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L’ultimo giorno di maggio del 2026 i soldati israeliani hanno issato la loro bandiera sul castello di Beaufort, una fortezza crociata del XII secolo arroccata su una rupe sopra il fiume Litani, nel Libano meridionale.
La Brigata Golani aveva preso d’assalto la stessa fortezza, allora roccaforte dell’OLP, il primo giorno dell’invasione israeliana del Libano nel 1982. Israele tenne Beaufort per i diciotto anni successivi, e dal 1985 il castello fu un avamposto della fascia di sicurezza, una striscia di Libano meridionale occupato pensata per tenere fuori dalla portata dei razzi Kiryat Shmona, Nahariya e le cittadine della Galilea. Sulla carta la strategia era coerente: imporre una distanza fisica tra la minaccia e la popolazione che prendeva di mira. In pratica, la fascia diventò un campo di addestramento per l’organizzazione che avrebbe dovuto reprimere. Nel maggio 2000, dopo quindici anni di perdite crescenti e di consenso in calo, Ehud Barak ritirò l’IDF, una mossa che i vertici israeliani presentarono come un’audace decisione strategica e che i critici chiamarono una fuga. L’Esercito del Libano del Sud, la milizia per procura di Israele e il suo unico partner di governo nella striscia occupata, crollò nel giro di settantadue ore. Comandanti e famiglie fuggirono a sud, in Israele, e i combattenti abbandonarono le posizioni. Hezbollah entrò nel territorio lasciato libero, in molte zone senza sparare un colpo, e Hassan Nasrallah proclamò che lo sgombero della fascia dimostrava che la resistenza armata funziona contro l’IDF. Quella rivendicazione divenne il marchio politico distintivo di Hezbollah per i ventisei anni successivi.
Ora l’IDF è tornato. La guerra è ripresa nel marzo 2026, quando Hezbollah ha lanciato razzi sul nord di Israele due giorni dopo che Stati Uniti e Israele avevano colpito l’Iran. Alla fine di maggio le forze israeliane avevano attraversato il Litani, dichiarato zona di combattimento il territorio fino al fiume Zahrani e ripreso il castello che la stessa memoria istituzionale dell’IDF considera un monumento al fallimento. Era l’incursione israeliana più profonda in Libano da oltre un quarto di secolo. Un accordo quadro mediato dagli Stati Uniti e concluso a fine giugno promette un ritiro israeliano per fasi, a cominciare da piccole «zone pilota» consegnate all’esercito libanese. A ottobre 2026, però, Israele tiene ancora una striscia profonda fino a circa dieci chilometri e dichiara che le sue truppe resteranno finché Hezbollah non sarà disarmato. L’obiettivo dichiarato non è cambiato: proteggere le comunità del nord di Israele dagli attacchi transfrontalieri. Non è cambiato nemmeno l’avversario, anche se oggi è molto più capace, dopo un quarto di secolo plasmato dalla lezione che il ritiro del 2000 insegnò alla regione.
Che genere di dispositivo strategico riporta lo stesso esercito nello stesso territorio, per lo stesso obiettivo dichiarato, quando l’istituzione che compie la mossa sa quanto è costato il primo tentativo e che cosa ha prodotto?
L’archetipo
La fascia di sicurezza, come fu concepita nel 1985, non era irrazionale. Dopo un ritiro per fasi dalle posizioni più avanzate in Libano nella prima metà del 1985, Israele mantenne lungo il confine settentrionale una fascia di sicurezza autoproclamata, controllata congiuntamente dalle forze dell’IDF e dall’Esercito del Libano del Sud (ELS). Era profonda fino a circa quindici chilometri e copriva all’incirca un decimo del Libano. Lo scopo era mettere una distanza fisica tra Hezbollah e le comunità israeliane alla portata dei suoi razzi.
Nel 1985 Hezbollah era agli esordi: nato tre anni prima come risposta diretta all’invasione del 1982, aveva il sostegno iraniano ma una capacità operativa limitata.
Per quindici anni i combattenti di Hezbollah impararono ad affrontare l’IDF su un terreno familiare, svilupparono tattiche di logoramento calibrate sulla sensibilità israeliana alle perdite e costruirono la struttura organizzativa e la mitologia politica che avrebbero definito il movimento per decenni. Le tattiche erano precise: ordigni sul ciglio della strada contro le pattuglie dell’IDF e i convogli dell’ELS, colpi di mortaio sugli avamposti, imboscate sincronizzate con i cicli delle notizie. Hezbollah aveva capito che non gli serviva vincere sul piano militare: bastava rendere visibile il costo della fascia, settimana dopo settimana, a un’opinione pubblica israeliana in grado di confrontare quel costo con i benefici e di trovare i benefici insufficienti.
Tra il 1985 e il 2000 nella fascia morirono circa 250 soldati israeliani. Il portavoce dello stesso ELS indicava in 621 i combattenti persi fino al marzo 2000. Distribuite su quindici anni, non erano perdite militari rovinose, ma per una democrazia impegnata in una guerra che un numero sempre minore di cittadini riusciva a giustificare furono politicamente rovinose. I caduti arrivavano con lo stillicidio costante di imboscate e attentati, un nome sul giornale ogni poche settimane, anziché in grandi battaglie. Hezbollah aveva trovato il ritmo che massimizzava il danno politico riducendo al minimo quella violenza spettacolare che avrebbe potuto compattare l’opinione pubblica israeliana a favore dell’occupazione anziché contro.
Era la prima componente del meccanismo. Il perimetro della fascia, un fronte attivo esteso per tutta la larghezza del Libano meridionale, diventò un nuovo confine. Fermò in gran parte le infiltrazioni in Israele, ma era troppo stretto per tenere i razzi fuori portata, e i combattenti potevano ancora attraversarlo per entrare nella fascia ed essere riforniti e organizzati alle sue spalle. Ogni attacco di Hezbollah attraverso quel perimetro provava che la fascia non funzionava, mentre ogni contrattacco israeliano approfondiva il coinvolgimento senza eliminarne l’origine. L’IDF non poteva distruggere Hezbollah dall’interno della fascia senza allargarsi fin dove Hezbollah operava, e allargarsi avrebbe prodotto una versione più grande dello stesso problema. Chiamiamola replica della frontiera: l’elemento che definisce la zona cuscinetto, il suo confine, riproduce il problema che la zona era stata costruita per risolvere.
Il secondo problema era che la fascia andava anche governata. L’ELS controllava i civili libanesi della fascia con detenzioni arbitrarie, punizioni collettive e arruolamenti forzati, anche di bambini, e queste condizioni generavano risentimento in persone che prima non avevano alcun legame con Hezbollah. La condotta dell’ELS nel centro di detenzione di Khiam fornì a Hezbollah un argomento di reclutamento che non aveva bisogno di essere inventato: i prigionieri politici vi subivano torture, tra cui scosse elettriche, sospensione a pali e percosse sistematiche. Il Comitato internazionale della Croce Rossa fu tenuto fuori dal carcere fino al 1995, un decennio dopo l’apertura di Khiam. Ogni anno di vita della fascia faceva crescere la popolazione locale di potenziali sostenitori di Hezbollah, e il dispositivo concepito per contenere la minaccia la stava fabbricando.
L’Esercito del Libano del Sud
L’ELS contava all’incirca tra 2500 e 3000 combattenti. La maggior parte dei suoi comandanti era cristiana, ma solo circa metà dei membri lo era; gli altri erano musulmani sciiti, drusi e sunniti. Non aveva alcuna legittimità popolare al di fuori dei propri ranghi né una capacità logistica autonoma: Israele lo aveva creato, ne pagava gli stipendi e lo equipaggiava, per una spesa stimata in 35 milioni di dollari l’anno. Amnesty International accertò che funzionari israeliani avevano preso parte direttamente agli interrogatori a Khiam almeno fino al 1988. Quando a metà maggio 2000 l’IDF cominciò a consegnare i suoi avamposti all’ELS, la milizia si sgretolò in pochi giorni. I comandanti passarono in Israele con le famiglie e i combattenti tornarono a casa; circa 1500 membri dell’ELS e i loro familiari, in tutto circa 7000 persone, fuggirono in Israele. Dopo quindici anni come spina dorsale dell’architettura di sicurezza israeliana nel Libano meridionale, l’organizzazione si rivelò priva di qualunque tenuta strutturale indipendente dalla potenza che l’aveva creata.
Il terzo problema era diplomatico. La risoluzione 425 del Consiglio di sicurezza dell’ONU aveva chiesto il ritiro israeliano dal Libano nel 1978, sette anni prima ancora che la fascia di sicurezza venisse istituita. Ogni anno di permanenza israeliana allargava il divario tra ciò che un accordo negoziato avrebbe richiesto e ciò che Israele poteva politicamente concedere. Il Libano e la più ampia comunità internazionale non potevano rinunciare a pretendere il rispetto della 425; la presenza di Israele era la questione stessa, e più durava, più la richiesta diventava non negoziabile. Sul versante israeliano, un ritiro senza garanzie di sicurezza somigliava ogni anno di più a una capitolazione, e quelle garanzie diventavano più difficili da costruire man mano che Hezbollah si rafforzava a ogni anno di occupazione. Il leader politico israeliano che avesse proposto il ritiro doveva rispondere a una domanda che si faceva più dura a ogni funerale: per che cosa sono morti quei soldati, se adesso ce ne andiamo? Alla fine degli anni Novanta, anni di perdite, di radicamento istituzionale e di risentimenti accumulati da entrambe le parti avevano reso irraggiungibile l’accordo che forse si sarebbe potuto ottenere nel 1985.
Nel febbraio 1997 due elicotteri da trasporto dell’IDF che portavano soldati agli avamposti all’interno della fascia di sicurezza si scontrarono in volo, uccidendo tutte le settantatré persone a bordo. Il disastro fece precipitare ciò che maturava da anni. Rachel Ben Dor, Miri Sela, Ronit Nahmias e Zahara Antebi, quattro donne del nord di Israele, fondarono il movimento delle Quattro Madri, che trasformò l’immagine della fascia da necessità difensiva a pozzo di vittime inaccettabile. Barak si candidò promettendo di lasciare il Libano entro un anno, vinse e fissò la scadenza a luglio 2000. Quando a maggio l’ELS crollò, anticipò il ritiro definitivo al 24 maggio, e Hezbollah proclamò la vittoria.
In quindici anni la fascia non fermò gli attacchi con i razzi e costruì l’organizzazione che avrebbe dovuto contenere. Il ritiro, quando arrivò, lasciò al confine un Hezbollah più forte di quello contro cui la fascia era stata costruita, perché la fascia aveva creato le condizioni in cui qualsiasi ritiro, per quanto sensata fosse la decisione, sarebbe stato letto come una sconfitta.
Su scala continentale
Se il caso del Libano meridionale mostra il meccanismo nella sua forma più piccola e precisa, la zona cuscinetto sovietica in Europa orientale condusse lo stesso esperimento su un’area all’incirca mille volte più grande, nell’arco di quattro decenni, con lo stesso risultato strutturale.
Le ragioni di sicurezza sovietiche nel 1945 erano, semmai, più forti di quelle israeliane nel 1985. La Russia era stata invasa da ovest due volte nel giro di una generazione, dagli Imperi centrali nella prima guerra mondiale e dalla Germania nazista nel 1941, attraverso la Polonia, i Paesi baltici, la Bielorussia e l’Ucraina. Nella seconda guerra mondiale morirono tra i venticinque e i ventisette milioni di cittadini sovietici. Un cordone di Stati controllati tra la Russia e l’Occidente fu la conclusione tratta da quell’esperienza recente e catastrofica.
Il cordone produsse una serie di Stati clienti economicamente dipendenti, che avevano bisogno di un sostegno sovietico continuo per funzionare. Secondo una stima, l’Unione Sovietica sovvenzionava i sei Stati dell’Europa orientale membri del Comecon (Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Germania Est, Romania, Bulgaria) per miliardi di dollari, vendendo loro energia e materie prime sotto i prezzi mondiali e comprando i loro manufatti al di sopra. Altri economisti ne contestano sia il metodo sia l’interpretazione, e sostengono che i prezzi interni al Comecon riflettessero la normale economia del blocco più che una sovvenzione deliberata. In ogni caso, la zona cuscinetto imponeva costi reali e duraturi: centinaia di migliaia di soldati sovietici di stanza in tutta l’Europa orientale alla fine degli anni Ottanta, ripetuti interventi militari che richiedevano la mobilitazione di interi gruppi d’armate e un onere continuo di gestione politica che, decennio dopo decennio, assorbiva risorse diplomatiche e d’intelligence sovietiche. Invece di diventare autosufficienti, quasi tutti gli Stati cuscinetto restarono dipendenti, e ogni decennio di controllo sovietico aggravava le distorsioni economiche e le fragilità politiche che mantenevano costosa la gestione della zona cuscinetto.
La replica della frontiera operava su scala continentale. Il margine occidentale della zona cuscinetto era una frontiera con la NATO che richiedeva una presenza militare sovietica permanente, con il contingente di gran lunga più numeroso in Germania Est e decine di migliaia di soldati in Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia. Difendere quella frontiera richiedeva guarnigioni, le guarnigioni richiedevano infrastrutture, e mantenere le infrastrutture richiedeva il controllo politico.
E la resistenza tornava più o meno una volta per generazione. Germania Est, 1953: carri armati sovietici nelle strade di Berlino Est contro gli operai in sciopero. Ungheria, 1956: un intervento militare sovietico su vasta scala che uccise circa 2500 ungheresi e spinse all’incirca 200.000 persone a fuggire in Austria e in Jugoslavia. Cecoslovacchia, 1968: la Primavera di Praga schiacciata da una forza d’invasione del Patto di Varsavia, da cui nacque la formulazione esplicita di quella che divenne la dottrina Brežnev. Polonia, 1980–81: Solidarność, dieci milioni di iscritti, la legge marziale di Jaruzelski al posto di un intervento sovietico diretto che Mosca giudicò troppo costoso, un calcolo che di per sé rivelava quanto il meccanismo avesse ristretto le opzioni sovietiche dopo tre decenni di funzionamento.
Ogni repressione era la zona cuscinetto che faceva ciò per cui era stata concepita: tenere al potere un regime cliente e il suo paese dentro il blocco. Ogni repressione depositava anche capitale politico nei movimenti d’opposizione che avrebbero alimentato la resistenza del decennio successivo. Gli operai schiacciati a Berlino Est nel 1953 divennero la memoria fondativa di un dissenso riemerso in ogni crisi successiva. Quando il meccanismo infine si ruppe, le popolazioni degli Stati cuscinetto avevano alle spalle quarant’anni di risentimento accumulato e una lealtà praticamente nulla verso il sistema che le teneva al loro posto.
La dottrina Brežnev
Dopo l’invasione della Cecoslovacchia guidata dai sovietici nell’agosto 1968, Brežnev diede al problema dell’uscita dalla zona cuscinetto la sua formulazione più brutale: gli Stati socialisti non potevano lasciare il blocco socialista, e qualsiasi tentativo in tal senso avrebbe provocato un intervento. La dottrina dava un nome al problema dell’uscita senza risolverlo, dichiarando inammissibile l’uscita perché l’uscita avrebbe disfatto tutto ciò che la zona cuscinetto era stata costruita per impedire. Quando nel 1989 Gorbačëv rinunciò a farla rispettare, accadde proprio questo: i regimi comunisti caddero nel giro di pochi mesi, nel crollo a catena che la dottrina era stata concepita per evitare. Le riduzioni parziali delle truppe sovietiche annunciate da Gorbačëv nel dicembre 1988 erano già cominciate nella primavera del 1989, ma gli accordi per il ritiro completo furono negoziati solo dopo la caduta dei regimi, paese per paese; gli ultimi soldati sovietici lasciarono la Cecoslovacchia nel giugno 1991.
Negli anni Ottanta gli Stati cuscinetto erano passati da risorse che l’Unione Sovietica proteggeva a passività che non poteva permettersi di mantenere né di abbandonare. La ragione di sicurezza originaria della zona cuscinetto, impedire un’invasione da ovest, era stata svuotata dalla deterrenza nucleare decenni prima, ma il meccanismo aveva accumulato tante dipendenze e tanti impegni che smantellarlo era più difficile che continuare a pagarne i costi. Dopo quattro decenni quell’equilibrio finalmente si ruppe, e l’uscita avvenne come un crollo anziché come un accordo negoziato.
L’esperimento in corso
Il Libano meridionale e l’Europa orientale arrivano con il finale già scritto. La certezza retrospettiva che offrono, la sensazione che naturalmente sarebbe finita male, è utile ma ingannevole. Fa sembrare il meccanismo inevitabile, e così nasconde la cosa più importante: il meccanismo si vede in tempo reale, prima che arrivi l’esito.
La Turchia nel nord della Siria dal 2016 lo mostra, e il caso sta ora mettendo alla prova che cosa succede quando il terreno politico si sposta sotto una zona cuscinetto. Ankara ha costruito la sua zona in tre operazioni, ognuna delle quali ha lasciato una nuova linea del fronte da tenere. Poi la guerra intorno è cambiata: Bashar al-Assad è caduto nel dicembre 2024, il PKK ha annunciato il proprio scioglimento nel 2025 e ad agosto 2026 le FDS a guida curda erano state assorbite nel nuovo esercito siriano. Le truppe turche sono ancora lì.
Operazione Scudo dell’Eufrate, agosto 2016 – marzo 2017: la Turchia e le fazioni siriane alleate presero la sacca che va da Jarablus, sull’Eufrate, verso ovest fino ad Azaz e verso sud fino ad al-Bab. Gli obiettivi dichiarati erano ripulire la zona di confine dall’ISIS e impedire un corridoio curdo continuo, e l’operazione li raggiunse entrambi, a livello locale. Produsse però anche una nuova linea del fronte a ovest, con la sacca di Afrin in mano alle YPG.
Operazione Ramoscello d’ulivo, gennaio – marzo 2018: la Turchia si mosse contro Afrin, un’enclave curda sul suo stesso confine, i cui combattenti delle YPG erano già stati bombardati dall’artiglieria turca nel febbraio 2016, quando erano usciti dalla sacca in direzione di Azaz. Ankara classificò le YPG di Afrin come un’estensione del PKK e ripulì il distretto. L’operazione produsse nuove frontiere con le FDS a est e a sud, lo sfollamento di popolazioni curde e yazide e l’insediamento di fazioni dell’Esercito nazionale siriano (ENS) sostenute dalla Turchia, la cui condotta, tra saccheggi, sequestri di proprietà e il trasferimento nelle case dei curdi di famiglie arabe provenienti da altre parti della Siria, colpì più duramente i curdi ma si abbatté anche sugli arabi sospettati di simpatie per le FDS.
Operazione Sorgente di pace, ottobre 2019: la Turchia occupò la striscia tra Tall Abyad e Ras al-Ayn, puntando a una zona cuscinetto profonda trenta chilometri. Ne derivarono un ulteriore arretramento delle FDS, altra resistenza locale e un’altra frontiera da difendere attivamente.
Al suo apice, la zona sotto controllo turco copriva diverse migliaia di chilometri quadrati e circa 1,4 milioni di persone. Ogni operazione perseguiva obiettivi che Ankara aveva già, contro l’ISIS e contro l’autogoverno curdo lungo il suo confine, e ogni linea tracciata dalla Turchia stabilizzava un lato e trasformava l’altro in una nuova frontiera.
All’interno della zona, le fazioni dell’ENS e la polizia militare compirono arresti arbitrari, torture e sparizioni forzate, talvolta in presenza di funzionari turchi. Le proprietà curde furono saccheggiate e sequestrate, e famiglie arabe furono sistemate nelle case di proprietari fuggiti, un cambiamento deliberato della demografia della regione. I curdi subirono la maggior parte degli abusi. Human Rights Watch ha ritenuto la Turchia responsabile in quanto potenza occupante. Ogni abuso dava alle forze a guida curda fuori dalla zona un motivo in più per combattere, e ad Ankara un motivo in più per restare.
Per anni la chiusura diplomatica è sembrata completa: la condizione d’uscita dichiarata dalla Turchia, l’eliminazione della capacità militare di YPG/PKK nel nord della Siria, non si poteva soddisfare tenendo il territorio. Poi la politica intorno alla zona si è spostata. Il PKK ha annunciato il proprio scioglimento nel maggio 2025 e quel luglio ha cominciato a distruggere le sue armi. Nel gennaio 2026 un’offensiva del governo siriano ha costretto le FDS a un accordo di fusione con l’esercito nazionale, e ad agosto il loro comandante ha dichiarato completata l’integrazione. La forza che giustificava la zona ha cessato, sulla carta, di esistere come esercito indipendente, anche se molti dei suoi ex combattenti oggi portano le armi dentro l’esercito siriano anziché averle deposte. Eppure le truppe turche restano, e Ankara dice che resteranno finché le minacce alla sua sicurezza non saranno eliminate. Se una zona cuscinetto possa essere smantellata una volta che la forza contro cui era stata costruita è formalmente scomparsa, mentre l’occupante vede ancora una minaccia nei suoi ex combattenti, è la prova che questo caso pone oggi.
Il governo del nord della Siria sotto controllo turco
La presentazione «temporanea» delle operazioni turche si conciliava male con ciò che accadeva sul terreno. La lira turca sostituì la sterlina siriana; banche turche, le poste turche e le società turche di pubblica utilità erogavano i servizi; nelle scuole il turco si insegnava come seconda lingua. I residenti curdi e yazidi furono sfollati, e nelle loro case vennero sistemate famiglie arabe provenienti dalla Ghouta orientale, da Idlib e da altre zone. L’area restava tecnicamente territorio sovrano sotto un’amministrazione straniera di fatto, con i sistemi dell’occupante al posto di quelli locali. La zona cuscinetto sovietica funzionava allo stesso modo: gli Stati clienti erano nominalmente indipendenti, mentre le loro economie, i loro eserciti e il loro governo erano strettamente legati a quelli di Mosca. Anche dopo la caduta di Assad, quando dal dicembre 2024 Damasco si è mossa per assorbire le fazioni filoturche nel suo nuovo ministero della Difesa, le truppe turche sono rimaste e la vita sul terreno è cambiata a malapena.
Il meccanismo
I tre costruttori non potrebbero essere più diversi: una superpotenza nucleare della guerra fredda che per quattro decenni difese un cordone continentale, una democrazia regionale che per quindici anni gestì una milizia per procura lungo un fronte largo quanto il Libano meridionale, e un membro della NATO che conduce operazioni in sequenza nel nord frammentato di uno Stato in guerra con sé stesso. I casi differiscono per epoca, scala, ideologia, avversario e politica interna, eppure in ciascuno il dispositivo ha seguito lo stesso percorso, ed entrambe le zone che si sono concluse hanno lasciato i loro costruttori in una posizione peggiore di prima. La somiglianza nasce dal modo in cui funziona una zona cuscinetto, chiunque la costruisca.
Il meccanismo ha tre parti che si incastrano tra loro, e la prima è il confine stesso.
Il nuovo perimetro diventa una linea del fronte molto simile al confine originario. I nemici non spariscono perché li si è respinti; si riorganizzano dall’altra parte della nuova linea. La potenza occupante ha allora tre risposte possibili, e ciascuna fallisce secondo i propri stessi criteri. Può espandersi, costruendo una zona più grande con un perimetro più lungo e la stessa vulnerabilità a un costo maggiore, come la Turchia ha fatto tre volte di fila. Può consolidarsi, il che non richiede alcuna decisione strategica: il consolidamento è ciò che il «temporaneo» diventa per inerzia quando nessuna condizione d’uscita si realizza, ed è ciò che fece la fascia dell’ELS per gran parte dei suoi quindici anni. Oppure può ritirarsi, cedendo sul problema originario in condizioni rese peggiori dall’occupazione stessa, come fece Israele nel 2000 e l’Unione Sovietica nel 1989.
In tutti e tre i casi il consolidamento è stato lo stato di quiete: ogni zona si è assestata finché il suo costruttore non ha scelto di ampliarla o di andarsene.
La seconda parte è la resistenza che la zona alimenta, e qui l’etichetta «temporanea» fa un lavoro concreto. Poiché la zona è ufficialmente temporanea, l’occupante si ferma prima di governare apertamente il territorio. La zona crea resistenza ma non impegna mai le risorse che servirebbero a reprimerla, perché la repressione completa significherebbe qualcosa di diverso da una zona cuscinetto: significherebbe conquista e dominio permanente.
Ciò che la repressione completa avrebbe richiesto (governare il Libano come una provincia, ristalinizzare l’Europa orientale dopo ogni rivolta, eliminare le condizioni politiche che producevano combattenti curdi) non è mai stato alla portata di una potenza che manteneva una «zona cuscinetto temporanea». Una democrazia difficilmente può sostenere un’occupazione indefinita di un territorio ostile senza concedere diritti politici alla popolazione occupata (il che trasforma la politica interna dell’occupante) o senza esercitare una repressione di un livello tale da distruggere la propria legittimità. L’etichetta rende la resistenza sostenibile all’infinito, e questo giustifica la permanenza e impedisce l’uscita.
La terza parte è la chiusura della porta diplomatica. Una volta che una zona cuscinetto esiste, l’accordo che era disponibile prima dell’occupazione, di solito l’opzione più economica, diventa irraggiungibile. Dal lato dell’occupante, il fronte della sicurezza tratta qualsiasi concessione territoriale come una capitolazione; il leader politico che propone il ritiro si scontra con l’opposizione politica e con le famiglie dei soldati uccisi a difesa della zona, che chiederanno per che cosa sono morti i loro figli. Dal lato degli occupati, i risentimenti creati dall’occupazione diventano precondizioni dell’accordo, e quelle precondizioni pesano di più quanto più a lungo la zona resta in funzione, perché ogni anno aggiunge nuove vittime, nuovi sfollamenti e nuove ragioni per rifiutare condizioni che dieci anni prima sarebbero state accettabili. La risoluzione 425 rimase senza risposta per ventidue anni. La dottrina Brežnev resse per ventuno. In entrambi i casi il divario tra ciò che era negoziabile prima dell’occupazione e ciò che lo era dopo si era allargato oltre ogni possibilità di colmarlo molto prima che la zona finisse.
Le tre componenti formano un ciclo che si autoalimenta. La replica della frontiera mantiene le condizioni fisiche della resistenza. La resistenza si nutre della zona stessa, che crea nuovi combattenti, risentimenti e organizzazioni. Quella resistenza offre all’occupante un argomento interno per restare, perché la potenza occupante può sempre indicare la minaccia che la zona fronteggia come prova che il ritiro sarebbe prematuro. Restare aggrava lo stallo diplomatico, aggiungendo anni di occupazione all’elenco dei risentimenti che ogni accordo deve affrontare. Lo stallo impedisce l’accordo che permetterebbe l’uscita, e il ciclo ricomincia.
Più a lungo gira, più l’uscita diventa costosa, il che la rende politicamente meno sostenibile e prolunga ulteriormente il ciclo. Il ciclo è durato quindici anni nel Libano meridionale e quarantaquattro in Europa orientale. Nel nord della Siria è a dieci, e il conto continua, anche dopo che la forza contro cui era stato costruito si è sciolta nell’esercito siriano.
Spezzare il ciclo prima che l’esaurimento imponga un ritiro unilaterale richiede tre condizioni soddisfatte contemporaneamente. La prima è una controparte in grado di fornire garanzie di sicurezza che sostituiscano di fatto la zona. Significa uno Stato funzionante, non un’organizzazione di resistenza: non si può consegnare la zona alla forza che si è combattuta e chiamarlo accordo. La seconda è un consenso politico interno, nel paese occupante, disposto ad assorbire i costi dell’uscita prima che diventino insopportabili; qualcuno deve accettare l’accusa di aver gettato via ciò che i soldati caduti avevano comprato, e vincere comunque le elezioni. La terza è un quadro negoziale che affronti i risentimenti creati dall’occupazione oltre alla minaccia che l’aveva preceduta, perché la popolazione occupata ha ormai un elenco di richieste che non esisteva prima della zona, e quelle richieste non spariranno solo perché sono scomode.
Nel Libano meridionale solo la seconda prese forma, quando l’opinione pubblica si schierò a favore del ritiro e Barak vinse le elezioni su questa proposta, e Israele se ne andò unilateralmente, senza accordo e senza una transizione gestita. In Europa orientale Mosca prima smise di far rispettare la zona cuscinetto e negoziò la partenza di tutte le sue truppe solo dopo che i regimi clienti avevano cominciato a cadere.
Le variabili che contano
L’operazione del 2026 è una replica. Lo stesso esercito è tornato sostanzialmente nello stesso territorio, con le forze israeliane oltre il Litani, il castello di Beaufort riconquistato e la terra fino allo Zahrani dichiarata zona di combattimento. L’obiettivo dichiarato è lo stesso: neutralizzare la minaccia di attacchi con razzi oltre confine. Lo è anche l’avversario, indebolito da due anni di guerra ma non distrutto, e ancora portatore di un quarto di secolo di memoria istituzionale fondata sulla convinzione che il logoramento funzioni.
L’ELS non c’è più, e non esiste alcuna forza per procura equivalente. L’esercito libanese, che a fine maggio l’analista Joe Macaron ha definito «troppo sovraccarico» per contrastare l’avanzata israeliana, viene messo alla prova solo ora come sostituto: nel luglio 2026 ha preso in consegna la prima piccola «zona pilota» lasciata dalle forze israeliane.
Il cessate il fuoco del novembre 2024
Il cessate il fuoco entrato in vigore alla fine di novembre 2024 fu annunciato da Stati Uniti e Francia e accettato da Israele e Libano. Il Libano si impegnò a impedire a Hezbollah e agli altri gruppi armati di attaccare Israele e a sgomberarli dall’area a sud del Litani. Israele avrebbe dovuto ritirarsi per fasi entro sessanta giorni, man mano che l’esercito libanese entrava, puntando a schierare 10.000 soldati nel sud. Un meccanismo presieduto dagli Stati Uniti, ospitato dall’UNIFIL e con la partecipazione della Francia, doveva verificarne il rispetto. Israele mancò la scadenza e, citando la persistente attività di Hezbollah, mantenne cinque posizioni sulle alture in territorio libanese: Labbouneh, Jabal Blat, Jal al-Deir vicino ad Aitaroun, Markaba–Houla e Hamames vicino a Khiam. Nel primo anno della tregua l’UNIFIL contò oltre 10.000 violazioni israeliane aeree e terrestri.
Il cessate il fuoco crollò il 2 marzo 2026, quando Hezbollah lanciò razzi su Israele dopo gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran. Una seconda cessazione delle ostilità, mediata dagli Stati Uniti, cominciò a metà aprile e fu prorogata due volte, eppure le forze israeliane continuarono ad avanzare fino ad attraversare il Litani alla fine di maggio. Un accordo quadro concluso a fine giugno ha infine legato il ritiro israeliano al dispiegamento dell’esercito libanese e al disarmo di Hezbollah, a cominciare da piccole zone pilota. Hezbollah lo respinge, e Israele dice che le sue truppe resteranno finché il gruppo non sarà disarmato. L’architettura di un’uscita politica esiste sulla carta. Finora è avanzata un villaggio alla volta.
Tre domande decidono se il 2026 ripeterà il 2000. La prima è se l’obiettivo militare dichiarato possa essere raggiunto.
La fascia del 1985–2000 non fermò gli attacchi con i razzi. La gittata di Hezbollah crebbe durante l’occupazione: razzi che a metà degli anni Ottanta arrivavano a stento alle cittadine di confine, con la guerra del 2006 potevano raggiungere Haifa. La fascia diede a Hezbollah l’esperienza operativa e la legittimità politica che lo trasformarono da milizia in potenza militare regionale. L’obiettivo attuale, creare condizioni in cui Hezbollah non possa sparare dal Libano meridionale, è raggiungibile nel breve periodo attraverso il controllo del territorio. Non lo è nel medio o lungo periodo senza distruggere Hezbollah come organizzazione, cosa che ventisei anni di operazioni, compresi la guerra del 2006 e il conflitto del 2024–2026, non sono riusciti a fare, oppure senza un accordo politico che tolga a Hezbollah la sua ragion d’essere operativa e dia alla sua base un motivo per accettare il disarmo. La fascia del 1985–2000 non raggiunse mai da sola un obiettivo del genere, e l’accordo che avrebbe potuto raggiungerlo divenne tanto più difficile quanto più a lungo la fascia restò in piedi.
La seconda è se esista una condizione d’uscita politica che non dipenda dall’esaurimento. Nel 2000 l’uscita fu spinta soprattutto dalla pressione interna, prima di tutto quella del movimento delle Quattro Madri, fondato da genitori di soldati in servizio in Libano. Barak aveva sperato di inserire il ritiro in un accordo con la Siria; quando quei negoziati fallirono, nel marzo 2000, se ne andò unilateralmente. Non ci fu alcun accordo con il Libano, nessun disarmo di Hezbollah, nessun quadro politico che rendesse il ritiro strategicamente duraturo. Il cessate il fuoco del novembre 2024 e l’accordo quadro del giugno 2026 che vi si fonda contengono disposizioni sul dispiegamento dell’esercito libanese e sul disarmo di Hezbollah, e questo equivale almeno all’architettura di un’uscita politica. Se l’esercito libanese sia in grado di attuarla è la questione centrale, e l’offensiva in corso ha reso più difficile rispondere.
La terza è la controparte. Nel 2000 non esisteva alcuna controparte: nessuna istituzione libanese capace di impedire a Hezbollah di operare nel sud, e nessuna forza internazionale con un mandato abbastanza solido da provarci. Nel 2026 l’esercito libanese esiste, ma è a corto di denaro e di mezzi e vincolato dalle stesse dinamiche confessionali che da decenni ne limitano lo schieramento nel sud. Il corpo ufficiali è bilanciato per confessione, come ogni istituzione dello Stato libanese; il bilancio è stato svuotato dal collasso economico del paese; i suoi referenti politici a Beirut non hanno mai deciso fino in fondo se il ruolo dell’esercito nel sud sia sostituire Hezbollah o convivere con esso. A differenza del 2000, una controparte esiste e ha cominciato ad agire: a luglio l’esercito libanese è entrato a Zawtar al-Gharbiyeh, il primo villaggio delle zone pilota lasciato dalle forze israeliane. Questo apre al 2026 una strada che la fascia del 1985–2000 non ebbe mai. Che quel primo passo diventi un vero passaggio di consegne dipende dalla capacità dello Stato libanese di consolidare i mezzi e la volontà politica per agire come autentico partner di sicurezza, prima che le operazioni israeliane creino una nuova generazione di risentimenti per qualunque cosa verrà dopo Hezbollah.
L’esercito che ha ripreso il castello di Beaufort ha agli atti ciò che accadde la prima volta: i diciotto anni, i circa 250 soldati uccisi nella fascia, il crollo dell’ELS, la proclamazione di Nasrallah e i due decenni in cui quella proclamazione ha plasmato le premesse strategiche della regione. Il ministro della Difesa israeliano ha detto che le sue truppe resteranno lì, nell’ambito di una nuova fascia di sicurezza.
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Media
Parte della recinzione che divide Nicosia – Wikipedia
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