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Nell’inverno del 1400–1401 l’Arte di Calimala, la corporazione fiorentina dei mercanti che importavano e rifinivano i panni stranieri, bandì un concorso. Era una delle associazioni di mestiere più antiche e ricche della città, nonché l’ente responsabile del Battistero. In palio c’era l’incarico di realizzare una nuova coppia di porte in bronzo per il Battistero di San Giovanni, l’antico edificio ottagonale che sorgeva nel cuore civico e cerimoniale di Firenze. Sette scultori presentarono formelle di prova, ciascuna raffigurante il sacrificio di Isacco. Tra i concorrenti c’erano Lorenzo Ghiberti, Filippo Brunelleschi, Jacopo della Quercia e altri quattro. Fu scelto Ghiberti: a suo dire vinse in modo netto, mentre secondo il biografo di Brunelleschi l’incarico andò a lui solo dopo che Brunelleschi si era rifiutato di dividere il lavoro. Le porte a cui Ghiberti dedicò i due decenni successivi divennero una delle opere fondative del Rinascimento e gli valsero un secondo incarico: le porte orientali, terminate nel 1452, che Michelangelo, a quanto racconta Vasari, giudicò degne di essere le porte del Paradiso.
L’Arte di Calimala non era un committente nuovo. La stessa corporazione aveva commissionato nel 1330 la precedente coppia di porte del Battistero, opera di Andrea Pisano, un’impresa conclusa nel 1336. Quelle porte anteriori alla peste erano raffinate, prestigiose e perfettamente leggibili secondo la logica consolidata della vita civica fiorentina: una potente corporazione mercantile spendeva denaro per ornare un edificio sacro e, così facendo, comprava onore per sé e per la sua città, come avrebbe fatto la commissione del 1401.
Nei sessantacinque anni trascorsi tra il completamento delle porte di Pisano e il concorso del 1401, la città intorno a esse cambiò: le sue dimensioni, la composizione della sua ricchezza, la logica sociale della spesa pubblica e il prestigio che pagare per l’arte pubblica poteva procurare a una famiglia in una città la cui popolazione e le cui fortune erano state scosse in modo catastrofico. L’enigma è come quei cambiamenti abbiano prodotto un mecenatismo su tale scala.
Il racconto canonico e la sua lacuna
Il racconto tradizionale del Rinascimento è una storia di idee. Il sapere classico recuperato, i testi greci riscoperti o rivalutati, l’individuo sottratto alla subordinazione medievale all’autorità spirituale collettiva e investito di una nuova dignità e di una nuova fiducia intellettuale. L’umanesimo, in questa versione, giunge come una sorta di alba dell’intelletto, e con esso artisti, architetti e studiosi che si trovarono concentrati a Firenze e il cui genio si trovò a coincidere. L’elenco è noto: Brunelleschi e i suoi esperimenti prospettici con lo specchio; il David di Donatello, il primo nudo in bronzo a tutto tondo dall’antichità; l’Accademia platonica; Lorenzo de’ Medici che scrive sonetti mentre governa una città-stato.
Questo racconto non è falso, ma da solo lascia aperta una domanda. Già nel 1300 Firenze era prospera, ospitava mercanti raffinati e una vivace produzione artistica ed era una città con ambizioni di distinzione culturale. Il commercio della lana e la banca avevano prodotto una ricchezza considerevole per oltre un secolo prima dell’arrivo della peste. Gli storici discutono da tempo su come, o se, la peste abbia plasmato ciò che seguì. Millard Meiss sosteneva che la pittura successiva alla peste si fosse fatta più conservatrice; gli storici dell’economia videro nel Rinascimento un investimento nella cultura in tempi difficili; David Herlihy e Samuel Cohn considerarono la peste un punto di svolta. Altri, come Katharine Park, concludono che la peste non alterò radicalmente la gerarchia sociale di Firenze né la composizione dei suoi gruppi dirigenti. La storia delle idee, da sola, non spiega perché le grandi conquiste si concentrassero nella Firenze del Quattrocento, né perché il denaro dei mercanti e delle corporazioni, già una fonte importante di mecenatismo pubblico prima del 1348, fosse in grado di finanziarle, in seguito, su una scala simile. C’è una possibile risposta economica, e comincia dal numero dei morti.
La popolazione di Firenze nel 1338 è stata stimata tra 90.000 e 120.000 abitanti; per quasi ogni criterio la città era una delle più grandi e prospere d’Europa. Nel giro di pochi anni dal 1348 la popolazione era scesa, secondo la maggior parte delle stime, ben al di sotto della metà di quella cifra: una ricostruzione basata sugli estimi fiscali cittadini del 1352 indica circa 25.000 persone, e probabilmente anche questo è un conteggio per difetto. Gran parte delle morti avvenne in una sola stagione: la città perse almeno metà dei suoi abitanti nel solo 1348; il cronista Matteo Villani parlò di tre su cinque. Quella perdita, in questa lettura, è la precondizione strutturale del Rinascimento.
La demografia della catastrofe
L’Europa medievale prima della peste era ciò che gli economisti chiamano un regime malthusiano. La terra era limitata, la popolazione era numerosa rispetto alle risorse disponibili, e questa abbondanza di lavoro rispetto alla terra teneva bassi i salari. Un contadino o un bracciante a giornata aveva pochissimo potere contrattuale. Il lavoro c’era; le persone per svolgerlo abbondavano. In Inghilterra e in gran parte dell’Europa occidentale, all’inizio del Trecento i salari reali erano compressi a livelli prossimi alla sussistenza senza alcuna politica esplicita, per effetto dell’aritmetica di un mercato del lavoro in cui l’offerta superava di gran lunga la domanda effettiva.
La Peste nera rovesciò questa aritmetica da un giorno all’altro. Le stime recenti collocano il bilancio della peste in Europa tra il 30 e il 50 per cento della popolazione, con forti variazioni regionali. Nico Voigtländer e Hans-Joachim Voth sostengono che l’effetto durò oltre la moria: nell’Europa settentrionale, le terre rimaste vuote passarono all’allevamento, la pastorizia attirò le donne verso il lavoro retribuito, le donne si sposarono più tardi ed ebbero meno figli, e così la manodopera rimase scarsa e i salari elevati per generazioni.
Nel secolo e mezzo successivo, più di mille villaggi inglesi furono progressivamente abbandonati, mentre i sopravvissuti si spostavano verso terre migliori e lavori meglio pagati. Nulla nella storia europea, prima o dopo, regge il confronto con la Peste nera come shock demografico.
Firenze non fu risparmiata. La città perse almeno metà della sua popolazione nella prima ondata, e la peste continuò a tornare: nel 1363, nel 1374, nel 1383 e nel 1390, e ancora nel 1399–1400, alla vigilia del concorso per le porte del Battistero, quando un’epidemia devastante uccise, secondo una stima, un quarto degli abitanti rimasti. Quando l’Arte di Calimala emanò il bando del concorso, Firenze conviveva da più di cinquant’anni con shock demografici ricorrenti. Gli adulti della Firenze del 1401 appartenevano a generazioni plasmate dal ritorno periodico della peste; i più anziani ricordavano ancora la prima epidemia. Molti erano nuovi arrivati, attirati dalla campagna a ripopolare una città svuotata.
Variazioni regionali della mortalità
La peste non uccise in modo uniforme. In Scandinavia, e in particolare in Norvegia, la mortalità raggiunse livelli catastrofici. Alcune stime, in particolare quella di Ole Benedictow, collocano la mortalità norvegese al 60 per cento o più nella prima ondata; altre attribuiscono alla Scandinavia circa il 50–55 per cento. Parti dell'Italia urbana, Firenze compresa, persero metà o più dei loro abitanti. Altre regioni, tra cui zone dell'Europa centrale e orientale come la Polonia, sembrano aver subito una mortalità inferiore, anche se lì le stime sono particolarmente incerte. Questa variabilità conta per capire perché l'Italia, e precisamente le città mercantili della Toscana, fittamente interconnesse, divenne l'epicentro degli effetti economici e culturali che seguirono. Dove la mortalità fu elevata e le case mercantili, le banche e le corporazioni vi sopravvissero, la ricchezza poté cambiare rapidamente di mano e le istituzioni poterono adattarsi; le regioni meno urbane, o meno devastate, non avevano né lo shock né i meccanismi.
La rivoluzione dei salari
«Gli umili storcevano il naso davanti al lavoro», annota la cronaca del priorato della cattedrale di Rochester, scritta non oltre il 1350, «e a stento si lasciavano convincere a servire i potenti se non per un salario triplo». Il tono della cronaca è di indignazione morale. Ciò che documenta è un improvviso capovolgimento del mercato del lavoro: dove prima molti lavoratori si contendevano un lavoro scarso, ora c’erano pochi lavoratori e molti posti vacanti.
Quando muore metà della forza lavoro, i sopravvissuti possono negoziare, perché i campi vanno ancora arati e i panni vanno ancora tessuti. Il lavoro non scomparve insieme ai lavoratori, e così i salari salirono.
A Firenze una provvisione del luglio 1349, approvata mentre la città era in guerra, consentì l’aumento della paga dei fanti della città, invocando l’«inopiam personarum», la penuria di uomini. Più in generale, le autorità si adattarono alla nuova realtà in città mentre la contrastavano nelle campagne: ai salari urbani fu permesso di crescere, mentre i lavoratori rurali che abbandonavano i poderi venivano multati. I salari reali dei lavoratori non qualificati a Firenze aumentarono dell’87 per cento tra il 1348 e il 1350, contro il 27 per cento dei lavoratori qualificati. Lo storico William Caferro invita però alla cautela: i salari dei dipendenti pubblici della città non seguirono sempre il semplice schema di domanda e offerta previsto dai modelli sulla peste, e la paga nominale della cavalleria cittadina, per esempio, non cambiò affatto tra il 1349 e il 1350.
L’Inghilterra tentò di tornare per legge al vecchio equilibrio. Un’ordinanza del giugno 1349, rafforzata nel 1351 dallo Statuto dei lavoratori, fissava salari massimi ai livelli precedenti la peste e rendeva illegale pagare di più o pretendere di più. Lo statuto fu applicato, a ondate, per decenni, e fallì: i salari reali giornalieri dei braccianti agricoli inglesi all’incirca raddoppiarono tra gli anni Cinquanta del Trecento e gli anni Cinquanta del Quattrocento. Le condizioni contro cui era stata scritta non potevano essere rovesciate per decreto. L’indignazione del cronista di Rochester coglie ciò a cui la legislazione rispondeva: un mondo in cui la deferenza era diventata negoziabile perché il lavoro, per il momento, scarseggiava.
Samuel Cohn, che ha confrontato le leggi sul lavoro approvate nell’Europa occidentale dopo il 1348, osserva che le leggi non discendevano logicamente dal nuovo equilibrio tra domanda e offerta di lavoro. Riflettevano l’ansia delle élite, e precisamente la paura di un rovesciamento dei ceti: il timore delle classi dirigenti per l’«avidità» e il nuovo potere dei lavoratori, la stessa ansia del dopo-peste che alimentò il movimento dei flagellanti e la persecuzione di ebrei, catalani e mendicanti.
Lo Statuto dei lavoratori e la politica di compressione dei salari
Lo Statuto dei lavoratori inglese (1351) viene spesso citato come prova della resistenza delle élite agli aumenti salariali del dopo-peste, ma la sua storia complica qualsiasi narrazione semplice. Lo statuto fu applicato, soprattutto attraverso i giudici regi: con vigore nei primi anni Cinquanta del Trecento, quando le multe inflitte ai trasgressori servivano a compensare le imposte locali, e poi a ondate dopo le epidemie successive. Ma l'applicazione fu disomogenea: la grande maggioranza delle corti signorili non vi fece mai ricorso. Non fu lettera morta, eppure la tendenza salariale che avrebbe dovuto invertire proseguì comunque. Cohn lo spiega così: quella legislazione non riguardò mai, in primo luogo, una gestione efficiente del mercato del lavoro; il suo scopo era tenere i lavoratori al loro posto. I tribunali non potevano impedire ai servi di guadagnare di più, ma potevano perseguirli per averlo preteso. Il caso italiano differisce da quello inglese in modi significativi. Le corporazioni fiorentine operavano entro quadri istituzionali diversi, e la struttura politica della città-stato creava punti di pressione diversi: è anche per questo che le traiettorie italiana e inglese del dopo-peste divergono.
Misurati sul lungo periodo, i livelli salariali del dopo-peste furono eccezionali, e gli storici hanno talvolta definito il secolo successivo alla peste un’«età dell’oro» per i salariati. L’etichetta è tuttora discussa, perché le serie salariali riguardano solo alcuni lavoratori e non dicono nulla di quanti giorni all’anno riuscissero a trovare lavoro. Quanto alla disuguaglianza, le fonti fiscali italiane offrono due letture. Samuel Cohn individua nel periodo compreso grosso modo tra il 1375 e il 1475 la più lunga fase misurabile in cui il divario tra ricchi e poveri si ridusse; Guido Alfani fa partire il calo dalla peste stessa e lo vede durare circa un secolo nella maggior parte dei luoghi, anche se in Toscana la disuguaglianza riprese a crescere lentamente già dagli anni Settanta del Trecento.
La redistribuzione della ricchezza e la nuova classe mercantile
Due meccanismi tradussero la catastrofe demografica in una nuova distribuzione della ricchezza, e non sempre spinsero nella stessa direzione.
Il primo fu la rivoluzione salariale descritta sopra: nel corso di decenni di salari elevati, lavoratori e piccoli artigiani accumularono un’eccedenza maggiore di quella che avevano avuto nell’economia malthusiana del primo Trecento. I guadagni furono graduali: la differenza tra sussistenza e una modesta eccedenza, protratta per un secolo.
Il secondo meccanismo fu più rapido: l’eredità. Quando metà di una città muore in pochi anni, i membri sopravvissuti di una famiglia ereditano prima ed ereditano di più. Una famiglia di mercanti che nel 1347 prevedeva di dividere un patrimonio modesto fra quattro figli adulti poteva, nel 1351, vederlo concentrato in un unico superstite, che aveva ereditato anche dai parenti in linea collaterale. Si moltiplichi questo schema per un’intera città di mercanti e di membri delle arti: alcune famiglie ne uscirono molto più ricche di quanto si aspettassero. Ma nel complesso l’effetto dell’eredità andò in entrambe le direzioni: con le consuetudini italiane di divisione dell’eredità, la peste frammentò anche i grandi patrimoni e portò beni a molte persone che non ne avevano mai posseduti.
Le prove migliori del livellamento seguito alla peste vengono dall’Italia: gli estimi di città toscane come Prato e San Gimignano mostrano una distribuzione della ricchezza diventata nettamente più equa dopo il 1348. Eppure la Toscana fu anche il luogo in cui la disuguaglianza riprese a salire prima che altrove, dagli anni Settanta del Trecento, e nelle generazioni successive le élite italiane adottarono strumenti giuridici come il fedecommesso, che vincolava i beni di famiglia a una linea di eredi e contribuiva a proteggere i grandi patrimoni dalla frammentazione nelle epidemie successive.
Nulla di tutto questo richiede che la Firenze del dopo-peste sia diventata più diseguale. Serve qualcosa di più circoscritto: che le famiglie mercantili sopravvissute, e le corporazioni che esse guidavano, disponessero ancora di grandi patrimoni liquidi e di fondi corporativi, in una città con meno persone tra cui spartirli. L’Arte di Calimala, che commerciava panni stranieri d’importazione, e l’Arte della Lana, che governava l’industria laniera cittadina, erano enti di questo tipo. Quanto siano cresciuti i loro fondi per singolo membro dopo il 1348 è un’inferenza; le fonti qui citate non lo dimostrano.
Accanto alla dimensione economica ce n’è una culturale. In tutta l’Europa del dopo-peste, le élite risposero all’aumento dei salari e all’erosione delle barriere di status con un’ondata di leggi suntuarie, che stabilivano chi potesse indossare che cosa ed erano rivolte in gran parte ai ceti inferiori di recente benessere. A Firenze, a scrivere quelle leggi erano a loro volta mercanti: le antiche famiglie magnatizie erano escluse dal governo fin dagli Ordinamenti di giustizia del 1293. Nella Firenze del dopo-peste la competizione per lo status si giocò in larga parte tra famiglie mercantili, affermate e appena arricchite, e l’arte, l’architettura e la committenza pubblica furono tra le sue arene.
Dal capitale al mecenatismo
L’Arte di Calimala non commissionò le porte del Battistero nel 1401 a causa della peste. I membri della corporazione che sedevano nella commissione pensavano all’onore civico, alla gloria di Firenze, alla propria reputazione e al soggetto più adatto per il bando di un concorso. Nessun documento dell’epoca collega la commissione alla rivoluzione salariale o alle eredità piovute nei decenni precedenti. Il nesso sta nelle condizioni in cui la corporazione prese la sua decisione, non in qualcosa che i suoi membri avessero in mente.
Ciò su cui la corporazione poteva contare nel 1401 era la ricchezza di una comunità mercantile sopravvissuta a ripetuti shock demografici, mentre le infrastrutture commerciali intorno a essa si adattavano lentamente a una città ridotta ma ancora funzionante. La scala della commissione, con sette scultori in gara davanti a una giuria per un programma in bronzo di notevole portata, dipendeva da quella ricchezza. La logica competitiva della commissione, l’ambizione stessa di mettere a confronto i migliori artisti disponibili, apparteneva a una società in cui i mercanti rivendicavano prestigio pagando per l’arte pubblica.
Dopo la peste cambiarono la scala, l’intensità competitiva e la posta sociale in gioco del mecenatismo mercantile. In una città in cui la morte di massa aveva sfoltito le antiche famiglie, spezzato le linee di successione e attirato nuovi arrivati dalla campagna, il mecenatismo pubblico era uno dei modi più visibili con cui i nuovi benestanti, e le famiglie affermate decise a mantenere il proprio posto, potevano rivendicare quel prestigio civico che il solo nome di famiglia non garantiva più.
I Medici vennero dopo, come espressione matura di questa logica. Giovanni di Bicci de’ Medici nacque intorno al 1360, quando il mondo del dopo-peste aveva già una dozzina d’anni. Apprese il mestiere di banchiere nella compagnia del parente Vieri di Cambio, fondò la propria banca nel 1397 e la costruì soprattutto sugli affari con la corte papale; le botteghe della lana vennero dopo, come investimenti della banca. Sedette anche nella giuria del concorso del 1401 per il Battistero. Suo figlio Cosimo de’ Medici impiegò i profitti di quell’attività bancaria per commissionare i progetti architettonici di Brunelleschi, la scultura di Donatello e i dipinti del Beato Angelico. Il mecenatismo dei Medici era strategia politica e sociale: a Firenze, l’autorità culturale era diventata una delle principali forme di potere non coercitivo. Cosimo capì che chi costruiva gli edifici più belli e riempiva le cappelle più belle accumulava un genere di autorità che le famiglie rivali non potevano facilmente contrastare, per quanto antico fosse il loro nome.
Il Decameron come sintomo culturale
Giovanni Boccaccio scrisse il Decameron negli anni immediatamente successivi alla peste, tra il 1349 circa e i primi anni Cinquanta del Trecento. La sua cornice narrativa, in cui un gruppo di sopravvissuti fiorentini si ritira in una villa fuori città a raccontarsi novelle mentre la peste infuria, colloca esplicitamente l'opera nel momento della catastrofe. Il Decameron è ampiamente riconosciuto come la conquista fondativa della prosa letteraria italiana e il modello più influente di narrativa profana nella tradizione europea che seguì. La sua materia comica, erotica, satirica e mondana riflette una sensibilità che trovava gli antichi quadri dell'autorità spirituale inadeguati a ciò che era appena accaduto. Se la Firenze del dopo-peste creò le condizioni materiali per il mecenatismo rinascimentale, il Decameron è una prova precoce che creò anche le condizioni culturali per l'umanesimo rinascimentale: una fiducia laica, una disponibilità a porre al centro del racconto l'umano anziché il divino, che la peste sembra aver intensificato anziché spento.
I limiti del meccanismo
L’economia spiega le condizioni che resero possibile la commissione del 1401: il capitale, la pressione sociale a spenderlo pubblicamente, la città scossa nella cui ammirazione l’Arte di Calimala stava investendo. Non spiega, e non cerca di spiegare, perché le formelle vincitrici di Ghiberti abbiano l’aspetto che hanno.
Questa domanda appartiene alla storia dell’arte, e la storia dell’arte ha buoni strumenti per affrontarla. Il recupero di specifici modelli classici, l’influenza della scultura ellenistica, la formazione e il temperamento particolari degli artisti coinvolti, le tradizioni iconografiche entro cui e contro cui lavoravano: nulla di tutto questo si legge nelle serie salariali o negli atti di successione. Più avanti nel secolo, gli studiosi greci, che insegnavano a Firenze dal 1397 e arrivarono più numerosi dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, portarono manoscritti che cambiarono ciò che gli umanisti fiorentini potevano leggere e ciò che gli artisti fiorentini potevano vedere. Contò anche il genio individuale. La rivoluzione prospettica che Brunelleschi mise a punto con uno specchio e un dipinto del Battistero fu un’intuizione che richiedeva proprio Brunelleschi, con la sua formazione matematica e la sua insofferenza per le convenzioni visive ereditate, e nessun mutamento dei salari o delle eredità basta a spiegarla.
Questa è un’ipotesi sulle precondizioni, non l’affermazione di una causa sufficiente, e gli storici che dubitano che la peste abbia cambiato la gerarchia sociale di Firenze o i suoi gruppi dirigenti non concederebbero nemmeno questo. In questa lettura, il rimescolamento della ricchezza e della popolazione seguito alla peste fornì il denaro e la rivalità grazie ai quali il Rinascimento divenne possibile. Non determinò quale aspetto avrebbe avuto il Rinascimento, quali opere sarebbero sopravvissute o quali idee avrebbero prevalso. I dati salariali possono spiegare perché qualcuno fosse disposto a commissionare la Primavera, e in grado di farlo, ma non il dipinto in sé.
I committenti di Firenze
Nel 1474 Sandro Botticelli completò una grande tavola raffigurante san Sebastiano per la chiesa di Santa Maria Maggiore a Firenze. Il dipinto fu collocato nella chiesa il 20 gennaio 1474, giorno della festa di san Sebastiano, tra i più invocati intercessori contro la peste, il santo che, nella tradizione figurativa, accoglieva nel proprio corpo le frecce dell’ira divina perché altri potessero essere risparmiati. Nessun documento registra il motivo della commissione, ma in una città che conviveva con la peste da oltre un secolo è improbabile che la scelta del santo e del giorno fosse casuale.
I committenti della Firenze del dopo-peste sapevano che cosa fosse la peste. Ci erano cresciuti insieme. I mercanti di panni dietro il concorso del 1401 per le porte del Battistero appartenevano a generazioni che avevano attraversato le epidemie che tornavano ogni dieci anni circa, colpendo famiglie e corporazioni in tutta la città, e la grave epidemia del 1399–1400, alla vigilia del concorso, doveva essere per molti di loro una perdita recente e precisa.
Ciò che non avrebbero potuto vedere era quanto quella sopravvivenza avesse plasmato la prosperità su cui poggiava il loro mecenatismo. Se l’argomentazione qui proposta è corretta, la cassa della corporazione che finanziò la commissione a Ghiberti era più ricca, per ciascun membro superstite, di quanto sarebbe stata in una città che non avesse perso metà della popolazione, e la pressione a spendere pubblicamente quel denaro veniva da un mondo in cui la peste aveva sfoltito le antiche famiglie e attirato estranei al loro posto.
Il Battistero
Torniamo al Battistero nel 1401, mentre la giuria valuta le formelle e sceglie quella di Ghiberti. La decisione di finanziare quest’opera in quel momento e su quella scala, e di organizzarla come concorso aperto anziché come incarico diretto, fu presa da uomini che avevano trascorso la loro vita lavorativa tra catastrofi ricorrenti e le loro conseguenze, in una città la cui popolazione si era ridotta almeno della metà. La spinta a commissionare anziché tesaurizzare, e a competere in pubblico anziché consolidare in privato, veniva da un’economia dello status in cui il rango, per essere sicuro, doveva essere esibito.
La Peste nera uccise decine di milioni di persone in tutta Europa. Annientò famiglie, estinse lignaggi, fece crollare comunità e lasciò ai sopravvissuti forme di trauma che le testimonianze dell’epoca registrano senza riuscire a nominarle. La Firenze del 1402 era una versione più piccola e ridimensionata della città del 1338.
Nulla di tutto questo dettò ciò che sarebbe stato il Rinascimento. Avvenne nel mondo che la Peste nera aveva creato: il regime salariale che istituì, le fortune che frantumò e ricompose, le famiglie che sfoltì e i nuovi arrivati che attirò, l’ansia di rango che generò nei sopravvissuti, ora abbastanza ricchi, e abbastanza precari, da cercare con le loro commissioni la via della permanenza.
Ghiberti dedicò ventuno anni alla prima coppia di porte. L’Arte di Calimala ne commissionò poi una seconda, che Michelangelo, a quanto racconta Vasari, guardò e battezzò. Il denaro per realizzarle veniva, attraverso molti passaggi, da una città che era stata dimezzata e che nei decenni successivi si era andata ripopolando di nuovi arrivati dalla campagna.
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Fonti principali e riferimenti
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