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Il pacchetto arrivò a Bangkok nel 1997, a Mosca nel 1998, a Buenos Aires nel 2001 e ad Atene nel 2010. Le condizioni erano ogni volta variazioni sullo stesso tema: tagliare la spesa pubblica, alzare i tassi d’interesse ovunque ci fosse una moneta nazionale da difendere, vendere i beni dello Stato, il tutto in un’economia lasciata aperta ai capitali stranieri. Le conseguenze politiche seguirono una traiettoria comune. Il governo che aveva accettato il pacchetto crollò o ne uscì screditato, e la politica che venne dopo si costruì in reazione a esso: in Thailandia, in Argentina e in Grecia, attraverso movimenti che si opponevano frontalmente a quelle condizioni.
I quattro episodi abbracciano tre continenti e tredici anni, eppure i resoconti divulgativi di queste crisi raramente li raccontano come un’unica storia. La frattura politica thailandese finisce archiviata sotto la voce populismo del Sud-est asiatico, il collasso russo sotto quella di patologia post-sovietica, l’Argentina sotto il peronismo (come se la parola spiegasse il problema anziché limitarsi a nominarlo) e la Grecia sotto la cattiva gestione del debito europeo. Ogni episodio diventa una storia regionale, con cause, conseguenze politiche e rimedi tutti suoi. I politologi hanno catalogato le proteste che seguono ai programmi di austerità e hanno verificato se i prestiti del FMI e della Banca mondiale facciano cadere i governi, con risultati condizionati e contrastanti. Fuori da quella letteratura specialistica, lo schema non ha un nome condiviso.
Chiamare ciascuno di questi episodi «crisi», come se fosse un evento meteorologico o una calamità naturale, è una scelta, e lo è anche archiviarli separatamente; entrambe le scelte servono interessi precisi. Raccontati insieme, i quattro casi rimettono il salvataggio stesso al centro della storia.
Che cosa fa il pacchetto standard
I programmi di crisi del FMI, di solito raccolti sotto l’etichetta di aggiustamento strutturale, condividono tre componenti fondamentali, e ciò che ciascuna produce nella pratica spiega perché le ricadute politiche continuino a seguire le stesse linee.
La prima componente è l’austerità di bilancio. La spesa pubblica viene tagliata per generare avanzi primari. Lo scopo dichiarato è la sostenibilità del debito. Nella pratica, il denaro che pagava ospedali, scuole e sussidi va invece al servizio del debito estero: la popolazione del paese assorbe i tagli mentre i creditori esteri incassano i pagamenti.
La seconda componente è il rialzo dei tassi d’interesse. I tassi salgono, ufficialmente per difendere la moneta e tenere sotto controllo l’inflazione. In un’economia in cui imprese e agricoltori dipendono dal credito bancario, l’effetto è prevedibile: il costo del denaro schizza verso l’alto, le aziende più fragili falliscono, i debitori delle campagne scoprono di non poter più onorare i propri impegni. I beni finiscono sul mercato a prezzi di liquidazione, e gli acquirenti meglio piazzati per accaparrarseli sono quelli che dispongono di valuta forte o di credito in abbondanza, spesso investitori e fondi stranieri. I proprietari indebitati che li vendono di solito non sono fra loro.
Joseph Stiglitz osservò la crisi asiatica dall’interno della Banca mondiale, dove era capo economista. Nel 2002 sostenne che le ricette del FMI a base di tassi elevati avevano spinto alla bancarotta, a migliaia, imprese dell’Asia orientale già pesantemente indebitate e trasformato un panico finanziario in una recessione profonda, lasciando sul tavolo beni in svendita per chiunque avesse ancora valuta forte.
La terza componente è la privatizzazione forzata. Sotto pressione fiscale, quando un governo taglia la spesa e alza i tassi mentre l’economia si contrae, i beni dello Stato vengono messi in vendita. Chi ha liquidità in mano raramente coincide con i risparmiatori nazionali il cui denaro è appena stato svalutato. Infrastrutture, servizi pubblici, porti e banche possono passare da mani pubbliche o nazionali a proprietari stranieri, a prezzi fissati in un mercato in sofferenza.
Conta anche la tempistica. Le vendite sono inserite negli stessi programmi che impongono la stretta fiscale e prosciugano il credito, quindi avvengono mentre i prezzi dei beni scendono e i venditori sono disperati. Un governo che taglia la spesa, guarda crollare la propria moneta e affronta una crisi dei servizi sociali, tutto nello stesso momento, non è in una posizione di forza per negoziare le condizioni a cui cede i suoi porti e le sue compagnie elettriche.
La struttura di governo del FMI spiega quali interessi questo assetto protegga. Gli Stati Uniti detengono circa il 16,5 per cento dei diritti di voto del Fondo. Poiché le decisioni principali richiedono una maggioranza qualificata dell’85 per cento, quella quota equivale di fatto a un potere di veto. Il G7 nel suo insieme detiene all’incirca il 41 per cento. I voti seguono le quote, perciò le maggiori nazioni creditrici pesano più di tutte.
Malesia, 1998: la controprova
Quando la crisi asiatica raggiunse la Malesia, il governo in un primo momento strinse le politiche di propria iniziativa. Poi, nel settembre 1998, il primo ministro Mahathir Mohamad cambiò rotta: rifiutò di chiamare il FMI, ancorò il ringgit a 3,80 per dollaro, impose controlli sui capitali a tutto campo per fermare la fuga di denaro e tagliò i tassi d'interesse invece di alzarli. La Malesia si riprese in fretta, e gli economisti Ethan Kaplan e Dani Rodrik avrebbero poi rilevato che, rispetto ai programmi del FMI, le sue politiche produssero una ripresa più rapida e cali più contenuti dell'occupazione e dei salari reali. L'obiezione ovvia è che la Malesia era un caso particolare, e che Corea e Thailandia si ripresero più o meno nello stesso periodo; gli economisti replicano che la crisi malese si stava ancora aggravando quando quelle degli altri due paesi si erano già attenuate.
1997: il modello
Per tutta la metà degli anni Novanta il baht thailandese era rimasto ancorato al dollaro, una situazione comoda per i creditori stranieri che prestavano a un’economia in forte crescita, ma che mascherava una fragilità di fondo delle partite correnti. Quando i flussi di capitale si invertirono, la Banca di Thailandia bruciò le riserve per difendere il cambio fisso. Il 2 luglio 1997 si arrese e lasciò fluttuare la moneta. Il baht crollò all’istante e continuò a scendere per mesi. Il contagio che ne seguì attraversò la regione nel giro di poche settimane.
Il FMI mise insieme per la Thailandia un pacchetto da 17,2 miliardi di dollari, assieme alla Banca mondiale e ai finanziatori regionali, subordinato a rialzi dei tassi d’interesse, a una stretta di bilancio e alla chiusura degli istituti finanziari insolventi. Il governo di Chavalit Yongchaiyudh, che aveva accettato le condizioni, cadde nel novembre 1997. Salirono al potere i democratici di Chuan Leekpai, che gestirono l’aggiustamento.
Nel luglio 1998 Thaksin Shinawatra registrò il Thai Rak Thai («I thailandesi amano i thailandesi»). Il nome era già una presa di posizione politica: un riferimento diretto a quella che veniva percepita come la resa della sovranità economica nazionale. Buona parte del programma del partito si leggeva come una risposta al pacchetto. I fondi di sviluppo per i villaggi offrivano credito là dove i rialzi dei tassi lo avevano soffocato, e le moratorie sui debiti degli agricoltori affrontavano le insolvenze prodotte da quel clima di tassi alti. Un sistema sanitario da 30 baht andava oltre, estendendo la copertura ai milioni di thailandesi che non avevano mai avuto un’assicurazione sanitaria. Alle elezioni del gennaio 2001 il Thai Rak Thai conquistò 248 seggi su 500 e formò una coalizione che ne controllava circa 325. Il mese dopo Thaksin divenne primo ministro.
Il populismo del Thai Rak Thai era una proposta politica: un programma costruito come risposta diretta a condizioni specifiche che il pacchetto aveva creato. I critici di Thaksin lo trattarono invece come una forma di voto di scambio, in cui un ricco uomo d’affari distribuiva benefici a una base rurale troppo ingenua per vederne i rischi fiscali di lungo periodo.
Quella lettura impone di dimenticare che i rischi fiscali di lungo periodo individuati dai critici erano stati gestiti, negli anni immediatamente precedenti, dal FMI, e che quella gestione aveva prodotto disoccupazione di massa, fallimenti a catena e la caduta di un governo. I thailandesi delle campagne che votarono il Thai Rak Thai sceglievano razionalmente un programma che affrontava di petto le condizioni create dal programma precedente.
L’Indonesia seguì la stessa traiettoria a velocità maggiore. La rupia scese a circa un sesto del suo valore precedente alla crisi. Il FMI e i suoi partner allestirono un pacchetto internazionale da 43 miliardi di dollari, subordinato a una stretta monetaria, alla ristrutturazione del settore bancario e alla riduzione dei sussidi su carburanti e generi alimentari, la condizione che si rivelò più esplosiva.
I tagli ai sussidi sui carburanti erano scritti nel programma del FMI, ma il Fondo aveva accettato di introdurli gradualmente. All’inizio di maggio del 1998 Suharto, sicuro di avere la situazione in pugno, li impose tutti in una volta, contro il parere dello stesso FMI, e la reazione fu immediata. Scoppiarono rivolte a Giacarta, Medan e Surakarta. Il 12 maggio le forze di sicurezza aprirono il fuoco su studenti che manifestavano all’Università Trisakti di Giacarta, uccidendone quattro. Quelle morti impressero un’accelerazione alle proteste. Sostenitori chiave nelle forze armate cominciarono ad abbandonarlo. Il 21 maggio Suharto si dimise, chiudendo 32 anni di potere.
In Indonesia la catena fu breve: una condizione del FMI, applicata di colpo da un regime che si credeva intoccabile, provocò uno shock dei prezzi, e le proteste che ne scaturirono posero fine al potere di Suharto.
In Corea del Sud la gente finì per attribuire al Fondo stesso la colpa di ciò che le stava accadendo, e quel giudizio si rivelò duraturo. Lo stesso Ufficio di valutazione indipendente del FMI concluse in seguito che la stretta di bilancio iniziale prevista dal programma in Corea del Sud era stata superflua.
«La crisi del FMI»: come la chiama la Corea del Sud
Nel discorso pubblico coreano, il biennio 1997–98 è chiamato abitualmente IMF sat'ae, «la crisi del FMI». Il nome porta con sé un giudizio popolare sulle cause: la crisi comprendeva ciò che era stato fatto all'economia in risposta al crollo della moneta. È una descrizione accurata di ciò che le popolazioni colpite vissero come l'evento decisivo. Gli stessi valutatori del FMI ammisero in seguito che una parte della cura, la stretta di bilancio iniziale, era stata superflua.
Russia e Argentina: due variazioni
Il collasso russo del 1998 viene raccontato di solito come una storia di oligarchi e di disfunzioni dell’era El’cin. Quella cornice tralascia il decennio di contesto che rese possibile l’agosto 1998.
Dal 1992 in poi, la trasformazione economica della Russia fu guidata dai consigli del FMI e in seguito dai suoi finanziamenti, con condizioni legate al denaro. Il programma di «terapia d’urto», fatto di liberalizzazione rapida, privatizzazioni di massa e abolizione dei controlli sui prezzi, venne gestito come un pacchetto con il sostegno dei creditori occidentali. Nel 1998 il mercato dei GKO, i titoli di Stato russi a breve termine, era diventato un veicolo per finanziare i disavanzi in assenza delle entrate fiscali che la liberalizzazione avrebbe dovuto generare e non aveva generato. Quando i prezzi mondiali delle materie prime scesero e i capitali cominciarono a defluire dai mercati emergenti sulla scia della crisi asiatica, il governo si trovò nell’impossibilità di rinnovare i GKO in scadenza.
Il 17 agosto 1998 il governo del primo ministro Sergej Kirienko e la banca centrale svalutarono il rublo, congelarono i pagamenti sui GKO in un default di fatto sul debito interno e imposero una moratoria di 90 giorni sui rimborsi delle banche russe ai creditori esteri. A luglio il FMI, la Banca mondiale e il Giappone avevano concordato un pacchetto da 22,6 miliardi di dollari, subordinato ad aumenti delle tasse, tagli al disavanzo e riforma delle pensioni. La Duma si rifiutò di approvare parti essenziali delle leggi di attuazione. Il FMI sbloccò 4,8 miliardi di dollari e, per protesta, ne trattenne 800 milioni. Quattro settimane dopo, la Russia fece default.
Il collasso del 1998 portò a termine la delegittimazione del progetto di riforme liberali dell’era El’cin come idea politica. In quell’agosto, il programma di privatizzazioni e liberalizzazioni diretto dal FMI non conservava più alcuna credibilità popolare in Russia. Al posto della prosperità che avrebbe dovuto giustificare lo sconvolgimento, aveva consegnato la cattura oligarchica dello Stato, l’instabilità dei conti pubblici e un crollo della moneta che per la seconda volta in un decennio aveva spazzato via i risparmi della gente comune. Il collasso travolse il governo Kirienko e screditò i riformisti che avevano giocato la propria autorità sulla promessa che l’integrazione con le istituzioni finanziarie occidentali avrebbe portato una prosperità condivisa.
Vladimir Putin, nominato a capo dell’FSB un mese prima del crollo, divenne primo ministro un anno dopo e fu eletto presidente nel marzo 2000. Non fu il crollo a fare di lui ciò che divenne, ma lasciò il progetto liberale, nella forma che gli aveva dato la terapia d’urto sostenuta dal FMI, con pochi difensori, e Putin salì nello spazio che quel fallimento aveva sgombrato. Mantenne gran parte dell’economia di mercato, scartò la promessa politica che l’aveva accompagnata e nel 2005 saldò il debito con il FMI in anticipo sulla scadenza.
Se la vulnerabilità della Russia veniva dai titoli sovrani e dai flussi di capitale speculativo, quella dell’Argentina veniva da un cambio fisso. Il sistema della convertibilità, una parità tra peso e dollaro introdotta nel 1991, aveva garantito la stabilità dei prezzi dopo anni di iperinflazione ed era diventato politicamente intoccabile. L’ancoraggio era sostenibile solo finché i flussi di capitale restavano favorevoli. Negli ultimi anni Novanta le condizioni di austerità del FMI aggravarono una recessione senza affrontare l’incompatibilità di fondo fra un cambio fisso sopravvalutato e una situazione di bilancio in deterioramento. Alla fine del 2001 il governo era intrappolato in un circolo vizioso: tagliava la spesa per rispettare gli obiettivi di disavanzo mentre l’economia gli si contraeva intorno.
Nel dicembre 2001 il governo impose il corralito, limitando i prelievi bancari per arginare una fuga di capitali che aveva già svuotato le riserve. La restrizione colpì in modo diretto e immediato i risparmiatori del ceto medio, cioè proprio le persone che si erano fidate del sistema. Seguirono proteste di massa. Due presidenti si dimisero nel giro di dieci giorni; in meno di due settimane la carica passò per le mani di cinque uomini. Il 23 dicembre il presidente ad interim Adolfo Rodríguez Saá annunciò che l’Argentina avrebbe smesso di pagare il proprio debito estero. Fu un default su circa 82 miliardi di dollari di obbligazioni, il più grande default sovrano della storia fino a quel momento.
Néstor Kirchner entrò in carica nel maggio 2003 con appena il 22 per cento dei voti, la percentuale più bassa mai ottenuta da un presidente nella storia argentina. Carlos Menem, che i sondaggi davano per sconfitto a valanga, si era ritirato dal ballottaggio, lasciando a Kirchner come unico mandato il risultato del primo turno. Il programma con cui Kirchner si era presentato era esplicito: intervento dello Stato nell’economia, aumenti salariali, rinegoziazione del debito alle condizioni dell’Argentina anziché a quelle dei creditori. La ristrutturazione del 2005, che impose ai creditori perdite pesanti e andò avanti nonostante le obiezioni del FMI sui suoi termini, fu accettata dai detentori di circa il 76 per cento del debito ammissibile e divenne il modello.
NML Capital contro Repubblica argentina: l'estensione giudiziaria del meccanismo
Un gruppo di hedge fund guidato da NML Capital acquistò obbligazioni argentine a prezzi di liquidazione dopo il default e si rifiutò di partecipare alle ristrutturazioni del 2005 e del 2010, accettate dalla stragrande maggioranza dei creditori. I fondi fecero causa presso la corte federale statunitense del Distretto meridionale di New York. Il giudice Thomas Griesa diede loro ragione, poi emise un'ingiunzione che vietava all'Argentina di pagare i creditori che avevano aderito alla ristrutturazione se nello stesso momento non avesse pagato per intero anche i dissidenti. In sostanza, la sentenza si servì dei tribunali statunitensi per far valere le pretese originarie dei creditori contro uno Stato sovrano che aveva ristrutturato il proprio debito. Il governo argentino chiamò quei dissidenti «fondi avvoltoio». L'etichetta è carica di giudizio, ma la strategia che descriveva era semplice. I fondi comprarono a poco debito in sofferenza, si tennero fuori dalla ristrutturazione collettiva e si rivolsero ai tribunali di New York, la cui giurisdizione l'Argentina stessa aveva accettato al momento di emettere le obbligazioni, per ottenere sentenze di pagamento integrale, interessi compresi. Nel 2016 si accordarono per circa il 75 per cento di quella pretesa più le spese legali, molte volte la cifra che avevano speso per le obbligazioni. Il contenzioso portò la logica di protezione dei creditori propria del pacchetto in un'aula di tribunale di Manhattan, anni dopo il default.
Russia e Argentina subirono la stessa morsa e ne uscirono con una politica completamente diversa. La Russia approdò a una chiusura autoritaria; l’Argentina elesse un governo che aveva fatto campagna contro i creditori e restò entro i confini della democrazia elettorale. In nessuno dei due paesi l’ordine politico che aveva gestito l’aggiustamento ritrovò il proprio equilibrio. I partiti e i governi che avevano accettato le condizioni ne pagarono le conseguenze, quasi tutti, e la maggior parte a caro prezzo.
L’eurozona: stesse condizioni, giurisdizione diversa
Resta un’obiezione: che queste cose accadano in paesi con istituzioni deboli, governi corrotti e uno Stato di diritto inadeguato. La crisi dell’eurozona del 2010 portò lo stesso pacchetto in paesi membri dell’euro.
A partire dal 2010 la troika formata da FMI, Banca centrale europea e Commissione europea gestì programmi di aggiustamento per Grecia, Irlanda, Portogallo e Cipro. Le condizioni erano riconoscibili: tagli alle pensioni, riduzioni degli stipendi nel pubblico impiego, privatizzazione dei beni dello Stato. Nell’ambito dei programmi successivi, la Grecia vendette una quota di controllo del 51 per cento dell’Autorità portuale del Pireo al colosso statale cinese del trasporto marittimo COSCO. Quattordici aeroporti regionali furono affidati a un gestore guidato da Fraport. Furono i contribuenti irlandesi, e non i detentori di obbligazioni senior delle banche irlandesi, a doversi accollare la maggior parte dei costi del salvataggio del settore bancario. La decisione fu presa sotto forti pressioni della BCE: Francoforte aveva subordinato nuova liquidità d’emergenza per le banche irlandesi all’adesione dell’Irlanda a un programma di salvataggio. Nel 2013 la disoccupazione greca raggiunse il 27 per cento. Quella giovanile superò il 60 per cento.
I crolli finanziari lasciano un segno politico tutto loro. In 20 economie avanzate, dal 1870 in poi, nei cinque anni successivi a una crisi finanziaria sistemica i voti all’estrema destra sono cresciuti in media di circa il 30 per cento, un aumento che non si osserva dopo le normali recessioni di pari profondità. Poche di quelle crisi furono accompagnate da un programma del FMI, quindi il dato non dice nulla direttamente sul Fondo. Mostra però che le crisi finanziarie portano con sé una carica politica che le normali fasi di contrazione non hanno, e i quattro casi suggeriscono che una parte di quella carica dipenda da chi viene costretto a pagare il salvataggio.
L’Europa dopo il 2010 rientrò in questo schema. Il Front National francese ottenne poco più del 4 per cento dei voti al primo turno delle elezioni legislative del 2007. Al primo turno delle legislative del 2012, nel pieno dei programmi di aggiustamento dell’eurozona, ottenne quasi il 14 per cento, triplicando i propri consensi in cinque anni. Alternativa per la Germania fu fondata nel 2013 in risposta esplicita alla crisi dell’eurozona, con una piattaforma fondativa incentrata sull’opposizione all’architettura dei salvataggi. Alba Dorata entrò nel parlamento greco nel 2012 con il 7 per cento dei voti.
La reazione non fu soltanto di destra. Syriza, la coalizione della sinistra radicale greca, vinse le elezioni del gennaio 2015 con un programma che prometteva di rinegoziare le condizioni della troika. In Spagna, dalla stessa crisi nacque Podemos. La direzione variava; ciò che si ripeteva era la rottura con i partiti che avevano gestito l’aggiustamento. Quei partiti ne pagarono il prezzo a prescindere dalla loro collocazione sull’asse destra-sinistra. Il PASOK, il partito di centrosinistra che aveva governato la Grecia per buona parte dei tre decenni precedenti, crollò dal 44 per cento del 2009 a meno del 5 per cento nel 2015: era il partito al governo quando venne il momento di saldare il conto dell’aggiustamento.
Syriza e il referendum del 2015: un mandato democratico senza via d'uscita
A fine giugno 2015 il primo ministro di Syriza, Alexis Tsipras, indisse un referendum sulle condizioni poste dai creditori per completare il secondo salvataggio. Il 5 luglio l'elettorato greco le respinse con il 61 per cento. Otto giorni dopo Tsipras accettò le condizioni per un terzo salvataggio, con vincoli altrettanto severi, o più severi, di quelli che il referendum aveva appena bocciato. L'episodio mise in luce un limite strutturale preciso: un mandato democratico a resistere al programma non basta se manca la possibilità di uscire dall'unione monetaria. Per tutta la durata dei negoziati i creditori usarono come leva la minaccia dell'uscita dall'euro, lo scenario della Grexit, e il risultato del referendum fu trattato come una posizione di partenza anziché come un'istruzione vincolante.
Perché lo schema non ha un nome
Gli specialisti hanno misurato alcuni pezzi dello schema, eppure raramente questo arriva al pubblico come un’unica storia. Diversi fattori tengono separati i pezzi.
Uno è il linguaggio dei documenti. Le lettere d’intenti del FMI, le lettere formali con cui i governi membri si impegnano in un programma del Fondo, esprimono le condizioni nel registro piatto della necessità tecnica: il governo «aumenterà» i prezzi, «chiuderà» le banche, «intende» eliminare i sussidi. È un linguaggio che fa sembrare aritmetica delle scelte negoziate e fa passare per inevitabile ciò che è stato imposto. La lettera dell’Indonesia del gennaio 1998 è scritta così dall’inizio alla fine.
Ciò che quel registro sopprime è la risposta alla domanda più ovvia: richiesto da chi, e nell’interesse di chi? I creditori protetti hanno un nome, e così i beni venduti, i prezzi pagati e gli acquirenti. Le condizioni furono scelte compiute da un’istituzione con una struttura di governo identificabile, che rappresenta interessi identificabili.
Un altro è la separazione fra discipline. Gli economisti che hanno misurato l’impennata dell’estrema destra dopo le crisi finanziarie lavorano nella storia economica e nella finanza. I politologi che studiano le proteste contro l’austerità e la sopravvivenza dei governi sotto i programmi del FMI pubblicano altrove, e gli specialisti d’area che scrivono dell’ascesa di Thaksin, di Kirchner, dell’AfD e del consolidamento di Putin pubblicano altrove ancora. Ogni disciplina ha buone ragioni di metodo per i propri confini. I pezzi esistono, ma l’intera sequenza, dalle condizioni di un salvataggio alla politica del decennio successivo, viene raccontata di rado in un unico luogo.
Anche la cornice della stampa ha tenuto separati i pezzi. Le conseguenze politiche di ciascuna crisi sono arrivate sulla stampa anglofona come storie regionali. La stampa ha presentato la Thaksinomics come una stranezza thailandese e il kirchnerismo come il peronismo argentino che ritorna, come ha sempre fatto, nei suoi modi imperscrutabili. L’AfD è nata come partito anti-euro, ma quando ha virato sull’immigrazione ha cominciato a essere letta come una storia di identità e carattere nazionale tedeschi, e Alba Dorata come la disfunzione di un paese problematico che non sa gestire i propri conti. La cornice rende invisibile lo schema perché rende ogni sua ripetizione leggibile solo nel contesto locale, e lascia inspiegato perché le storie locali continuino ad avere la stessa struttura.
C’è poi l’architettura del FMI. Il suo sistema di governo assegna la maggioranza alle nazioni creditrici e agli Stati Uniti un veto di fatto, grazie alla regola della maggioranza qualificata dell’85 per cento, e non offre alle nazioni debitrici alcun modo di scavalcare le preferenze dei creditori. Data questa struttura, la ripetuta preferenza del Fondo per la tutela dei creditori rispetto alla ripresa interna in Thailandia, Indonesia, Russia e Argentina è esattamente ciò che i suoi pesi di voto lascerebbero prevedere. La preferenza non era assoluta. In Irlanda, nel 2010, i tecnici del Fondo sostennero che si dovessero imporre perdite ai detentori di obbligazioni senior e persero il confronto con la BCE, e nel luglio 2015 il FMI diceva ai creditori europei che la Grecia aveva bisogno di una riduzione del debito molto più ampia di quella che erano stati disposti a prendere in considerazione.
Dare un nome allo schema significa dire chi ne ha tratto vantaggio e trattare le condizioni come scelte.
Può contare anche il costo professionale. Gli economisti che hanno criticato più apertamente la condizionalità del FMI, fra cui Stiglitz, Dani Rodrik e Ha-Joon Chang, lo hanno fatto quando avevano già una reputazione consolidata. Stiglitz formulò le sue prime critiche da capo economista della Banca mondiale e lasciò quell’incarico nel 1999, dopo scontri aperti con il Fondo e con il Tesoro statunitense. Per i giovani ricercatori di economia internazionale, il FMI e la Banca mondiale sono fonti importanti di posti di lavoro, dati e occasioni di pubblicazione. Se questo orienta le agende di ricerca, lo fa senza che nessuno debba sopprimere nulla, attraverso la normale abitudine di notare quali domande ottengono finanziamenti.
Che cosa servirebbe perché uno di questi salvataggi finisse diversamente? La riforma del Fondo è stata lenta: le modifiche alle quote concordate nel 2010 sono entrate in vigore solo nel 2016 e hanno lasciato intatto il veto statunitense. Nemmeno un mandato democratico è bastato. Il 5 luglio Tsipras aveva alle spalle il 61 per cento dei voti del referendum, e otto giorni dopo firmò.
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