro nel giugno 2022. In ogni caso la banca centrale compra debito pubblico, il governo si finanzia a costi più bassi e la banca centrale paga con riserve di nuova creazione, moneta fatta comparire sul proprio bilancio.

La dominanza fiscale si verifica quando il debito del governo è così ampio che la banca centrale non può alzare i tassi d’interesse senza minacciare la solvibilità dello Stato. Le decisioni di politica monetaria finiscono allora di fatto subordinate al fabbisogno finanziario del governo, anche se l’indipendenza formale della banca centrale resta scritta nelle leggi.

Negli Stati Uniti la spesa netta per interessi sul debito federale è salita da circa 345 miliardi di dollari nell’anno fiscale 2020 a 970 miliardi nell’anno fiscale 2025, quasi triplicando in cinque anni. Il Congressional Budget Office prevede una spesa netta per interessi di circa 2.100 miliardi di dollari l’anno entro il 2036, quasi un quinto dell’intera spesa federale. A quella scala, ogni decisione sui tassi del Federal Open Market Committee si ripercuote direttamente sul costo del servizio del debito federale. L’indipendenza che la legge riconosce al FOMC resta intatta, ma l’aritmetica fiscale aumenta la posta in gioco in ogni sua scelta.

Il Regno Unito ha mostrato una versione più acuta di questa pressione nel settembre 2022. Il mini-budget del governo Truss, con tagli fiscali senza copertura per circa 45 miliardi di sterline, scatenò una crisi sul mercato dei gilt che portò i fondi pensione con strategie di liability-driven investment sull’orlo della liquidazione forzata. La Banca d’Inghilterra rispose intervenendo sul mercato dei gilt e comprando titoli a lunga scadenza per comprimerne i rendimenti. Accadde sei giorni dopo che la Banca aveva alzato i tassi d’interesse per combattere l’inflazione. Nelle stesse due settimane stringeva la politica monetaria, rinviava le vendite di titoli già programmate e comprava gilt a miliardi per fermare una svendita, sostenendo intanto che quegli acquisti non erano affatto politica monetaria. Il Comitato di politica monetaria continuava a fissare i tassi e il Comitato di politica finanziaria si atteneva alle proprie competenze, ma era stato il bilancio del governo a creare l’emergenza a cui la Banca stava rispondendo. L’operazione fu temporanea: entro gennaio 2023 la Banca aveva venduto gli ultimi di quei gilt.

Il decennio di tassi vicini allo zero della BCE ha avuto un effetto collaterale: ha mantenuto sostenibile il debito italiano. La ragione dichiarata dalla banca era un’inflazione ferma sotto l’obiettivo, e l’istituto ha impostato la sua politica per rispettare quel mandato. Con rendimenti ben più alti, il costo del servizio del debito italiano sarebbe stato molto più gravoso, così il mandato e la realtà fiscale hanno puntato nella stessa direzione finché hanno smesso di farlo, e la BCE ha dovuto improvvisare.

Janet Yellen, ex segretaria al Tesoro ed ex presidente della Fed, intervenendo il 4 gennaio 2026 a Filadelfia a un panel dell’American Economic Association, ha descritto senza giri di parole la dinamica americana: «Le condizioni preliminari per la dominanza fiscale si stanno chiaramente rafforzando». Ha espresso dubbi che gli Stati Uniti finiscano su quella strada, ma ha avvertito che «i pericoli sono reali e vanno monitorati», e ha richiamato gli appelli pubblici del presidente Trump perché la Fed tagliasse i tassi così da alleggerire il peso del servizio del debito pubblico. La Casa Bianca ha presentato quella pressione come una divergenza di politica economica, ma il meccanismo è quello che Yellen stava descrivendo.

Nell’agosto 2025 Mark Sobel dell’OMFIF ha avvertito che, se le pressioni fiscali si fossero intensificate, le banche centrali avrebbero potuto trovarsi «sotto pressione per sollevare i governi dalle loro responsabilità», con il controllo della curva dei rendimenti o il quantitative easing a seguire «con il pretesto di preoccupazioni di stabilità finanziaria — non di politica monetaria». In quello scenario il debito pubblico già detenuto dalle banche centrali diventa lo strumento con cui l’indipendenza viene erosa mentre la sua forma giuridica rimane in piedi.

L’immagine e l’argomento

Al centro del modo in cui parliamo delle banche centrali c’è una sostituzione. Nel 1694 il lessico era: prestito, privilegio regio, banconote, interessi, finanza di guerra. Nel 2026 il lessico è: indipendenza, istituzione tecnica, mandato di politica monetaria, stabilità dei prezzi, prestatore di ultima istanza. I termini originari descrivono ciò che accadde, un accordo politico tra un governo e una classe commerciale che concesse a quest’ultima il diritto di creare moneta in cambio dei fondi per la guerra. I termini successivi descrivono qualcosa che è stato innestato su quell’accordo in tre secoli di gestione delle crisi: Bagehot, Thornton, compromessi al Congresso, negoziati sui trattati e imposizioni politiche.

Il secondo lessico nasconde il primo. L’indipendenza sancita dalla legge non fece mai parte del progetto originario; fu aggiunta tardi, attraverso processi politici diversi in paesi diversi, ciascuno plasmato dai rapporti di forza del proprio tempo.

I sottoscrittori del 1694 finanziarono la guerra di un re, ottennero in cambio il privilegio di fondare una banca e, quasi per caso, crearono un modello su cui le banche centrali più influenti costruiscono ancora oggi. Fecero l’accordo per una guerra precisa e per interessi propri altrettanto precisi. Da allora l’istituzione è stata nazionalizzata, affidata a economisti con il dottorato e dotata di mandati legali sulla stabilità dei prezzi. La domanda aperta è che cosa servirebbe per rinegoziare l’accordo stesso: chi dovrebbe rinunciare a che cosa, chi ha un interesse nell’assetto attuale e come sarebbe una banca centrale se venisse progettata oggi, con obiettivi diversi e beneficiari diversi.

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Come citare questo articolo
Lena Martin. “Il prestito di guerra all’origine delle banche centrali: come un accordo del 1694 plasma ancora le banche centrali del mondo.” Eikleaf, 2 giugno 2026, aggiornato 25 ottobre 2026. https://www.eikleaf.com/it/the-colonial-origins-of-central-banking-why-every-central-bank-is-still-paying-for-a-17th-century-war/

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Veduta dell’edificio della Banca d’Inghilterra nel luglio 2022 – Wikipedia

Fonti principali e riferimenti

Christine Desan, Making Money: Coin, Currency, and the Coming of Capitalism (Oxford University Press, 2014). https://doi.org/10.1093/acprof:oso/9780198709572.001.0001

Patrick K. O’Brien and Nuno Palma, “Not an ordinary bank but a great engine of state: the Bank of England and the British economy, 1694–1844,” Economic History Review, vol. 76, issue 1, 2023, pp. 305–329. https://doi.org/10.1111/ehr.13191

Bank of England Museum, “Why was the Bank of England founded?” https://www.bankofengland.co.uk/museum/online-collections/blog/why-was-the-bank-of-england-founded

Bank of England, “Our history.” https://www.bankofengland.co.uk/about/history

Tonnage Act 1694 (5 & 6 Will. & Mar. c. 20), Statutes of the Realm, vol. 6, pp. 483–495 (British History Online). https://www.british-history.ac.uk/statutes-realm/vol6/pp483-495

Bank of England, “The Bank of England note: a short history,” Quarterly Bulletin, 1969. https://www.bankofengland.co.uk/-/media/boe/files/quarterly-bulletin/1969/the-boe-note-a-short-history

Bank of England, “The Bank of England Act,” Quarterly Bulletin, May 1998. https://www.bankofengland.co.uk/-/media/boe/files/quarterly-bulletin/1998/the-boe-act

Walter Bagehot, Lombard Street: A Description of the Money Market (Henry S. King, 1873). Project Gutenberg edition. https://www.gutenberg.org/ebooks/4359

Henry Thornton, An Enquiry into the Nature and Effects of the Paper Credit of Great Britain (J. Hatchard, 1802). Scan of the 1802 edition, Internet Archive. https://archive.org/details/enquiryintonatur06thor

Thomas M. Humphrey, “Lender of Last Resort: The Concept in History,” Federal Reserve Bank of Richmond Economic Review, March/April 1989. https://www.richmondfed.org/-/media/RichmondFedOrg/publications/research/economic_review/1989/pdf/er750202.pdf

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