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I paesi con le crisi idriche più gravi non hanno quasi alcuna capacità di dissalazione. La dissalazione su larga scala esiste dagli anni Sessanta e a questi paesi è stata proposta più volte, ma i suoi conti non sono mai tornati per loro. Yemen, Etiopia, Pakistan e buona parte dell’Africa subsahariana affrontano una scarsità d’acqua acuta e in peggioramento. Messi insieme, dispongono appena di una frazione minima della capacità di dissalazione mondiale: un impianto per dissalare l’acqua di mare finanziato dall’Arabia Saudita per Aden, la città portuale dello Yemen, è ancora in preparazione, e l’Etiopia, senza sbocco sul mare, non ne ha praticamente nessuna. Dove arriva la tecnologia e dove si trova la crisi non coincidono quasi mai.
È questo il problema centrale quando si tratta la dissalazione come la risposta alla scarsità d’acqua globale. La tecnologia ha la reputazione di una soluzione scintillante a un problema planetario, ma i suoi impianti sorgono dove capitale e costa si incontrano, e questo divario è economico, non tecnico. Nemmeno i rimedi che raggiungerebbero tutti gli altri vengono messe in pratica, per ragioni che anche in questo caso non hanno niente a che fare con la tecnologia.
Che cos’è la dissalazione, che cosa fa e dove i conti non tornano
La dissalazione funziona in due modi: o si spinge l’acqua di mare ad alta pressione attraverso membrane semipermeabili, un processo chiamato osmosi inversa, oppure la si scalda fino a farla evaporare e se ne condensa il vapore, separando così l’acqua dolce dal sale. Entrambi i processi sono tecnicamente maturi, ed entrambi sono impiegati commercialmente su larga scala.
Gli Stati del Golfo vivono di dissalazione. Kuwait, Qatar e Bahrein ricavano dalla dissalazione circa il 90 per cento o più della loro acqua potabile, l’Arabia Saudita all’incirca il 70 per cento. I grandi impianti israeliani per l’acqua di mare lungo la costa mediterranea producono circa l’80 per cento dell’acqua potabile del paese, ovvero circa un terzo di tutta l’acqua dolce erogata nel 2022. Un sesto impianto, Sorek 2, ha cominciato a fornire acqua nel 2025, e le previsioni di lungo periodo dell’Autorità israeliana per le acque indicano una capacità di dissalazione quasi triplicata, da circa 600 milioni di metri cubi l’anno nel 2022 a circa 1.700 milioni entro il 2050. Sono sistemi operativi, su larga scala, che funzionano come previsto. Se la dissalazione possa risolvere la crisi idrica globale è una questione economica.
Il primo limite è l’energia. L’osmosi inversa richiede circa 3-4 chilowattora per produrre un metro cubo d’acqua dolce dall’acqua di mare, e gli impianti più avanzati arrivano a circa 2,5 kWh/m³ in condizioni ideali. Il trattamento convenzionale dell’acqua di fiume o di lago richiede all’incirca 0,2-0,6 kWh/m³. La dissalazione consuma all’incirca da cinque a venti volte più energia per unità d’acqua prodotta. Il divario è ampio, e la fisica pone un limite a quanto possa ridursi: per dissalare l’acqua di mare esiste una soglia termodinamica minima di circa 1 kWh/m³.
Si confronti tutto questo con i consumi mondiali. I prelievi annui di acqua dolce ammontano a circa 4.000 chilometri cubi, e la sola agricoltura ne assorbe circa 2.800 km³. Sostituire con acqua dissalata anche solo una frazione significativa della domanda idrica agricola mondiale richiederebbe apporti di energia che, alla scala necessaria, non esistono. I futuri guadagni di efficienza non possono eliminare un limite fissato dalla fisica, e quel limite ha conseguenze economiche dirette e permanenti. L’argomento secondo cui l’energia solare renderà prima o poi la dissalazione praticabile a questa scala è tecnicamente coerente, ma arriva troppo lentamente per essere d’aiuto. Il costo in capitale per costruire alla scala richiesta sia gli impianti solari sia quelli di dissalazione resta proibitivo per i paesi a basso reddito sotto stress idrico, e gli acquiferi che si stanno esaurendo oggi non hanno a disposizione i decenni necessari perché quella transizione si concretizzi.
Il secondo è ciò che esce dall’altra parte. Per ogni litro d’acqua dolce prodotto, la dissalazione genera circa 1,5 litri di salamoia ipersalina — un concentrato fino a circa due volte più salato dell’acqua di mare, che trasporta residui delle sostanze chimiche usate nel trattamento, come il cloro e gli antincrostanti, e tracce di metalli come il rame. Nel 2019 si stimava che gli impianti di dissalazione del mondo scaricassero circa 142 milioni di metri cubi di questa salamoia al giorno. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar ne producono insieme il 55 per cento.
La stragrande maggioranza torna in mare. Gli impatti ecologici locali vicino ai punti di scarico sono documentati: i pennacchi ipersalini, spesso più caldi, possono ridurre l’ossigeno disciolto, mettere sotto stress gli organismi dei fondali e habitat sensibili come le praterie di fanerogame marine, e far salire le concentrazioni di rame e di altri metalli. Il Golfo Persico, circondato da circa la metà della capacità mondiale di dissalazione dell’acqua di mare, è il luogo in cui questi effetti si concentrano: secondo un modello la salamoia fa aumentare la salinità fino a circa 4 grammi per chilogrammo nelle zone sudoccidentali del Golfo, lungo la costa arabica. Uno studio distinto sul bacino nel suo insieme ha concluso che gli aumenti di salinità dovuti alla dissalazione restano ampiamente entro la variabilità naturale del Golfo, anche con la crescita di capacità prevista fino al 2050. I suoi autori precisano però con chiarezza che si tratta di un verdetto valido a scala di bacino, e che ciò che accade intorno ai singoli impianti richiede ulteriori ricerche. La dissalazione nell’entroterra affronta problemi di smaltimento della salamoia diversi, ma altrettanto seri. Senza un oceano vicino, la salamoia va iniettata nel sottosuolo, fatta evaporare in costose vasche impermeabilizzate oppure trasportata altrove, e nessuna di queste opzioni è economica o innocua per l’ambiente. Nell’entroterra lo smaltimento della salamoia si risolve solo pagando un prezzo, e aggiunge parecchio al costo reale della dissalazione ovunque la si tenti lontano dalla costa. Il costo economico pieno della dissalazione, se contabilizzato correttamente, comprende questi costi ambientali a valle, e ben poco ne compare nel prezzo dell’acqua dissalata.
Il terzo è il capitale. Costruire un grande impianto a osmosi inversa costa da centinaia di milioni a oltre un miliardo di dollari, e i costi di esercizio restano consistenti nel tempo. Yemen, Etiopia, Pakistan e vaste aree dell’Africa subsahariana, dove le crisi idriche sono più acute, non sono in grado di raccogliere capitali nella misura e alle condizioni che questa infrastruttura richiede; perfino l’impianto per l’acqua di mare in preparazione ad Aden, nello Yemen, dipende dai finanziamenti sauditi allo sviluppo. Gli Stati del Golfo, Israele, l’Australia, la Spagna e la California costiera ne sono in grado, e usano la dissalazione per integrare sistemi idrici che già funzionano.
I benefici della tecnologia vanno in misura schiacciante a chi gode già di sicurezza idrica. I suoi costi, in energia e in danni ambientali nei siti di scarico, si distribuiscono più ampiamente. E raggiunge a stento i 2,1 miliardi di persone che nel mondo ancora non dispongono di acqua potabile gestita in modo sicuro. È così da sei decenni, cioè da quando la dissalazione opera su scala industriale: troppo a lungo perché si tratti di un ritardo di diffusione che più tempo e più investimenti correggeranno.
Il problema del 70 per cento
L’agricoltura assorbe circa il 70 per cento di tutta l’acqua dolce prelevata nel mondo. In molti paesi più poveri, dove domina l’irrigazione di sussistenza e commerciale, la quota arriva al 90 per cento o più, e a circa il 95 per cento in Afghanistan, Mali, Nepal, Somalia e Sudan. A confronto, tutti gli impianti di dissalazione del mondo messi insieme, a pieno regime su una capacità di circa 100 milioni di metri cubi al giorno, produrrebbero meno di 40 km³ l’anno: abbastanza per coprire appena l’uno o il due per cento di quanto preleva l’agricoltura.
Il metodo di irrigazione più diffuso al mondo resta l’irrigazione a scorrimento, in cui l’acqua viene immessa in solchi e canali e dilaga sui campi. È il metodo meno efficiente che esista: l’acqua scorre tra le file delle colture, evapora al sole e percola sotto le zone radicali, dove le piante non possono assorbirla. L’efficienza di applicazione tipica dell’irrigazione a scorrimento si aggira intorno al 40-60 per cento, quindi circa metà dell’acqua distribuita non raggiunge mai le radici, anche se una parte rifluisce a valle verso fiumi e acquiferi. L’irrigazione a goccia, che porta l’acqua direttamente alla zona radicale attraverso tubi e gocciolatori, raggiunge efficienze dell’85-90 per cento. Non è una tecnologia sperimentale: è disponibile in commercio ed esiste da decenni. A frenarla è il costo. Gli impianti a goccia sono costosi da installare e da mantenere, perciò gli agricoltori li adottano per le colture ad alto valore o dove l’acqua è scarsa e ha un prezzo, e raramente dove l’acqua è gratuita.
L’irrigazione a scorrimento sopravvive perché nella maggior parte del mondo l’acqua per l’agricoltura è sistematicamente gratuita o quasi. Quando l’acqua non ha un prezzo, o ne ha uno simbolico, viene meno il principale incentivo economico a investire nell’efficienza. Gli agricoltori che continuano ad allagare i campi rispondono in modo razionale agli incentivi che si trovano davanti.
I sussidi sono ingenti e per lo più lontani dagli sguardi. Il settore agricolo californiano consuma circa l’80 per cento dell’acqua che lo Stato capta e gestisce, ovvero circa il 40 per cento dell’uso idrico complessivo una volta conteggiati i flussi ambientali, mentre contribuisce per circa il 2 per cento al PIL statale. Gran parte di quest’acqua passa per infrastrutture federali costruite e gestite dallo US Bureau of Reclamation, che storicamente ha fornito acqua agli utenti agricoli a prezzi pari a una piccola frazione del costo pieno. L’Environmental Working Group ha calcolato che nel 2002 il prezzo medio dell’acqua irrigua del Central Valley Project era inferiore al 2 per cento di quanto pagavano per l’acqua potabile i residenti di Los Angeles, e che il sussidio totale ricevuto dagli agricoltori del progetto superava i circa 48 milioni di dollari che quell’anno avevano pagato per l’acqua. Fin dall’avvio del programma, nel 1902, gli agricoltori serviti dai progetti del Bureau of Reclamation rimborsano senza interessi la loro quota dei costi di costruzione, e nel 1996 circa la metà dei 7,1 miliardi di dollari di costi di costruzione attribuiti all’irrigazione era stata trasferita su altri soggetti, soprattutto sui clienti dell’energia idroelettrica.
La stessa dinamica opera in tutto il mondo, adattata agli assetti politici locali. L’irrigazione sovvenzionata alimenta colture idroesigenti in regioni che non potrebbero sostenerle senza svuotare gli acquiferi o deviare i fiumi. In Asia centrale, i sistemi di irrigazione per il cotone di epoca sovietica, mantenuti dai governi postsovietici, hanno portato al collasso il lago d’Aral. Un tempo quarto lago più grande della Terra, oggi è in gran parte una distesa di sale e un disastro sanitario. Nelle regioni del Punjab e del Sind, in Pakistan, dove l’acqua scarseggia, si coltiva riso consumando acqua a ritmi che il sistema dell’Indo non è in grado di garantire in modo sostenibile. Mandorle e pistacchi, tra le principali esportazioni agricole della California per valore, sono colture perenni che richiedono acqua tutto l’anno, coltivate in un territorio quasi desertico con acqua pagata molto meno del suo valore di scarsità.
Sulla carta la soluzione è semplice: fissare il prezzo dell’acqua agricola al suo reale valore di scarsità, o vicino a esso, usare i proventi per finanziare l’assistenza alla transizione dei piccoli agricoltori e di quelli di sussistenza che passano a sistemi più efficienti, e tutelare i piccoli coltivatori poveri con sussidi mirati, legati al volume dei consumi, anziché con prezzi generalizzati sotto il livello di mercato. Alcuni governi si sono già mossi in questa direzione. Israele, sotto la pressione costante della scarsità, ha fatto pagare agli agricoltori un prezzo vicino al costo reale dell’acqua e ne ha limitato l’uso con quote fatte rispettare — gli agricoltori israeliani lamentano di pagare le tariffe idriche più alte dell’OCSE, e una modifica del 2025 alla legge sulle acque ne riduce alcune. L’Australia lo ha fatto nel bacino del Murray-Darling, in modo imperfetto e incompleto, ma misurabile.
L’ostacolo politico è che, nella maggior parte delle democrazie, il mondo agricolo ha un peso sproporzionato. Il voto rurale è strutturalmente sovrarappresentato nei parlamenti, e le lobby agricole dispongono di fondi generosi. I modelli finanziari delle grandi aziende idroesigenti sono costruiti sull’acqua a basso costo, e la riforma li minaccia direttamente.
Una riforma dell’acqua agricola arriva a toccare anche la scelta delle colture. La convenienza economica delle colture idroesigenti nelle regioni aride poggia in larga parte sull’acqua a basso costo. Se si dà all’acqua il suo giusto prezzo, i conti del cotone in Uzbekistan, delle mandorle nella contea di Fresno e del riso nel Sind cambiano, e i mercati adeguano ciò che si coltiva.
Il prezzo di tutto il resto
L’acqua agricola è di gran lunga la leva più grande, ma il problema dei prezzi sbagliati riguarda ogni uso dell’acqua. L’acqua per le abitazioni urbane, per l’industria e per le attività commerciali ha un prezzo sistematicamente troppo basso nella maggior parte del mondo, e il risultato è un prevedibile eccesso di consumo. Le risorse a costo nullo o quasi vengono consumate in modi che non reggerebbero alla prova del prezzo: prati nelle città del deserto, autolavaggi, processi industriali che sprecano acqua, piscine d’albergo nelle regioni sotto stress idrico.
L’obiezione politica classica alla tariffazione dell’acqua è che nega un diritto umano, e in parte questo argomento regge. L’accesso a una quantità minima d’acqua per bere, cucinare e per l’igiene di base è un diritto umano, e i sistemi tariffari che mettono l’acqua essenziale fuori dalla portata delle famiglie povere sono ingiusti.
Nella pratica, però, l’argomento è diventato uno scudo politico impugnato soprattutto dai grandi consumatori d’acqua per proteggere i propri sussidi. Le famiglie povere usano quantità d’acqua modeste: circa 20 litri a persona al giorno spesso bastano per bere, cucinare e lavarsi le mani, e le famiglie con un rubinetto nel proprio lotto ne usano in genere circa 50. A veder crescere di più la bolletta con una tariffazione corretta sarebbero gli utenti residenziali benestanti, le attività commerciali e, soprattutto, gli interessi agricoli di cui si è già parlato. Quando le lobby agricole, i gestori dei campi da golf e gli utenti industriali invocano il diritto umano all’acqua per opporsi alla riforma delle tariffe, difendono soprattutto il proprio accesso all’acqua a basso costo, non quello dei contadini di sussistenza o dei poveri delle città.
La soluzione che risponde a questa obiezione è già stata applicata e documentata. La politica sudafricana del Free Basic Water, introdotta nel 2001 nell’ambito degli impegni del governo post-apartheid sull’erogazione dei servizi, garantisce gratis a ogni famiglia i primi 6.000 litri al mese, abbastanza per bere, cucinare e per l’igiene di base, e oltre quella soglia applica tariffe a scaglioni crescenti, così che chi consuma molto paghi progressivamente di più per unità. La logica esplicita era che le famiglie povere, che usano poca acqua, non pagassero nulla, mentre i grandi consumatori pagassero prezzi reali. L’attuazione è stata imperfetta. Col tempo, i comuni a corto di fondi hanno limitato la quota gratuita alle famiglie povere registrate e l’hanno fatta rispettare con dispositivi che riducono il flusso, e a Tshwane i prezzi elevati degli scaglioni usati per finanziare la quota gratuita possono peggiorare la situazione di alcune famiglie a basso reddito. Ma il principio di fondo, un primo scaglione vitale gratuito o economico con prezzi progressivamente più alti al di sopra, è praticabile, e se ne trovano versioni altrove: il Cile sovvenziona le bollette dell’acqua delle famiglie a basso reddito in base a una legge approvata nel 1989, e le Fiandre, in Belgio, hanno garantito a ogni residente 15 metri cubi d’acqua gratuita l’anno dal 1997 fino all’abolizione del sistema, nel 2016.
Dove si contestano le tariffe con scaglione vitale, l’opposizione tende a venire dall’industria, dall’agricoltura e dai consumatori residenziali a reddito più alto, non principalmente dalle famiglie povere che l’obiezione sostiene di proteggere. In Sudafrica la pressione sulla quota gratuita è venuta dai comuni che danno priorità al recupero dei costi, non dagli abitanti delle township che ne dipendono. In California la lobby agricola, che da decenni blocca la riforma delle tariffe idriche, nella comunicazione pubblica evoca le piccole aziende agricole familiari mentre rappresenta imprese che consumano ogni anno centinaia di migliaia di acri-piede a tariffe sovvenzionate.
La crisi nell’acquifero
L’esaurimento delle acque sotterranee è un’emergenza idrica che cresce lontano dagli occhi. I grandi acquiferi del pianeta vengono prosciugati a ritmi senza precedenti e senza alcun equilibrio. L’acquifero di Ogallala, sotto le Grandi Pianure americane, fornisce circa il 30 per cento di tutta l’acqua sotterranea usata per l’irrigazione negli Stati Uniti. Nelle High Plains meridionali del Texas la pioggia ricarica l’acquifero in media di appena un centimetro circa l’anno, e nei terreni fra le playa, le conche lacustri temporanee della regione, la ricarica è quasi nulla. Nel Kansas occidentale e nel Texas Panhandle il livello della falda scende comunemente di 1-3 piedi l’anno. In alcune zone dell’acquifero è calato di oltre 100 piedi da quando, dopo la seconda guerra mondiale, è cominciato il pompaggio su larga scala. Tra l’inizio del pompaggio intensivo e il 2015, l’acquifero ha perso circa 273 milioni di acri-piede d’acqua immagazzinata, all’incirca 18 anni di portata naturale del fiume Colorado.
L’acquifero della Pianura della Cina settentrionale, che irriga le coltivazioni di frumento e mais da cui si nutrono centinaia di milioni di persone, mostra sia la portata del danno sia la via d’uscita. È stato sfruttato senza tregua: nella più ampia regione della Cina settentrionale che comprende Pechino, Tianjin, Hebei e Shanxi, tra il 2003 e il 2010 si perdevano circa 8 km³ di acque sotterranee l’anno. Poi la Cina ha chiuso centinaia di migliaia di pozzi, limitato i prelievi e convogliato acqua dal sud, e la tendenza si è invertita. Dal 2020 i livelli dell’acqua in tutta la pianura sono saliti di circa 0,7 metri l’anno, e nel 2024 erano tornati sopra i valori del 2005. I grandi sistemi acquiferi sotto il Punjab, in India e in Pakistan, dove da decenni la coltivazione di riso e frumento su scala enorme dipende dall’estrazione di acque sotterranee, sono nello stesso genere di guai in cui si trovava la Cina settentrionale. Dove la governance non è intervenuta, questi problemi regionali si sommano in un esaurimento simultaneo e su larga scala di riserve d’acqua accumulate nel corso di millenni, che vengono liquidate in tempi che si misurano in decenni.
Sul piano economico, le acque sotterranee non gestite sono la tragedia dei beni comuni. Ogni singolo agricoltore ha un incentivo razionale a pompare il più possibile prima che lo facciano i vicini. L’acqua lasciata nell’acquifero è a disposizione di chiunque. La strategia razionale per il singolo, estrarre subito, produce il risultato collettivamente catastrofico dell’esaurimento. Per gli acquiferi fossili, con tempi di ricarica geologici, l’esaurimento è di fatto permanente. Servirebbero da centinaia a migliaia di anni di piogge per rimpiazzare ciò che è stato estratto da alcune parti dell’Ogallala.
Il legame con la dissalazione mostra quanto sia fuori bersaglio la risposta politica prevalente. In alcune zone dell’Ovest americano e del Medio Oriente si costruiscono, o si propongono seriamente, impianti di dissalazione in regioni che nel frattempo esauriscono i propri acquiferi con i prelievi agricoli. La dissalazione fornisce acqua potabile alle città mentre l’agricoltura continua a prosciugare l’acquifero condiviso che sta sotto. La soluzione idrica più costosa in termini di capitale e di energia viene schierata contro il sintomo, la carenza d’acqua nelle città, mentre la causa profonda, l’estrazione agricola di acque sotterranee senza un prezzo, prosegue in gran parte senza freni, e così la soluzione costosa e la liquidazione della risorsa comune procedono in parallelo.
La risposta all’esaurimento delle acque sotterranee è la governance: limiti ai prelievi basati sulla resa sostenibile, infrastrutture di monitoraggio, una riforma dei diritti sull’acqua che si possa far rispettare e istituzioni con un’autorità reale per ridurre le assegnazioni quando i livelli degli acquiferi calano. Niente di tutto questo richiede nuove tecnologie. La parte difficile è scavalcare gli interessi di chi estrae oggi, che detiene un notevole potere economico e politico proprio nelle regioni dove la questione conta di più.
Il bacino australiano del Murray-Darling è un sistema fluviale e non un acquifero, ma mostra che cosa sia una seria governance di una risorsa idrica condivisa quando un governo ci si impegna. Negli anni Duemila il sistema fluviale era sovrassegnato a tal punto, con licenze di irrigazione rilasciate per più acqua di quanta il sistema potesse fornire in modo sostenibile, che durante la siccità del Millennio la foce del Murray è stata tenuta aperta con il dragaggio per otto anni, e gli ecosistemi del bacino erano in declino documentato. Il Murray-Darling Basin Plan è stato approvato per legge nel novembre 2012 e ha imposto limiti obbligatori ai prelievi, in aggiunta a un mercato già esistente in cui i diritti sull’acqua potevano essere scambiati. Era sostenuto dal programma federale Water for the Future, da 12,9 miliardi di dollari australiani, che destinava 3,1 miliardi all’acquisto di concessioni irrigue da venditori disponibili e 5,8 miliardi a sovvenzionare infrastrutture di irrigazione più efficienti. L’obiettivo iniziale era restituire ai flussi ambientali da 3.000 a 4.000 gigalitri d’acqua. Dopo anni di pressioni del settore agricolo, la cifra fissata per legge è stata inferiore: 2.750 GL, più altri 450 GL da ricavare con progetti di efficienza, e da allora i numeri sono stati di nuovo corretti.
Nel 2015 il governo ha fissato un tetto di 1.500 GL ai riacquisti d’acqua, sotto le pressioni degli agricoltori irrigui e delle organizzazioni agricole, tra cui la National Farmers’ Federation. Da allora il piano è stato conteso, portato in tribunale e rivisto al ribasso. Nel dicembre 2023 il Restoring Our Rivers Act ha abrogato il tetto ai riacquisti e prorogato le scadenze per il recupero dell’acqua, e la prima revisione completa del piano prevista dalla legge, a cura della Murray-Darling Basin Authority, è attesa per il 2026. Il piano è anche un raro tentativo da parte di un governo di trattare un grande sistema idrico condiviso come un bene comune gestito anziché come una risorsa a cui attingere liberamente, e le condizioni ecologiche del fiume sono migliorate in modo misurabile nei tratti in cui l’acqua ambientale è stata restituita. La sua storia, che non arriva a essere una storia di successo, mostra che cosa richieda una governance seria: anni di conflitto con potenti interessi agricoli, ritirate politiche e un’attuazione incompleta.
Perché si continua a costruire la risposta sbagliata
Governi, banche di sviluppo e investitori in infrastrutture finanziano la dissalazione perché politicamente costa poco. Crea nuova acqua disponibile senza togliere acqua a nessuno: non richiede alcuna riforma dei prezzi agricoli, nessun limite ai prelievi dalle falde, nessuno scontro con un gruppo potente di utilizzatori d’acqua. I politici possono annunciare una soluzione al problema dell’acqua e tagliare il nastro di un nuovo impianto senza la battaglia che una vera soluzione richiede.
Lo stesso schema si estende alla finanza internazionale per lo sviluppo. Le banche multilaterali di sviluppo e i programmi di aiuto bilaterali hanno indirizzato capitali consistenti verso progetti di dissalazione nei paesi in via di sviluppo sotto stress idrico, mentre nelle stesse regioni i prezzi dell’acqua agricola restano da riformare e la governance delle acque sotterranee resta debole. La ragione è banale: un impianto di dissalazione è un progetto di investimento con un costo definito, un risultato misurabile (metri cubi d’acqua al giorno) e una struttura di prestito che le istituzioni di finanza per lo sviluppo conoscono bene. Genera contratti di ingegneria, spesso per aziende dei paesi donatori. La riforma della governance, che si tratti di rivedere il prezzo dell’acqua agricola, di fissare limiti ai prelievi dalle falde o di costruire e far rispettare un regime di diritti sull’acqua, ha poche di queste caratteristiche. Non può essere strutturata come un prestito per capitale fisso e non produce una cerimonia di taglio del nastro. Richiede un impegno istituzionale costante per decenni e suscita l’opposizione di gruppi che hanno accesso alla politica. Nel lessico della finanza per lo sviluppo, non è finanziabile allo stesso modo. Così il denaro, pur animato dalle migliori intenzioni, va all’impianto, e la riforma che l’impianto non può sostituire aspetta.
La crisi idrica è un fallimento della governance abbastanza persistente, e abbastanza comodo da diagnosticare male sul piano politico, da presentarsi ormai come un vuoto tecnologico. Le soluzioni sono note ed economicamente coerenti, e hanno funzionato dove sono state applicate sotto una pressione sufficiente. Israele ha costruito una seria governance dell’acqua accanto alla sua capacità di dissalazione: prezzi reali per l’acqua agricola, riciclo delle acque reflue su larga scala (Israele riutilizza in agricoltura oltre l’80 per cento delle acque reflue trattate, il tasso più alto al mondo) e una domanda gestita. La riforma australiana del Murray-Darling, con tutti i suoi limiti, è più ambiziosa di qualunque cosa sia stata tentata nella maggior parte dei sistemi fluviali sovrassegnati del mondo. Singapore, una piccola isola che non riesce a raccogliere abbastanza pioggia per il proprio fabbisogno e che a lungo ha fatto affidamento sull’acqua convogliata dalla Malesia, ha costruito una strategia dei «quattro rubinetti nazionali»: bacini di raccolta locali, acqua importata, dissalazione e acque reflue recuperate con trattamenti spinti, commercializzate con il marchio NEWater, che oggi possono coprire fino al 40 per cento della domanda nazionale. L’ha affiancata a tariffe a scaglioni che fanno pagare alle famiglie di più per metro cubo oltre i 40 metri cubi al mese.
In Israele e in Australia, una seria riforma della governance è arrivata quando le opzioni politicamente più facili erano fallite sotto gli occhi di tutti e il costo politico della riforma era sceso al di sotto del costo di andare avanti senza.
Gran parte del mondo sta ancora esaurendo le opzioni più facili. Che una riforma della governance arrivi prima che gli acquiferi si prosciughino dipende da quali interessi perdono potere quando l’acqua ha il prezzo giusto, e dalla capacità di chi paga il costo del ritardo, soprattutto i futuri utenti dell’acqua, di organizzarsi contro chi trae vantaggio dall’assetto attuale. Fino ad allora gli impianti continueranno a spuntare lungo le coste, e alle loro spalle le falde continueranno a scendere.
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Media
Impianto di dissalazione a osmosi inversa – Wikipedia (James Grellier)
Fonti principali e riferimenti
Desalination capacity, energy and brine
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Babajide, O.E. et al. (2026). A Review on Engineering Approaches to Reverse Osmosis Brine Management: Disposal, Volume Reduction and Emerging Resource Recovery (seawater RO brine typically 60–85 g/L, about 1.5–2 times seawater; residual antiscalants and treatment chemicals). Journal of Applied Membrane Science & Technology, 30, 23–61. https://amst.utm.my/index.php/amst/article/download/344/353/2017
The Persian Gulf
Sharifinia, M. et al. (2019). Prevention is better than cure: Persian Gulf biodiversity vulnerability to the impacts of desalination plants. Global Change Biology, 25(12), 4022–4033. https://doi.org/10.1111/gcb.14808
Ibrahim, H.D. and Eltahir, E.A.B. (2019). Impact of brine discharge from seawater desalination plants on Persian/Arabian Gulf salinity. Journal of Environmental Engineering, 145(12), doi:10.1061/(ASCE)EE.1943-7870.0001604 (Gulf plants hold about 50% of world seawater desalination capacity; salinity raised by about 4.3 g/kg in the south-western Gulf). https://eltahir.mit.edu/journals/impact-of-brine-discharge-from-seawater-desalination-plants-on-persian-arabian-gulf-salinity
Paparella, F., D’Agostino, D. and Burt, J.A. (2022). Long-term, basin-scale salinity impacts from desalination in the Arabian/Persian Gulf. Scientific Reports, 12, 20549. https://doi.org/10.1038/s41598-022-25167-5
NYU Abu Dhabi / Phys.org (December 2022). Team predicts environmental effects of increased desalination and climate change in the Gulf region through 2050. https://phys.org/news/2022-12-team-environmental-effects-desalination-climate.html
Access to water
WHO/UNICEF Joint Monitoring Programme (26 August 2025). 1 in 4 people globally still lack access to safe drinking water (2.1 billion people lack safely managed drinking water). https://www.who.int/news/item/26-08-2025-1-in-4-people-globally-still-lack-access-to-safe-drinking-water—who–unicef
World Health Organization (2020). Domestic water quantity, service level and health, 2nd edition (about 20 L/person/day often sufficient for drinking, cooking, food hygiene and handwashing; about 50 L/person/day with one tap on-plot). https://www.who.int/publications/i/item/9789240015241
Agriculture and irrigation
FAO (2012). FAO Statistical Yearbook 2012: World Food and Agriculture, Part 4 (Sustainability dimensions), “Water” (3,941 km³ withdrawn in 2005; agriculture about 70%). https://www.fao.org/4/i2490e/i2490e04b.pdf
FAO AQUASTAT. Water use: methodology. https://www.fao.org/aquastat/en/overview/methodology/water-use/
UNESCO (2024). United Nations World Water Development Report 2024. https://www.unesco.org/reports/wwdr/en/2024/s
UN News (12 December 2025). UN sounds alarm over rising demands on water resources as scarcity increases (agriculture about 72% of withdrawals; 95% in Afghanistan, Lao PDR, Mali, Nepal, Somalia and Sudan). https://news.un.org/en/story/2025/12/1166582
Water Footprint Calculator. Why All Farms Don’t Use Drip Irrigation (flood irrigation loses about 50% of water applied; drip can be expensive to install and operate). https://watercalculator.org/footprint/farmers-use-drip-irrigation/
FAO. Irrigation Water Management: Irrigation Methods, chapter 6, Drip irrigation (“Generally only high value crops are considered because of the high capital costs”). https://www.fao.org/4/S8684E/s8684e07.htm
Bali, K. (2016). Irrigation methods and efficiencies (drip 85–90%). California Department of Food and Agriculture, FREP conference presentation. https://www.cdfa.ca.gov/is/ffldrs/frep/pdfs/2016FREPPresentations/1-8BaliIrrigationETMethods.pdf
Jägermeyr, J. et al. (2015). Water savings potentials of irrigation systems: global simulation of processes and linkages. Hydrology and Earth System Sciences, 19, 3073–3091. https://hess.copernicus.org/articles/19/3073/2015/
Public Policy Institute of California. Water Use in California’s Agriculture (about 40% of statewide water use and 80% of human water use; about 2% of state GDP). https://www.ppic.org/publication/water-use-in-californias-agriculture/
Simon, E. (6 May 2015). With urban water use in California cut, agriculture regulations scrutinized. ABC News. https://abcnews.com/US/california-water-rules-leave-agriculture/story?id=30843208
Environmental Working Group (December 2004). California Water Subsidies. https://www.ewg.org/research/california-water-subsidies
US General Accounting Office (1996). Bureau of Reclamation: Information on Allocation and Repayment of Costs of Constructing Water Projects (RCED-96-109). https://www.govinfo.gov/content/pkg/GAOREPORTS-RCED-96-109/html/GAOREPORTS-RCED-96-109.htm
Micklin, P. (2007). The Aral Sea Disaster. Annual Review of Earth and Planetary Sciences, 35, 47–72. https://doi.org/10.1146/annurev.earth.35.031306.140120
NASA Earth Observatory. The Aral Sea before the streams ran dry. https://science.nasa.gov/earth/earth-observatory/the-aral-sea-before-the-streams-ran-dry-77193
California Department of Food and Agriculture. California Agricultural Exports 2024–2025. https://www.cdfa.ca.gov/Statistics/PDFs/2024-2025_california_agricultural_exports.pdf
Times of Israel (3 April 2025). Government amends Water Law to cut price for farmers. https://www.timesofisrael.com/government-amends-water-law-to-cut-price-for-farmers/
OECD (2010). OECD Review of Agricultural Policies: Israel 2010. https://doi.org/10.1787/9789264079397-en
Water pricing and lifeline tariffs
Szabó, A., University of Houston Center for Economic Growth and Opportunity. The value of free water: Analyzing South Africa’s Free Basic Water Policy (6 kl per household per month free since 2001; in Tshwane, the high unit prices needed to fund the free allowance “unintentionally hurt” low-income households). https://www.uh.edu/class/economics/cego/research/economic-development/water-project/study-one/
Scheba, S. (15 October 2022). South African “Free Basic Water” policy: from progressive to regressive agenda? Water Alternatives blog. https://www.water-alternatives.org/index.php/blog/fbw
Republic of Chile (1989). Ley 18.778, que establece subsidio al pago de consumo de agua potable y servicio de alcantarillado de aguas servidas (FAOLEX text). https://faolex.fao.org/docs/pdf/chi180333.pdf
Belgian Court of Arbitration (1998). Judgment 36/1998 on the Flemish decree of 20 December 1996 (free supply of 15 m³ per person per year from 1 January 1997). https://nl.const-court.be/public/n/1998/1998-036n.pdf
De Watergroep (January 2016). Een nieuwe waterfactuur voor huishoudelijke klanten (the free 15 m³ ended on 1 January 2016). https://www.dewatergroep.be/-/media/de-watergroep/drinkwater/tarieven-en-facturatie/folder-een-nieuwe-waterfactuur-voor-huishoudelijke-klantenpdf.pdf · https://corporate.dewatergroep.be/en/drinking-water/the-flemish-water-bill-explained
Groundwater
McGuire, V.L. (2017). Water-level and recoverable water in storage changes, High Plains aquifer, predevelopment to 2015 and 2013–15. US Geological Survey Scientific Investigations Report 2017-5040 (about 175,000 square miles in eight states; storage down about 273.2 million acre-feet since predevelopment). https://pubs.usgs.gov/publication/sir20175040
Dennehy, K.F., Litke, D.W. and McMahon, P.B. (2002). The High Plains Aquifer, USA: groundwater development and sustainability (about 30% of the nation’s groundwater used for irrigation). US Geological Survey. https://pubs.usgs.gov/publication/70024629
Wood, W.W. and Sanford, W.E. (1995). Chemical and isotopic methods for quantifying ground-water recharge in a regional, semiarid environment (Southern High Plains recharge about 11 mm a year). Ground Water, 33(3), 458–468, doi:10.1111/j.1745-6584.1995.tb00302.x. https://www.usgs.gov/publications/chemical-and-isotopic-methods-quantifying-ground-water-recharge-a-regional-semiarid
Texas Water Development Board. Southern Ogallala groundwater availability model, report appendices (recharge between playas). https://www.twdb.texas.gov/groundwater/models/gam/ogll_s/OGLL_S_Report_Appendices.pdf
Texas A&M AgriLife, Ogallala Aquifer Program (water-level declines of 1 to 3 feet per year). https://ogallala.tamu.edu/?p=301
TreeFlow. The first reconstruction of streamflow for Lees Ferry (natural flow record of the Colorado River averaged 15.0 million acre-feet a year to 1975). https://www.treeflow.info/node/28
Feng, W. et al. (2013). Evaluation of groundwater depletion in North China using the Gravity Recovery and Climate Experiment (GRACE) data and ground-based measurements. Water Resources Research, 49(4), 2110–2118 (8.3 ± 1.1 km³ a year in 2003–2010 across about 370,000 km² of Beijing, Tianjin, Hebei and Shanxi). https://doi.org/10.1002/wrcr.20192
China Daily (1 March 2023). Nation reverses major decline in northern groundwater levels (279,000 wells closed). https://mobile.chinadaily.com.cn/html5/2023-03/01/content_004_63fe6497ed5071e117b53949.htm
Long, D. et al. (2020). South-to-North Water Diversion stabilizing Beijing’s groundwater levels. Nature Communications, 11, 3665 (doi:10.1038/s41467-020-17428-6). https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC7374106/
Long, D. et al. (2025). Unprecedented large-scale aquifer recovery through human intervention. Nature Communications, 16, 7296 (North China Plain groundwater levels rising about 0.7 m a year since 2020, above 2005 levels by 2024). https://www.nature.com/articles/s41467-025-62719-5
Nature (2009). Satellite data show Indian water stocks shrinking. https://www.nature.com/articles/460789a
The Murray-Darling Basin
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Wheeler, S.A. (27 February 2023). Water buybacks are back on the table in the Murray-Darling Basin. Here’s a refresher on how they work. Global Water Forum (republished from The Conversation). https://globalwaterforum.org/2023/02/27/water-buybacks-are-back-on-the-table-in-the-murray-darling-basin-heres-a-refresher-on-how-they-work/
Senate Environment and Communications References Committee, Parliament of Australia. Chapter 3: Water buybacks and infrastructure investment (Water for the Future: A$3.1 billion for purchasing water entitlements, A$5.8 billion for irrigation infrastructure). https://www.aph.gov.au/Parliamentary_Business/Committees/Senate/Environment_and_Communications/Completed_inquiries/2010-13/waterlicences/report/c03
Senate Rural and Regional Affairs and Transport References Committee, Parliament of Australia. Inquiry into the management of the Murray-Darling Basin, chapter 5 (Restoring the Balance buyback, A$3.1 billion over 10 years; A$5.8 billion infrastructure programme). https://www.aph.gov.au/Parliamentary_Business/Committees/Senate/Rural_and_Regional_Affairs_and_Transport/Completed_inquiries/2008-10/murray_darling/report/c05
Quiggin, J. (1 December 2011). Sausages, legislation and the Draft Basin Plan (2,750 GL against the 3,000 to 4,000 GL suggested in the 2010 Guide as the minimum for a sustainable outcome). https://johnquiggin.com/2011/12/01/sausages-legislation-and-the-draft-basin-plan/
National Farmers’ Federation (2015). Farmers stress importance of legislating cap on water buybacks. https://nff.org.au/media-release/farmers-stress-importance-of-legislating-cap-on-water-buybacks/
Parliament of Australia (2023). Water Amendment (Restoring Our Rivers) Bill 2023 (repeals the statutory 1,500 GL cap on Commonwealth water purchases; extends deadlines). https://www.aph.gov.au/Parliamentary_Business/Bills_LEGislation/Bills_Search_Results/Result?bId=r7076
Government of South Australia, Department for Environment and Water. Basin Plan (2,750 GL plus a further 450 GL, a package equivalent to 3,200 GL; Restoring Our Rivers Act commenced 7 December 2023; first full review of the Basin Plan due in 2026). https://www.environment.sa.gov.au/topics/water-and-river-murray/projects-plans-security-and-legislation/legislation-and-policies/basin-plan
Australian Water Association. MDBA report shows plan aims have “a long way to go” (positive local-scale environmental outcomes where environmental water was delivered). https://www.awa.asn.au/resources/latest-news/environment/natural-environment/mdba-report-shows-plan-aims-have-a-long-way-to-go
The Conversation (23 April 2019). Australia’s ‘watergate’: here’s what taxpayers need to know about water buybacks. https://theconversation.com/australias-watergate-heres-what-taxpayers-need-to-know-about-water-buybacks-115838
Development finance, Israel and Singapore
International Finance Corporation. Aqaba-Amman Water Desalination & Conveyance (AAWDC), project disclosure. https://disclosures.ifc.org/project-detail/SII/47924/aqaba-amman-water-desalination-conveyance-aawdc
Haaretz (23 March 2015), via York University Middle East Environment archive. Israeli wastewater policy continues to pay off (85.6% of wastewater reused, the highest rate in the world). https://mideastenvironment.apps01.yorku.ca/2015/03/israeli-wastewater-policy-continues-to-pay-off-haaretz/
GovTech / McClatchy (24 March 2014). Desalination in Israel means robust water resilience (more than 80% of wastewater treated and recycled, mainly for agriculture). https://www.govtech.com/fs/desalination-in-israel-means-robust-water-resilience-.html
PUB, Singapore’s National Water Agency. Our Water Story (the four national taps: local catchment, imported water, NEWater and desalinated water). https://www.pub.gov.sg/Public/WaterLoop/OurWaterStory
WaterTechOnline. WaterTechOnline interviews Harry Seah, PUB (two-thirds of Singapore’s land area is water catchment; 17 reservoirs). https://watertechonline.com/watertechonline-interviews-harry-seah
Water & Wastes Digest (26 January 2017). Singapore opens fifth NEWater plant (enough NEWater capacity to meet up to 40% of total daily water demand). https://www.wwdmag.com/wastewater-treatment/news/10935243/singapore-opens-fifth-newater-plant
PUB (September 2023). Water price to rise from April 2024; Government to provide support (domestic tariffs for 0–40 m³ and above 40 m³ a month). https://www.pub.gov.sg/Resources/News-Room/PressReleases/2023/09/Water-price-to-rise-from-April-2024-Government-to-provide-support
Tortajada, C. (2006). Water Management in Singapore. International Journal of Water Resources Development, 22(2), 227–240. https://doi.org/10.1080/07900620600691944












