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Questo articolo è stato tradotto automaticamente. La versione originale è disponibile in inglese.

Gli uomini delle SA erano schierati lungo le pareti dell’Opera Kroll. L’edificio del Reichstag era bruciato il 27 febbraio. Gli 81 deputati comunisti erano assenti, i loro mandati annullati, molti di loro arrestati o nascosti. Mancavano all’appello altri 26 socialdemocratici: per lo più in custodia o in fuga, uno in ospedale dopo un pestaggio di uomini delle SA e delle SS. I deputati del Partito di Centro avevano deciso, dopo una lunga discussione interna, di votare sì. Lo spoglio diede 444 voti favorevoli e 94 contrari, tutti i no dei socialdemocratici, l’unico partito che non cedette. La legge dei pieni poteri, formalmente Legge per eliminare lo stato di necessità del popolo e del Reich, passò con la maggioranza qualificata dei due terzi richiesta e trasferì il potere legislativo al governo di Hitler per quattro anni.

Sulla carta il voto superava ogni soglia: i due terzi richiesti dalla costituzione di Weimar erano stati raggiunti. Ma oltre ai banchi comunisti vuoti, il Reichstag aveva aperto la seduta riscrivendo il proprio regolamento, in modo che i deputati assenti senza giustificazione fossero contati come presenti: una manovra che aggirava la regola costituzionale sul quorum e garantiva la presenza che un boicottaggio avrebbe altrimenti potuto negare. La legge conservava tutte le forme esteriori della legittimità procedurale, e fu l’ultimo atto legislativo di rilievo che un Reichstag funzionante avrebbe mai approvato.

Messo da parte il giudizio morale sul fascismo, resta un enigma procedurale: un parlamento, votando secondo le forme esteriori della propria procedura, cedette il potere di fare le leggi. Si è tentati di archiviare quel pomeriggio come la stranezza di un momento irripetibile. I decenni successivi suggeriscono che fu l’esempio più compresso di uno schema che da allora è stato rallentato, diluito negli anni e reso abituale, fino a sembrare quasi un’altra cosa: governi che usano le regole per smantellare le regole, pur mantenendo l’apparenza di rispettarle.

Il modello mentale sbagliato

Quando immaginiamo il crollo di una democrazia, tendiamo a figurarci un evento preciso: carri armati per le strade, un generale in televisione, la proclamazione della legge marziale. È un momento riconoscibile e drammatico, con un prima e un dopo e una linea netta a separarli.

Questa immagine descrive abbastanza bene il modo dominante di autocratizzazione del Novecento. Durante la Guerra fredda, i colpi di Stato furono all’origine di quasi tre crolli democratici su quattro nel mondo. Il golpe come rottura era il meccanismo normale, e la diagnosi era semplice: niente intervento militare, nessuna fine della democrazia.

Il problema è che questo metro ha smesso di misurare ciò per cui era stato pensato. Più o meno dal 1990 il modo dominante è cambiato. Nel 2025 quarantaquattro paesi erano in pieno processo di autocratizzazione, contro i 12 di due decenni prima. Lo schema tipico è quello che i politologi chiamano executive aggrandizement: leader eletti che smantellano le istituzioni pensate per limitarli, servendosi a tale scopo dei poteri della carica, e che colpiscono soprattutto la libertà di espressione e i media.

In questa versione del crollo democratico le elezioni continuano a tenersi, ed è in parte proprio questo il punto. In Ungheria, in Turchia e in Venezuela si è continuato a votare per tutti gli anni della più profonda erosione istituzionale, e l’affluenza è rimasta consistente.

In Ungheria gli osservatori elettorali dell’OSCE hanno riferito nel 2014 che il partito di governo godeva di un vantaggio indebito. Ma un vantaggio indebito non è un colpo di Stato, e chi applicasse il modello del golpe concluderebbe che non c’è stato alcun momento di fallimento democratico, soltanto il sospetto persistente che stesse accadendo qualcosa che non rientrava nella categoria.

Il modello del golpe cerca una rottura, e questi casi sono costruiti per evitarla. Non c’è un momento decisivo, né un prima e un dopo netti. Ogni singolo passo è difendibile, e l’insieme diventa innegabile solo quando è già difficile tornare indietro.

Il modello abitua gli osservatori a porsi la domanda sbagliata. Alla domanda «Si vota ancora?» la risposta è quasi sempre sì. La domanda che conta è che cosa significhino le elezioni quando le istituzioni che le circondano sono state rimodellate.

Autoritarismo competitivo

I politologi Steven Levitsky e Lucan Way hanno introdotto nel 2002 il concetto di autoritarismo competitivo per descrivere regimi che tengono elezioni ma sbilanciano sistematicamente la competizione. Il concetto è affine a quello di regressione democratica, ma distinto. I regimi autoritari competitivi partono spesso da una competizione già sbilanciata, in cui il campo non è mai stato livellato, mentre i casi esaminati in questo articolo riguardano leader che hanno smantellato istituzioni democratiche che essi stessi avevano ereditato. Il punto d'arrivo è simile in entrambi i casi: elezioni che registrano la preferenza popolare attraverso un sistema che il governo ha costruito a proprio vantaggio.

La sequenza

Il copione non è segreto, e non ha bisogno di esserlo, perché ogni passo è difendibile nei propri termini. Nella pratica i passi si sovrappongono, e i governi li compiono nell’ordine che l’occasione consente.

Primo passo: vincere con un margine sufficiente. Più precisamente, vincere abbastanza da governare senza alleati di coalizione che potrebbero ostacolare i passi successivi, e idealmente abbastanza da modificare la costituzione da soli. Alle elezioni parlamentari ungheresi dell’aprile 2010, l’alleanza Fidesz–KDNP ottenne il 52,7 per cento dei voti di lista e 263 seggi su 386: una maggioranza qualificata dei due terzi, sufficiente a emendare, e presto a sostituire, la costituzione senza la collaborazione di nessun altro partito. La quota di seggi sopravvalutava di molto quella dei voti, una distorsione insita nelle regole elettorali esistenti che Fidesz avrebbe poi amplificato.

Secondo passo: conquistare la magistratura. I tribunali sono l’istituzione più capace di fermare gli altri passi, e per questo diventano un bersaglio precoce. In Ungheria il nuovo ordine costituzionale abbassò dal gennaio 2012 l’età di pensionamento obbligatoria dei giudici da 70 a 62 anni, allontanando dalla magistratura circa 274 giudici nel giro di un anno, tra cui circa un quarto della Corte suprema e quattro dei cinque presidenti delle corti d’appello. In Venezuela una legge del 2004 portò la Corte suprema da 20 a 32 membri; quel dicembre la coalizione di governo riempì in un solo giorno i nuovi seggi e cinque posti vacanti con persone fidate. Human Rights Watch concluse che la corte così riempita aveva in larga parte abdicato al proprio ruolo di contrappeso all’esecutivo: tutelava i diritti in casi sporadici e circoscritti, ma non teneva testa al governo in quelli più importanti e politicamente delicati. Quelle sentenze occasionali mantenevano l’apparenza dell’indipendenza.

Terzo passo: conquistare i media. Prima viene il controllo delle autorità di regolamentazione, perché è più facile da giustificare di una confisca. Uno dei primi grandi pacchetti legislativi del nuovo governo, nel 2010, ricostruì la regolamentazione dei media attorno a un Consiglio dei media composto interamente da membri designati da Fidesz con mandati di nove anni e il potere di infliggere multe salate. Poi uomini d’affari amici del governo comprarono testate, tra cui tutti i quotidiani regionali. Nel novembre 2018 i loro proprietari donarono gratuitamente 476 testate a un unico nuovo ente, la Fondazione centroeuropea per la stampa e i media, e il governo dichiarò la fusione «di importanza strategica nazionale», sottraendola al vaglio dell’antitrust. Contando i media pubblici, le testate vicine al governo raccoglievano già nel 2017, prima della donazione, circa il 78 per cento dei ricavi del mercato ungherese dell’informazione e dell’attualità. In Turchia, nel marzo 2016, un tribunale di Istanbul sequestrò Zaman, allora il quotidiano più diffuso del paese, e lo pose sotto amministrazione governativa.

Quarto passo: usare la maggioranza legislativa blindata per cambiare le regole elettorali e rendere più difficile perdere le elezioni successive. La nuova legge elettorale ungherese, approvata nel dicembre 2011, ridusse il parlamento da 386 a 199 seggi e introdusse un meccanismo di «compensazione del vincitore», che ricicla come voti di lista nazionale i voti in eccesso dei candidati vincitori nei collegi uninominali, moltiplicando così il vantaggio del partito più grande. Nel 2014 Fidesz ottenne il 44,9 per cento dei voti di lista nazionale e 133 seggi su 199: due terzi del parlamento con meno della metà dei voti. La sola compensazione del vincitore valse a Fidesz sei seggi nel 2014, esattamente la differenza tra 127 seggi e una maggioranza dei due terzi.

Quinto passo: vincere di nuovo le elezioni successive — e conservare la maggioranza qualificata anche con meno voti. Sul campo inclinato, con una magistratura conquistata e un ambiente mediatico rimodellato, le elezioni successive rinnovano il mandato: nel 2014 i voti di lista di Fidesz scesero dal 52,7 al 44,9 per cento, eppure il partito mantenne la maggioranza dei due terzi, e vinse di nuovo i due terzi nel 2018 e nel 2022. Quella maggioranza legittima a posteriori i passi dal primo al quarto. Ogni nuovo mandato viene presentato come prova che la popolazione approva ciò che è accaduto, e nel senso tecnico di chi conta i voti senza esaminare le condizioni in cui sono stati espressi, è così. La domanda che il meccanismo preclude è che cosa significasse quel voto, visto com’erano l’ambiente informativo e l’architettura elettorale nel momento in cui le persone lo espressero.

Il sistema ungherese di compensazione del vincitore

Il sistema elettorale misto ungherese combina seggi assegnati in collegi uninominali, vinti a maggioranza relativa, con una lista nazionale di partito. Con la legge elettorale del 2011, i voti in eccesso dei candidati vincitori nei collegi uninominali, cioè i voti oltre quelli necessari per vincere, vengono riciclati come crediti frazionari sulla lista nazionale del partito. Questo meccanismo si chiama compensazione del vincitore, e amplifica il vantaggio elettorale del partito che conquista più collegi. Nel 2014 Fidesz vinse 96 dei 106 collegi uninominali, e i voti di compensazione aggiunsero altri sei seggi a livello di lista. Insieme produssero lo scarto tra il 44,9 per cento dei voti di lista e i due terzi dei seggi. Il sistema fu approvato con normali votazioni parlamentari, in fretta e con scarsa consultazione pubblica, ma difendibile come proceduralmente legittimo sotto ogni aspetto formale.

La trappola della legalità

I tribunali se ne accorsero e furono presentati ricorsi, ma il meccanismo andò avanti, e non ebbe bisogno di alcuna cospirazione per farlo. Levitsky e Ziblatt distinguono tra le regole scritte dei sistemi democratici e le norme non scritte che li sorreggono: quella che chiamano tolleranza reciproca, cioè accettare gli avversari politici come partecipanti legittimi alla vita democratica, e l’autocontrollo istituzionale, la moderazione con cui gli attori politici rinunciano a fare tutto ciò che la legge tecnicamente consente.

Le costituzioni non si fanno rispettare da sole. Dipendono dal fatto che gli attori politici scelgano di non usare fino in fondo il potere legale di cui dispongono. Quando un attore smette di esercitare l’autocontrollo mentre tutti gli altri continuano, le regole scritte non possono correggere la situazione, perché sono state concepite presupponendo una moderazione universale.

Oltre al cedimento delle norme c’è un problema di tempi. I ricorsi contro un singolo passo arrivano quando quel passo ha già prodotto il suo effetto istituzionale. La Corte costituzionale ungherese annullò la modifica sul pensionamento dei giudici nel luglio 2012, quando la maggior parte dei giudici colpiti era già stata mandata a casa. La sentenza non riportò nessuno in servizio: la Corte stessa precisò che i giudici allontanati non potevano essere reintegrati sulla sola base della sua decisione. Solo dopo che anche la Corte di giustizia dell’UE ebbe condannato la misura, nel novembre 2012, una legge del 2013 permise loro di scegliere tra il rientro e un indennizzo, e a quel punto i loro incarichi direttivi erano già stati assegnati.

I passi corrono più veloci dei tribunali, e corrono in parallelo. Quando la Corte costituzionale si pronunciò sui giudici, il pacchetto ungherese sui media era legge da un anno e mezzo e la nuova legge elettorale era già in vigore.

Il gioco duro costituzionale, l’uso fino in fondo del potere legale di cui si dispone, ne è solo una parte. Le istituzioni democratiche traggono la loro autorità dalla legittimità procedurale, dall’essere l’organo che rispetta la procedura corretta e decide attraverso i canali giusti. Un’istituzione la cui autorità poggia sul rispetto della procedura è esposta a chiunque sia disposto a trattare la procedura come uno strumento anziché come un limite.

In Ungheria, in Turchia e in Venezuela i partiti di opposizione opposero argomenti costituzionali corretti a ogni passo. Erano argomenti fondati, e persero comunque, perché quando vennero giudicati l’istituzione che avrebbe dovuto farli valere non era più la stessa. Dire «questo è incostituzionale» mentre la Corte costituzionale viene riempita di fedelissimi è esatto, e non ferma l’operazione.

Il problema della popolazione

Perché abbia fallito l’opposizione politica, oltre a quella legale, è una domanda più difficile. L’inganno ebbe la sua parte: molti non capirono che cosa stava succedendo finché non fu troppo tardi. Un quadro più completo guarda alle condizioni che resero difficile un’opposizione collettiva in ogni fase, condizioni che le misure stesse dei governi avevano contribuito a creare.

La prima è l’informazione. Quando il quadro d’insieme diventa innegabile, l’ambiente mediatico è già stato rimodellato in modo da renderne difficile la circolazione. Un elettore ungherese che nel 2018 si affidava alla televisione nazionale o ai quotidiani regionali si muoveva in un ambiente informativo in cui, secondo i dati del 2017, le testate vicine al governo, media pubblici compresi, raccoglievano circa il 78 per cento dei ricavi dell’informazione.

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La conquista dell’informazione era stata il terzo passo, compiuto quando le condizioni materiali erano ancora abbastanza buone da far sembrare lontane le preoccupazioni istituzionali. L’ambiente informativo fu degradato prima del momento in cui l’informazione sarebbe stata più importante.

Il secondo fattore è materiale: all’inizio le condizioni erano buone. L’Ungheria di Orbán registrò una crescita costante del PIL per buona parte degli anni Dieci. Nel Venezuela di Chávez la povertà delle famiglie si ridusse grosso modo della metà tra il 2003 e il 2008, mentre i ricavi petroliferi alle stelle finanziavano programmi sociali in espansione. Il calo della povertà si sarebbe bruscamente invertito, ma solo quando la ristrutturazione istituzionale era già ben avanzata. In queste condizioni la popolazione metteva sulla bilancia vantaggi concreti e immediati (spesa sociale, occupazione, una crescita economica visibile) e beni astratti, differiti e istituzionalmente complessi: tribunali indipendenti, libertà editoriale, l’integrità procedurale delle elezioni future. Quel compromesso non ha bisogno di alcuna teoria del fallimento civico per essere spiegato, tanto più quando l’ambiente informativo è stato orientato in modo da presentare le preoccupazioni istituzionali come propaganda dell’opposizione.

Il terzo fattore è ideologico, e il politologo argentino Guillermo O’Donnell lo individuò nel 1994 come democrazia delegativa: una logica di governo in cui si ritiene che il vincitore delle elezioni abbia ricevuto il mandato di governare senza vincoli istituzionali — «limitato soltanto dalla dura realtà dei rapporti di potere esistenti e da un mandato di durata costituzionalmente limitata», secondo la sua formulazione. Una popolazione che ha interiorizzato la premessa delegativa ha già concesso all’autocrate il suo argomento centrale prima ancora che lui agisca. In questa cornice la vittoria elettorale è un’autorizzazione a usare il potere disponibile, e le istituzioni che ne limiterebbero l’uso diventano ostruzionismo. Niente di tutto questo richiede popolazioni particolarmente credulone.

I limiti della democrazia delegativa come concetto

O’Donnell elaborò il concetto di democrazia delegativa nel contesto specifico delle transizioni post-autoritarie latinoamericane della fine degli anni Ottanta e dell'inizio degli anni Novanta: società con istituzioni di responsabilità orizzontale strutturalmente deboli, ereditate dalle autocrazie precedenti. Se il concetto si applichi senza forzature all'Ungheria o alla Turchia, con la loro più solida eredità istituzionale, è controverso: lo schema potrebbe richiedere quella debolezza istituzionale preesistente, oppure la premessa delegativa potrebbe operare ovunque i leader coltivino l'idea che un mandato sia una licenza per un potere senza vincoli.

Variazioni sulla sequenza

L’Ungheria ha completato la sequenza con la massima precisione. Dal 2010 al 2014 il governo Orbán operò quasi interamente attraverso le regole costituzionali che aveva ereditato, servendosi della clausola dei due terzi della vecchia costituzione per scriverne una nuova. La magistratura fu presa di mira; la Corte costituzionale annullò la modifica dell’età pensionabile, ma i giudici in servizio erano già cambiati. Il consolidamento dei media, proseguito oltre il 2014 e completato nel 2018, avvenne attraverso acquisizioni, una donazione di massa e un decreto governativo. La riforma elettorale fu approvata dalla maggioranza dei due terzi di cui allora disponeva il parlamento. In nessun momento un singolo passo fu al di là di ogni contestazione legale.

La versione turca fu più lenta, in parte perché l’AKP di Erdoğan doveva fare i conti con due vincoli indipendenti, l’esercito e la magistratura kemalista, che richiesero una quindicina d’anni di mosse attentamente calibrate per essere logorati. Il referendum costituzionale del 2010 aprì la strada al riempimento delle corti con giudici graditi. Il processo subì una drastica accelerazione dopo il fallito tentativo di colpo di Stato del 15 luglio 2016, che diede al governo il potere di legiferare per decreto d’emergenza: il giorno dopo il tentativo furono sospesi 2.745 giudici e pubblici ministeri, e alla fine più di 4.000 furono destituiti con decreti d’emergenza. Il referendum del 2017, tenuto in pieno stato d’emergenza e vinto con il 51,4 per cento, abolì poi la carica di primo ministro e sostituì il sistema di governo parlamentare con una presidenza esecutiva forte, che Erdoğan assunse nel luglio 2018. Il metodo turco fu più scoperto di quello ungherese, soprattutto dopo il 2016, quando i poteri d’emergenza resero visibile l’accelerazione, ma i meccanismi costituzionali che conferivano quei poteri rimasero formalmente intatti.

Il Venezuela mostra che aspetto ha il meccanismo senza la sua caratteristica più importante. Chávez seguì la stessa logica con una disciplina procedurale nettamente minore. L’assemblea costituente del 1999 scavalcò il Congresso nazionale invece di passare attraverso di esso, e la nuova costituzione ruppe apertamente con il vecchio ordine, rinunciando al vincolo del «tecnicamente legale a ogni passo» che rende il meccanismo così difficile da contrastare nella sua forma più raffinata. In Ungheria e in Turchia la disciplina garantisce la possibilità di negare. Permette a un governo di muoversi in un ambiente giuridicamente conteso dietro una facciata democratica che rende difficile opporsi a ogni singolo passo, e produce il mandato dall’aria legittima che il quinto passo richiede.

Il caso di Weimar è quello estremo. La sequenza essenziale che a Orbán richiese quattro anni si condensò in una sola sessione legislativa, perché il precedente collasso istituzionale (catastrofe economica, violenza di strada, terrore politico normalizzato, il calcolo del Partito di Centro secondo cui Hitler si poteva tenere a bada dall’interno di una coalizione) aveva già fatto ciò che di solito richiede anni di conquista passo dopo passo. Il voto del 23 marzo rispettò le forme, ma con gli uomini delle SA e delle SS a riempire la sala e l’assenso degli altri partiti ottenuto con l’inganno, l’autoinganno e il ricatto, non fu un voto libero.

Questi casi condividono una logica e differiscono per ritmo e condizioni di partenza. Un governo che parte da istituzioni più deboli, come in Venezuela, procede più in fretta e con meno cautela. Un governo che parte da istituzioni più solide, come l’architettura costituzionale post-comunista dell’Ungheria o l’establishment kemalista della Turchia, deve essere più metodico, e ciò che costruisce dura più a lungo.

La legge Acerbo, 1923

Il primo chiaro esempio europeo moderno del quarto passo, cambiare le regole elettorali per blindare il partito di testa, è la riforma elettorale di Mussolini del 1923, che prende il nome dal deputato che la propose e fu approvata un anno dopo l'arrivo di Mussolini al potere con appena 35 deputati fascisti alla Camera. La legge Acerbo garantiva i due terzi dei seggi parlamentari al partito con la quota di voti più alta, a condizione che superasse il 25 per cento. Alle elezioni politiche dell'aprile 1924 le liste guidate dai fascisti, in una campagna segnata da intimidazioni e violenza politica diffuse, ottennero il 64,9 per cento dei voti. La legge fu usata una sola volta: nel 1925 il regime la sostituì, e nel 1928 una nuova legge abolì del tutto le elezioni competitive, lasciando agli elettori soltanto la possibilità di approvare o respingere un'unica lista scelta dal Gran Consiglio del fascismo. Il caso italiano è il meccanismo ridotto al suo nucleo: prendere il potere, cambiare le regole elettorali, vincere nettamente le elezioni successive, poi fare a meno dell'apparato della negazione plausibile. Il passaggio dal quarto passo al teatro elettorale richiese cinque anni.

Che cosa resta

Una conquista democratica pienamente compiuta, con l’ambiente giudiziario, mediatico, elettorale e informativo profondamente rimodellato, è costruita per resistere a un ribaltamento elettorale: una volta che il campo è abbastanza inclinato, una vittoria dell’opposizione è meno probabile, e quando arriva, le istituzioni di cui il nuovo governo ha bisogno restano occupate dai fedelissimi del governo precedente.

L’Ungheria ha ora messo alla prova la prima metà di questa affermazione. Il 12 aprile 2026, dopo sedici anni al potere, il Fidesz di Orbán ha perso: il partito Tisza di Péter Magyar ha ottenuto circa il 53 per cento dei voti di lista e una maggioranza dei due terzi con un’affluenza record, e Orbán ha riconosciuto la sconfitta.

Il congegno maggioritario costruito da Fidesz, collegi uninominali e compensazione del vincitore, ha amplificato la valanga di voti dell’avversario con la stessa fedeltà con cui un tempo aveva amplificato Fidesz. Un campo inclinato può essere ribaltato dagli elettori, ma serve un’ondata abbastanza grande da sommergerne la pendenza.

La Polonia mette alla prova la seconda metà. La coalizione di Donald Tusk ha vinto nettamente nell’ottobre 2023, chiudendo otto anni di governo di Diritto e Giustizia durante i quali tribunali, procure e media pubblici polacchi erano stati occupati. Il nuovo governo ha promesso di riparare le istituzioni, e oggi V-Dem conta la Polonia tra i paesi che stanno invertendo l’autocratizzazione. Ma la riparazione per vie legali si scontra con la stessa asimmetria temporale che aveva reso possibile il danno: alcune inversioni richiedono un’azione esecutiva decisa che somiglia allo stesso copione illiberale; altre richiedono maggioranze che il governo non ha, e dal 2025 un presidente vicino a Diritto e Giustizia ha posto il veto su riforme chiave della giustizia. A quasi tre anni di distanza la riforma resta parziale e contestata: un cambio di governo non basta, da solo, a ripristinare le istituzioni democratiche. La nuova maggioranza qualificata ungherese si trova ora davanti a una versione dello stesso divario.

Eppure il meccanismo contiene una fragilità che i suoi progettisti non avevano previsto. L’obbligo costante di vincere le elezioni, anche su un campo inclinato, costringe il governo a rendere conto dei risultati alla popolazione in un modo che alle autocrazie chiuse non è richiesto. Recitare la legittimità elettorale richiede, almeno al margine, di consegnare qualcosa di materiale alla popolazione di cui si cercano i voti. Quando la consegna si interrompe, perché i ricavi del petrolio si prosciugano o la crescita si ferma, il meccanismo subisce una pressione per cui non era stato progettato. Il Venezuela dopo Chávez mostra sia la pressione sia il suo limite: quando i ricavi petroliferi crollarono, l’opposizione conquistò nel 2015 il controllo dell’Assemblea nazionale, e la Corte suprema riempita di fedelissimi annullò quasi tutte le leggi approvate dall’Assemblea. Perdere i voti non significò perdere il potere. Nemmeno l’operazione militare statunitense che nel gennaio 2026 ha rimosso Nicolás Maduro ha messo fine al sistema: la sua vicepresidente, Delcy Rodríguez, ha assunto la presidenza ad interim, e nel settembre 2026 gli investigatori dell’ONU hanno riferito che l’apparato repressivo dello Stato era rimasto intatto.

Il pubblico delegativo può smettere di applaudire. Se questo basti a riparare il danno istituzionale, o soltanto a sostituire il personale all’interno di una struttura istituzionale degradata per sempre, è la domanda a cui la Polonia e ora l’Ungheria stanno rispondendo in tempo reale. La Polonia suggerisce che riparare il danno sia il compito più difficile: la tenuta del meccanismo sta nel divario tra vincere un’elezione e ricostruire ciò che il governo precedente ha passato anni a smantellare con metodo.

Il voto all’Opera Kroll arrivò alla fine della sequenza. Il precedente degrado istituzionale, la normalizzazione del gioco duro costituzionale, i calcoli dei partiti sulle alternative disponibili: tutto questo venne prima del 23 marzo. Ciò che accadde quel pomeriggio fu il punto d’arrivo di un processo già in gran parte compiuto, ed è quindi il posto sbagliato in cui cercare il segnale d’allarme.

Si cerchi l’equivalente punto d’arrivo in Ungheria, e non sembrerà tale. Sembrerà una ristrutturazione della regolamentazione dei media, un emendamento costituzionale discusso in parlamento o una norma sul pensionamento dei giudici che la Corte costituzionale esaminerà più tardi. In Turchia il punto d’arrivo ha l’aspetto di un referendum o di un decreto d’emergenza, ciascuno con il suo strumento giuridico e ciascuno in regola nei propri termini formali.

Nei 44 paesi in via di autocratizzazione vive il 41 per cento della popolazione mondiale, una quota record. Alcuni, come il Burkina Faso e il Niger, ci sono arrivati con un colpo di Stato militare. Molti degli altri sono governi eletti che applicano versioni della stessa sequenza a velocità diverse.

Conoscere in anticipo la sequenza non dice che cosa farne. Il più delle volte ogni passo viene ancora contestato da solo, davanti a tribunali ed elettori che i passi precedenti hanno già rimodellato.

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Media

Proteste avviate da studenti universitari davanti a piazza Beyazıt. – Wikipedia

Fonti principali e riferimenti

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Mark Weisbrot, Rebecca Ray and Luis Sandoval, “The Chávez Administration at 10 Years: The Economy and Social Indicators,” Center for Economic and Policy Research, February 2009. Available at: https://www.cepr.net/documents/publications/venezuela-2009-02.pdf

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